martedì 23 febbraio 2021

DUE POESIE



di FRANCO ZANGRILLI











Una volta c’era

Una volta c’era un Altro,
veniva considerato:
da bambino un pazzo
da giovane un drogato
da maturo un criminale.
Un suo amico diceva
che nessuno conosceva un Altro,
covava tante amarezze
e in segreto scriveva versi;
che, poco dopo il suo gesto estremo,
trovò una sua silloge in una bancarella;
che era andato in paradiso
e guardava l’aiuola feroce
dove le bestie sbranavano
la propria specie.




sboccia quel bacio

sboccia quel bacio
desideroso del ricordo
come una dolcezza amarezza

… e poi ti rivedo
su una nuvola
viaggiatrice
verso il nulla

i ricordi giacciono
in me come se fossero
incisi in una pietra
né sorda né muta





mercoledì 17 febbraio 2021

 


ESTINZIONE O TRASFORMAZIONE?

 Rosa Elisa Giangoia



La nuova silloge poetica di Lucetta Frisa Cronache di estinzioni dà già nel titolo la chiave interpretativa del testo e rivela l’atteggiamento dell’autrice verso la vita e il mondo in cui ci troviamo. Tutto ciò che fenomenologicamente ci circonda, che appare ai nostri occhi, l’ambiente in cui viviamo e con cui interagiamo è sulla strada di un’implacabile dissoluzione. E la poetessa guarda a questo mondo da un’alta posizione di ampio orizzonte, per coglierlo in tutte le complessità, ma anche e soprattutto nei piccoli segni rivelatori della dissoluzione che solo la sensibilità di un animo da poeta può saper cogliere ed esprimere, facendosi profeta.
L’orizzonte è immenso, assoluto in senso diacronico e sincronico, in una percezione in cui il prima, l’ora e il dopo stanno insieme in un equilibrio troppo labile per persistere senza rivelare, a chi ha la sensibilità per coglierle, le anche minime, impercettibili avvisaglie del crollo incombente, destinato a far precipitare tutto nell’annientamento totale.
Emblematica si pone, in apertura della silloge, l’accorata e affettuosa lirica per la madre (Per mia madre), come taglio netto con il passato, quello di «mille estati fa», fuggito in una nebbia d’indeterminatezza che rende la donna «ora, incerta, molto incerta», ma nei cui confronti la figlia recupera una realtà e un’intesa gratificante, rappresentata dalla possibilità di sorriderle («mi sorridi»), per cui non può immaginarla annientata nel nulla.
Ma a imporsi è, nelle liriche successive, la dimensione universale della vita: l’esperienza del reale (Crolli) si ingigantisce, si moltiplica e sfaccetta in una pluralità di eventi, che determinano un sovvertimento dell’ordine della vita, dei rapporti degli uomini tra di loro e tra gli uomini e gli animali (Natura morta).
Metonimia di questo dissolversi insito nell’ordine delle cose è l’Antartide, 1 («Basta lo scioglirsi/ di un qualcosa che subito si scioglie piano piano/ tutto il resto trascinato da questo alzarsi delle maree/ da questa energia segreta») che ha, però, un certo qual recupero positivo in Atlantide, 2 con l’idea che la vita si pietrifichi nel freddo del ghiaccio lasciando memorie da scoprire nel perdurare del tempo.
Le poesie hanno toni e andamenti diversi, talvolta il testo è narrativo, nell’ampiezza e nella calma, talaltra, più rapido e spezzato, ma è sempre un narrare, senza narrare, perché da narrare non c’è nulla, c’è solo da avere l’attenzione dell’osservazione per percepire le avvisaglie del precipitare nell’«estinzione». Per questo le liriche si orientano verso un prevalere dell’irreale, un irreale che subdolo si insinua nel reale, lo sgretola, lo mette in crisi, con quegli espedienti che noi, nella realtà, conosciamo solo nell’esperienza onirica (Un sogno). In questo modo il reale appare senza una sua intima consistenza, in un intreccio misterioso di vita e di morte, che finiscono per compenetrarsi e confondersi (Mitobiografia). È un impercettibile, ma costantemente reale, perdersi, per cui l’atteggiamento della poetessa non può che essere rinunciatario: «Lascio andare. Mi lascio andare. […]/ Io sulla sabbia scivolo verso il mare» (Etna). Questo anche perché tutto quello che accade intorno a noi avviene indipendentemente da noi, nella nostra inconsapevolezza e incomprensione: «Se della vita non c’è riparo/ forse la saggezza è non cercare nulla?» (London Valour).
Tutto sembra apparentemente normale, ma sono i piccoli episodi del reale a diventare indizi di quell’imperfezione capace di far precipitare tutto nel baratro dell’«estinzione». La primavera sembra preannunciare il risveglio della natura, invece non è così: si verificano «mutamenti/ incontrollabili» (Alienazione) che fanno precipitare nell’orrore. Ma da una lirica all’altra, quasi per lenta metamorfosi interna alla poesia stessa, il percorso d’«estinzione» sembra sempre più determinarsi per colpevoli comportamenti dell’uomo per cui «La terra lentamente si ricopriva di gusci di conchiglia/ soffocando ogni intenzione di vita: il suolo duro e arido/ la stringeva in una morsa letale.» (Plastica). Nello stesso tempo tutto si enfatizza nell’esagerazione, il cucinare e il mangiare, l’andare troppo in giro, soffocando la bellezza dell’arte e del paesaggio, il rimuovere forsennatamente la vecchiaia e l’individuale decadenza, fino a soffocare l’«ARIA» (Qui dove noi siamo) ed essere soffocati dagli oggetti frutto di una tendenza compulsiva agli acquisti.
Ma forse non tutto andrà perduto, molto cambierà, ma ci adatteremo, grazie all’«insensibile adattabilità umana» (Eremocene).
Lucetta Frisa ci prospetta l’evoluzione catastrofica che potrebbe verificarsi, ma che presuppone (o spera) non si verificherà. Lo spettro della fine aleggia, ma rimane una qualche possibilità di resistenza, affidata anche alla forza dirompente della parola poetica capace di recuperare e riproporre bellezza, in grado di prospettare barlumi di futura salvezza a cui affidarsi.
Tutto questo suo pensare sulla vita e sul mondo la poetessa lo dice con parole leggere, piene di grazia, talvolta con pacato argomentare, talaltra con frizzante creatività, venata di un umorismo e di un’ironia sottile che produce poesie accattivanti e coinvolgenti.


LUCETTA FRISA, Cronache di estinzioni, Pasturana (AL), puntoacapo, 2020, pp. 68, € 12,00

sabato 13 febbraio 2021

RECENSIONE

 


Rosa Elisa Giangoia



Primo Levi ha avuto la ventura di un grande successo con il suo primo romanzo Se questo è un uomo (1947) che l’ha collocato al di sopra di tutti gli altri autori di testi memorialistici sull’esperienza dei campi di concentramento nazisti (Giuliana Fiorentino Tedeschi, Alba Valech Capozzi, Frida Misul, Luciana Nissim Momigliano e Liana Millu). Per questo si afferma nel canone scolastico del nostro paese, ma la notorietà del primo libro e del successivo La tregua (1962) lo confina nell’ambito della memorialistica della shoah, limitando il suo riconoscimento come scrittore di ampia facoltà fantastica e creativa, come attesta la sua vasta produzione di racconti.
Per questo è molto interessante e importante il recente saggio critico Spazi neofantastici. Racconti di Primo Levi di Franco Zangrilli che, partendo dalla più ampia ottica del suo osservatorio newyorkese e alla luce della sua solida conoscenza e consuetudine critica con molti tra i maggiori autori italiani novecenteschi (D’Annunzio, Pirandello, Pavese, Landolfi, Sciascia, Bonaviri, Buzzati, Fallaci, Tabucchi, Campailla e tanti altri), analizza la produzione narrativa di Primo Levi per recuperare la sua originalità creativa e mettere in evidenza l’importanza della sua produzione nel panorama letterario italiano del secondo Novecento.
Attraverso un lavoro critico rigoroso, portato avanti con una lettura attenta e puntuale che scandaglia in profondità i testi di Levi, Zangrilli fa emergere un ritratto dello scrittore dai contorni molto più ampi e sfaccettati di quelli della memorialistica, in particolare di un autore capace di leggere il passato e il presente della sua esperienza, trasfigurandolo in modi fantasiosamente significativi, attraverso i quali può esercitare la sua critica e la sua lungimiranza profetica sulle cadute e sulle negatività della condizione umana.
Zangrilli, come enuncia nella Premessa del saggio, si propone di «esaminare i racconti leviani, di valutarne l’enorme geografia neofantastica, di mostrarne come formano l’opera più intricata, riuscita, e maggiore dell’autore, e come lo collocano nel clima dell’avanguardia e del postmodernismo». Partendo da questi intenti l’analisi si snoda in una serie di capitoli in cui i racconti vengono presi in considerazione per affinità tematiche. Il primo è L’orrore della guerra in cui viene messo in luce il fatto che la realtà storica, in particolare quella attraversata dall’autore, diventi spunto per diversi racconti, ma Levi vada oltre la descrizione e la rievocazione, facendo diventare il reale una metafora finalizzata a rappresentare i fatti al di là della fenomenologia storica, quali emblemi della negatività della guerra, della cattiveria umana da cui l’uomo non riesce ad uscire per salvarsi, oltre che dell’impossibilità di mettere ordine nel mondo e dei rischi insiti nella scienza che può diventare, nelle mani dell’uomo, strumento di offesa e di distruzione.
Grande spazio ha nei racconti di Levi la tematica fantascientifica, accuratamente analizzata da Zangrilli nel capitolo Il naturale è innaturale. Lo studioso evidenzia come in questo ambito Levi abbia saputo assumere una particolare connotazione personale, in quanto non rappresenta un futuro migliore per nuove scoperte e acquisizioni, ma piuttosto un mondo contrassegnato dalla negatività di catastrofi, tanto da poter essere considerato un antesignano dell’ecologia, capace di prospettare una nuova etica ambientale.
Ma molti racconti di Levi, come mette in evidenza Zangrilli con le sue acute analisi nel terzo capitolo (I misteri dell’amore), sono incentrati sulle dinamiche psicologiche e comportamentali del sentimento amoroso, sempre misteriosamente inspiegabile, ma determinante in molti casi e in tante occasioni della vita. Per quanto riguarda le capacità di sondare l’individuo da parte di Levi, l’analisi di Zangrilli prosegue nel capitolo successivo (Le crisi identitarie) in cui, attraverso un procedimento metaletterario, sulla base della sua ampia e profonda conoscenza della produzione di molte aree linguistiche, focalizza l’interesse sulla problematica individualità dello scrittore, mettendo in rilievo le spesso difficili dinamiche creative. Zangrilli fa poi emergere la centralità del personaggio nei racconti di Levi nel quinto capitolo (Le tipologie del personaggio). Sono quasi sempre personaggi caratterizzati da comportamenti che contrastano o esulano dalla condotta considerata normale, in quanto si caratterizzano per aspetti alogici ed irrazionali che sovente portano ad avventure surreali in situazione fantastiche. In questi casi più forte si fa il carattere metaforico delle narrazioni di Levi che, infrangendo il muro del naturalismo e venando il suo racconto di ambiguità, ma anche di umorismo, vuole andare oltre il semplice raccontare per evidenziare il carattere enigmatico, molto frequente nella quotidianità dei comportamenti umani.
A caratterizzare Levi come scrittore postmoderno è in modo rilevante il riutilizzo da parte sua di miti, leggende e storie della tradizione classica, medievale e moderna che vengono rielaborati con innovazioni fantasiose in un gioco combinatorio in cui si intrecciano generi letterari diversi. Questo aspetto è particolarmente evidente nei racconti ambientati nel regno animale, analizzati da Zangrilli nell’ultimo capitolo (Le voci strane dello zoo) in cui gli animali diventano figure fortemente significative, capaci di rappresentare gli oscuri aspetti animaleschi dell’uomo, e nello stesso tempo di esprimere la voce critica dell’uomo, indagando e mettendo in evidenza l’impossibilità di sondare fino in fondo i risvolti dell’animo. A questa prospettiva dà maggior vigore la capacità di Levi di creare animali immaginari, spesso risultato di ibridi tra l’uomo e la bestia, funzionali a meglio rappresentare, allontanandosi dalle tipologie della tradizione, gli intenti critici e morali dell’autore.
Levi, però, amplia il suo retroterra d’ispirazione, in quanto prende spunto anche dalle sue esperienze di chimico che lo portano a osservare la natura e a considerare l'impatto della scienza e della tecnica sulla quotidianità, dando vita a originali situazioni narrative. Questo anche per il fatto che la sua concezione della chimica è vitalistica e metamorfica. Si presenta, infatti, come una scienza della manipolazione della materia, in un divenire continuo in cui la materia resiste all'uomo in una lotta senza fine, come l'uomo ha saputo resistere, nonostante tutto, alla manipolazione operata dai nazisti nel campo di concentramento. In questo modo si saldano i due capisaldi della narrativa di Levi.
Dall’analisi che Zangrilli conduce sulla produzione narrativa di Levi viene fuori uno scrittore capace di osservare la realtà con quella razionalità che gli deriva anche dalla sua formazione scientifica, la quale lo porta a indagare sempre pur sapendo che prima o poi ci si troverà di fronte a quell’insondabile che determina la perenne inquietudine dell’uomo.
Zangrilli si sofferma anche sul lessico di Levi che appare sostenuto da una forte capacità di originale invenzione lessicale derivante dal poter attingere a termini scientifici, soprattutto dell’area chimica inerente alla sua formazione culturale e alla sua attività professionale, ma anche a neologismi e a tutta la trazione del vocabolario del meraviglioso.

FRANCO ZANGRILLI, Spazi neofantastici. Racconti di Primo Levi, Pesaro, Metauro Edizioni, 2020, pp. 293, € 22,00.