mercoledì 2 aprile 2025

RECENSIONE


 

L’AZZURRO DELLA POESIA

Rosa Elisa Giangoia


La nuova raccolta poetica di Angela Caccia, autrice dalla voce personale, ampia, articolata e complessa, intitolata Di lentissimo azzurro, ci porta subito a spaziare negli orizzonti infiniti della poesia che, con le suggestioni del mare e del cielo, evoca le tonalità del colore azzurro del titolo che sembra farsi correlativo oggettivo della poesia stessa. Si entra così nell’ambito e nel tempo della poesia stessa in cui, senza soluzioni di continuità, quest’alta umana espressione si è sviluppata fin dai versi di Omero, ricchi di maestria letteraria e di sapienza esistenziale. Quell’Omero che ricompare all’inizio del testo, nella prima lirica: “Sarà servito a qualcosa / leggere Omero” (p. 11) in cui la poetessa sembra volersi ricollegare direttamente a una sua precedente raccolta, Accecate i cantori, evidenziando la lucida profetica saggezza dei poeti, visionari nella loro cecità, come l’aedo greco.
Omero ha aperto un mondo, ha regalato una prospettiva: quella di vedere ciò che ci circonda per raffigurarlo e valutarlo attraverso la poesia. Così anche Angela Caccia guarda e ripercorre il suo mondo, cioè il suo itinerario esistenziale, sub specie carminum, nell’ossimorico intreccio di luce e ombra che ci viene proposto dal suo stile fortemente analogico.
La riflessione della poetessa è incentrata sulla vita, nella sua pluralità di esperienze, nel suo svilupparsi nel tempo, che lei sa bene essere incontrollabile e misteriosa, in quanto “la condizione umana” è “un circolo vizioso del perdersi e ritrovarsi” (p. 12) in cui a fatica può penetrare la poesia, aprendo l’ipotesi che al di là ci sia “una bellezza intatta”. (ibid.) La vita è qualcosa di incompiuto nel suo mistero: “In questo campo da coltivare a / spaglio / tra neve e grano / il nostro imperfetto accade (p. 66). La vita, però, aggiunge continuamente conoscenza e consapevolezza, soprattutto con le esperienze del dolore, della sofferenza, come già insegnavano i tragici greci con la teoria del pàthos/màthos: “Mi pesa la parte di me ferita che / carico ogni giorno sulle spalle / con la stessa cura di Enea per Anchise. / A sera / ho un piccolo raccolto di cui non / vado sempre fiera” (p. 39). Misteriosa è anche la poesia, tanto che la poetessa suppone che essa chieda: “…cosa / rimane in te della mia voce?” (p. 14) a cui può solo rispondere: “vorrei parlarti di questa nostra / vena aperta / e di tutto il silenzio che resta” (ibid.) ma ben conosce la difficoltà del dire, consapevole che “Nessun verso ha il colore del pieno e / chi ne scrive sa / sa che […] / continua a galleggiare nei suoi silenzi”. (p. 17)
Intensa è la riflessione si Angela Caccia sulla poesia che sente nascere con timore e stupore nell’intreccio delle azioni quotidiane: “Qualcosa avverrà da qui a breve / un distico / forse una strofa intera – forse / c’è un legame con l’acqua che ora trabocca dalla pentole / o col sogno che insegui a pezzi” (p. 47) di fronte a cui si percepisce come “il ragno / che finalmente intreccia le sue tele” (p. 48), capace cioè di creare qualcosa di stabilmente compiuto. Ma si sofferma anche nel tentativo di definire la poesia, quel fecondo tentativo di congiungere parole che consolino e orientino: “La parola che pesa / si trasforma in seme: la interri / e mentre semini / cresce il tuo desiderio di crescere / e con lei stare bene in quello / smottamento che resta solitario / e mai realmente solo” (p. 61).
Profonda è la riflessione sulle situazioni dell’umana esistenza, come l’infrangersi di rapporti interpersonali positivi: “Noi / che fummo voce e linguaggio / l’uno all’altro / ora / ci guardiamo di sfondi / ognuno da un confine di croci” (p. 13), ma anche sulla drammatica impossibilità di modificare il nostro passato: “Poter tornare indietro e scegliere / magari / l’alternativa scartata…” (p. 24), nell’unica certezza di andare inesorabilmente verso la fine del nostro esistere: “Chi pensava / di doverla scontare la gioventù?! […] Presto o tardi saremo tutti Lee Masters / parleremo anche noi con la voce dei morti”. (p. 26)
A rimanere immutato è lo scorrere del tempo nel mondo della natura con il susseguirsi delle stagioni, a cui la poetessa dedica versi con tocchi descrittivi e riflessioni esistenziali: “Una folata scosse il leccio” (p. 18) apre un quadro dell’autunno, contrassegnato da una punta di rammarico, mentre in Qui da me viene tratteggiato “un maggio qualunque” (p. 19) e in Da dove vieni? Dove sei stata? la poetessa evoca “l’estate più speziata”. (p. 21)
Emerge anche una vena di poesia civile, teorizzata in Capita (“ma la poesia civile è sangue – indelebile / nell’affronto/confronto / bianco e nero Yin e Yang”, p. 169) che trova voce di responsabilità e denuncia in La parola di fronte al naufragio di migranti con “cento morti” (p. 23) a Steccato di Cutro.
Le riflessioni, le emozioni, le esperienze, gli stati d’animo sono la sostanza della poesia di Angela Caccia, ma tutto questo nei suoi versi si fa espressione lirica attraverso una fantasmagoria di immagini evocative di forte originalità, di ricercatezze espressive finalizzate a un discorso sapienziale che non offre risposte, ma invita alla riflessione e alla ricerca nella dimensione interiore ed esteriore.
Come ogni poesia, anche quella di Angela Caccia, nasce dall’esperienza del mondo e della vita personale, ma acquista valore e interesse per l’originalità del piano espressivo: il suo è un linguaggio di forte originalità creativa, sostenuto da un’efficacia espressiva che sa farsi comunicativa. Questo nasce dalle metafore ardite, dalle sinestesie forti, dall’aggettivazione spiazzante per accostamenti di campi semantici disomogenei fin dal sintagma del titolo “lentissimo azzurro”, capaci di creare quelle onde si suggestioni espressive che percorrono e sostengono tutta la silloge poetica.

Angela CACCIA, Di lentissimo azzurro, Pasian di Prato (UD), Campanotto Editore, 2024, pp. 69, € 13,00.