IL GATTO CERTOSINO è un'Associazione Culturale attiva a Genova dal 2009 che si occupa prevalentemente di letteratura e che ha come obiettivo la promozione della lettura. Il nome è un omaggio ai tanti gatti certosini che nel corso dei secoli hanno tenuto libere dai topi le biblioteche dei monaci certosini e di tanti altri amanti dei libri e della lettura, impedendo che molti codici, documenti e libri andassero persi. Blog precedente: https://ilgattocertosino.wordpress.com
sabato 25 aprile 2026
giovedì 19 marzo 2026
RECENSIONE
LA SPIRITUALITÀ DEL QUOTIDIANO
Rosa Elisa
Giangoia
Dopo Ti stringo la mano mentre dormi (Fuorilinea, 2012), Il mio cuore è un asino (Nottetempo, 2015) e La sete (Aragno, 2020), Elena Buia Rutt, poetessa, traduttrice e critica letteraria, impegnata per circa vent’anni nei programmi culturali di Radio3 e Rai Storia, ci regala un nuovo interessante libro di poesie, Atterrare, che testimonia due momenti importanti della sua vita o meglio, un passaggio esistenzialmente molto significativo. Infatti la silloge, dapprima ripropone il precedente Il mio cuore è un asino, per poi passare ad un nuovo tempo in Vita di campagna: a segnare il passaggio è una scelta, un cambio di vita, è un "atterrare" in una terra diversa, dove la dimensione terrestre si può più facilmente verticalizzare.
Le poesie della prima sezione, vera autobiografia minimalista, sono la voce sincera e autentica della poetessa che vive la centralità del suo io, osservandosi e descrivendosi in schegge di vita quotidiana esposte in una frammentata rapidità ritmica, in cui diventano occasioni di riflessione sul vivere, personale e generale, e soprattutto sul morire. A dominare queste liriche è il quotidiano in cui il cuore procede “sobrio e lento / per strade pietrose […] offuscato da un carico / grottesco” fino a raccogliere “le forze / per il salto sconosciuto” (Il mio cuore è un asino, pp. 47-48). La banalità dei giorni è qui riscattata dall’aprirsi di crepe di dubbiosa riflessione da cui scaturiscono sorgive vene di spiritualità vissuta nella consuetudine della famiglia e del lavoro, tra gioie, dolori, speranze e disillusioni. È un bisogno che nasce dal mistero: “eppure a volte all’improvviso / tirando da puledri / la macina dei giorni / si apre nel silenzio / uno spazio d’aria / che quando / lo attraversi / sorridi piano / come nevicasse” (Lo spazio di Dio, p. 27). È quel soffio d’aria che fa capire che “non siamo noi /seduti / a poppa / a tenere / la barra / del timone” (Dio a poppa). Ad insinuarsi è il dubbio di assistere “allo scorrere via / del sangue / della vita vera” (Le priorità, p. 75) fino al maturare della scelta della Vita di campagna a cui è dedicata la seconda parte della silloge, ispirata al trasferimento della poetessa e della sua famiglia dalla città di Roma alla campagna di Assisi, “ai piedi di Francesco”, come mi ha scritto Elena nella dedica del suo libro, in una casa “bianca rosa / robusta e contadina […] inginocchiata ai piedi / di Assisi […] per partecipare – senza pretese – al presepe / dalle retrovie” (Ai piedi di Assisi, p. 84). Elena, “lacerata / dall’intrico frenetico / dal subbuglio sguaiato / dalla smania vuota / della città” ha scelto di andare a vivere dove può dire “ricompongo i pezzi / e mi riparo l’anima” (Dis-trazione, pp. 85-86). Qui ritrova la pienezza dell’esistere in nuove gratificanti emozioni e sensazioni a contatto con il mondo della natura carico di memorie e di suggestioni francescane che la portano a una nuova invenzione del quotidiano (La decisione). Qui vive, come hanno detto “Tanti uomini sapienti […] per rallentare […], e ritrovar sé stessi / in una semplicità perduta” (Vita di campagna, p. 113), provando sensazioni completamente nuove a contatto con gli animali (“una pecora […] //, cani […] // papere pavoni e gatti” Ascesi, p. 112) e con gli alberi, per cui può sentirsi “ramo tra i rami / tronco tra i tronchi / radicato / nello slancio / di tutto ciò che cresce” (Ora et labora, p. 131). Ma, in questa nuova situazione, può anche sperimentare, senza lacerazioni, il senso di finitudine di fronte al divino e il riposo nella confidenza celeste (“stordita e stanca / mi incamminerò / al nostro nuovo appuntamento/ e Tu / che mi vieni incontro / ne sorriderai”, L’ultimo istante, p. 87; “- accelerando il passo / verso quel chiarore diffuso / giorno dopo giorno / mi preparo per il volo”, La palude, p. 89).
Queste poesie ci fanno capire che in una società come la nostra, dominata da logiche di efficienza, da ritmi veloci e dalla rapidità dei consumi, occorre sapersi mettere al di fuori per una valutazione e anche per trovare le parole per dire ciò che è giusto, vero e importante, parole che inseguono la loro efficacia nel linguaggio della poesia che, proprio in questo, trova la sua giustificazione e necessità. In questa estraneità la poesia di Elena Buia Rutt si situa tra cielo e terra in una tensione costante, come ben esprime la lirica La vetta: “In bilico / sulla vetta aguzza / della montagna / resistiamo / tirando a noi / il Cielo / incatenato al braccio destro / e la Terra / incatenata al sinistro // piantati a croce / attendiamo / che al terzo giorno / quel cielo ci divori”, p. 88). Una situazione difficile da esprimere nella limitatezza delle parole umane che, però, la poetessa supera con la naturalezza del parlare quotidiano, con la semplicità referenziale degli oggetti casalinghi, delle comuni situazioni di vita a cui con guizzi di creatività espressiva sa infondere caratteri di trascendenza in un tessuto poetico originale, efficacemente significante e dotato di una sua bassa e sobria musicalità.
Elena BUIA RUTT, Atterrare, Monterotondo (MR), Fuorilinea, 2025, pp. 134, € 14,00.
lunedì 16 marzo 2026
RECENSIONE
di Emilia Fragomeni
L’ultimo libro di Cristina Dotto Viglino, La stagione del figlio, è un romanzo denso e compatto, ad altissima concentrazione emotiva. Un romanzo profondo che propone un tema attuale e scottante, che intreccia con sapienza esperienze pratiche, ricerche sociopsicologiche, riflessioni personali.
Racconta la storia di un ragazzo di oggi, Luca, un adolescente fragile e insicuro, che è “sballottolato” tra due madri, una madre biologica e una madre della mente che lo accompagna nella maturazione emotiva e un padre amareggiato e stanco, Stefano, operaio prossimo alla cassa integrazione. Luca è un adolescente sofferente, spesso vittima di bullismo e insicuro di sé al punto di arrivare ad infliggere ferite al suo stesso corpo.
Cristina Dotto Viglino indaga in profondità la complessa condizione dei nostri adolescenti e del mondo che li circonda, tra pericoli, insuccessi, velleità, separazioni, solitudini… e con loro indaga anche tutta la società odierna. In questo libro notiamo, fin dall’inizio, un’intensa energia metaforica, che Cristina sviluppa con abile partecipazione, nascondendo tra le pieghe del pensiero significati profondi.
Un flusso creativo, quello di Cristina, che, metaforicamente, può definirsi come un fiume in piena per la ricchezza lessicale e il ritmo incalzante. Pagine esplicative di una grande personalità quelle di questo libro.
Cristina è scrittrice dotata di una ricchezza di linguaggio, che sorregge un pensiero accidentato, speculativo, creativo, frammentato, ma sempre intenso nei sentimenti, nell’umanità, nella speranza. Anche il linguaggio dei personaggi del romanzo risponde alla realtà, spesso cruda, del linguaggio reale.
Nel libro si nota un’importante caratteristica: l’elevata capacità nel raccontare con quella sincerità che richiede attenzione e ascolto e dà fondo alla nostra sensibilità più profonda, alle nostre qualità più delicate: sensibilità che riesce a portarci dentro spazi di pensieri raccolti, per arrivare a un dialogo interno con noi stessi.
Per questo La stagione del figlio non solo è interessante come testo stimolante sulla condizione del mondo odierno, ma è un volume molto coinvolgente in cui è facile ritrovare storie che abbiamo vissuto o sentito. È un tipo di narrazione che focalizza tutta l’attenzione sui meccanismi mentali dei personaggi, sul loro mondo interiore, sui loro processi psichici, sulle emozioni che derivano dal profondo, sugli stati d’animo e sulle riflessioni consce o inconsce. L’attenzione della scrittrice si sposta spesso dalla descrizione oggettiva a quella soggettiva; prevale la focalizzazione interna e si utilizza il discorso diretto, il discorso indiretto libero, il flusso di coscienza e il monologo interiore, una tecnica narrativa che permette allo scrittore di esporre, in modo spontaneo, i pensieri, i ricordi e le emozioni dei protagonisti. I piani temporali si mescolano senza una vera e propria successione logica, dal momento che seguono il corso dei pensieri, soprattutto della psicologa, Lisa. La trama è caratterizzata da frequenti flashback e lunghe pause, dedicate a descrizioni soggettive e a sequenze riflessive, a flussi di coscienza in cui i pensieri si affastellano e si muovono tra presente e passato, tra i ricordi e il tempo attuale, diventano dei quadri familiari, in cui ogni pensiero ed emozione viene rappresentato in modo particolareggiato.
Tra le pagine emerge chiaramente la professione della scrittrice, quella di counseler.
Gestire la propria vita non è un compito facile e richiede spesso l’intervento di una guida, di qualcuno che possa accompagnare nel percorso di crescita per diventare "se stessi al meglio". Nasce il counseling, definito come «un processo di interazione tra due persone, counselor e cliente, il cui scopo è quello di abilitare il cliente a prendere una decisione riguardo a scelte di carattere personale»: è un insieme di abilità, atteggiamenti e tecniche per "aiutare la persona ad aiutarsi". Nel panorama delle professioni emergenti nel mercato del lavoro, il counselor rappresenta una figura di grande rilevanza che trova applicazione in molteplici settori, da quello scolastico all'ambito aziendale e sociale.
Questi e molti altri spunti da approfondire offre il libro di Cristina Dotto Viglino, che si offre a una lettura chiara e molto coinvolgente.
È un libro da leggere.
Cristina DOTTO VIGLINO, La stagione del figlio, Bagno a Ripoli (FI), Passigli Editori, 2025, pp. 196, € 18,50.
venerdì 13 marzo 2026
RECENSIONE
DOLCE MALINCONIA, SENSO DEL PASSATO,
EMOZIONE ESTETICA NELL’ULTIMA SILLOGE
DI FRANCESCO MACCIÒ
di Benito Poggio
Che dire? Pur nella
diversità di timbri e di argomenti, in vari “loci” e in particolare in quelle
dolenti iniziali evocazioni della “Sopraelevata” e delle “travi di ferro e
cemento” ho percepito richiami ai versi di un antico collega del Liceo Mazzini
di San Pier d’Arena: esattamente l’entusiasta e combattivo professore di Storia
e Filosofia Adriano Guerrini (1923-1986), che si distinse soprattutto come
poeta autentico e caustico, capace però di agguerrito dialogo con i bellicosi
studenti in tempi di acuta contestazione alla quale dedicò un suo scritto. E mi
piace ricordare come nelle sue “Confessioni” lo stesso Guerrini recrimini che,
superati l’“Ermetismo” (per lui: “forma
senza contenuto”) e il “Neorealismo” (per lui: “contenuto senza forma”) non
si sia pervenuti ad un’agognata “Sintesi” (per lui: “forma e contenuto”), e si
siano invece “aperte le porte del caos”. Ebbene, io sono convinto che l’ultima raccolta –
dedicata alla madre, “dalle sette vite come i gatti” tanto che rimase incolume,
quasi novantenne, dopo una caduta dalle scale – “Ritratto di donna al
mare con bambino” di Francesco Macciò ricca com’è di una novantina di testi
vitali e innovativi per generale impostazione, espressività e densi di alto
significato tanto sul senso della vita quanto della morte, Guerrini l’avrebbe
fatta rientrare proprio in quella “Sintesi” di “forma e contenuto” da lui
auspicata. A parte l’accattivante titolo, non dovete pensare che io stia
esagerando: i testi della raccolta sono davvero avvincenti e convincenti,
trascinanti e coinvolgenti, tutti immersi nella vita vissuta e aggrappati al
tempo del ricordo e ampliati nel ricordo del tempo, dice il poeta, “che non si
fa aspettare”. Sono soprattutto, come anticipato, testi innovativi perché
lontani non solo dalle correnti citate da Guerrini, ma ancor più, lasciatemelo
dire, dalle deamicisiane mode lacrimose e moralisticheggianti che ancora
germinano nei caotici tempi nostri quando si allude alla madre e a lei si
dedicano versi. Qui si tratta, in effetti, di un affascinante, nostalgico e
perdurante viaggio nel tempo reale e nella vita vissuta, tra ricordi e memorie
collegati alla famiglia nel senso più largo, rimembranze e
reminiscenze di momenti reali, progetti e flashback, speranze e rievocazioni, emozioni forti e
affetti presenti, vivi e sentiti nel profondo con grandissima sensibilità: la
madre Giovanna Carraro; il padre Giambattista, detto Gino; Virginia Noli, la
nonna materna; Evelina, la prozia materna, dal nome di stampo joyciano, che
gestiva un negozio di vasellame a tempo pieno: solo dieci i giorni di vacanza
trascorsi a Sestri Levante in settembre; i figli Sofia Diletta (in prezioso
acrostico) e Andrea Angelo: a tutti, ultimi ma non meno importanti, si accodano
i due gatti Rosso e Antracite. Per una piena e consapevole comprensione del
testo di alta sensibilità umana e creativamente lirico è bene non tralasciare,
ma dedicarsi con voluta concentrazione e dovuta compenetrazione alla lettura
del pensiero critico dei tre noti e competenti Prefatori. Come bene pone in
risalto lo scrittore, poeta e primo prefatore Giuseppe Conte, coloro che, per
la prima volta, si accostano a quest’opera poetica ne possono cogliere, una
particolare intima ricchezza di “memoria quotidiana, carica non solo delle età
dell’uomo, ma in ispecie di dolcezza e malinconia”. Transitando al secondo
prefatore, il poeta, traduttore e critico letterario svizzero Fabio Pusterla,
risulta evidente come egli tenda a rimarcare e rimarchi “il senso di un passato
che sfuma nel buio e nell’oblio”: ed è proprio così nei versi del nostro poeta,
ma ciò non avviene astrattamente o inconsapevolmente, bensì attraverso figure
concrete: su tutte quelle filialmente accentuate della madre e del padre
(entrambe da me conosciute), e varie
altre ancora. Il terzo critico Davide Conrieri, studioso e docente alla
Normale di Pisa, puntualizza la sua emozione sul piano estetico, legata ai temi
centrali “ricordo e tempo” (pienamente condivisi) associati alle figure della
madre più volte presente, del padre essenziale nei “Dialoghi” e con lui, che
simboleggia il passato, i due figli Sofia e Andrea in quanto proiezioni del
futuro e nel futuro. Dell’autore Francesco Macciò – genero del prof.
Angelo Corsello, a lungo Preside del Liceo Mazzini (e mio), di cui ha sposato
la figlia Ilaria – ho avuto già
occasione di scrivere in altre occasioni in merito ad altre sue opere di
prestigio sia in prosa che in poesia. Qui ci tengo a precisare ch’egli –
nel suo sforzo costante di tendere contemporaneamente all’“opus perfectum” e ad
una forma crescente e non comune di “disappropriazione” – ritorni spesso
su quanto ha scritto e non si decida a renderlo pubblico prima di averne messo
alla prova qualche pezzo in pubblica lettura. Già il delicato e insieme
intensamente espressivo titolo della silloge, Ritratto di donna al mare con
bambino, palesa e preserva, per me, una certa qual soffusa e dolce squisitezza
propria delle Madonne raffaellesche. La silloge, mi ripeto, è tutta impostata
sulla vivida arte della memoria, come negli splendidi e insieme toccanti versi
che, riportandoli in vita, ridanno vita ai genitori del poeta: “Si stringe in
un grumo / di memorie il cuore in festa: / mio padre, mia madre,…”.
Quanti e quanti versi varrebbe la pena ch’io riportassi per suscitare nei lettori partecipazione emotiva
ed affettiva tanto nei confronti d’una madre solerte e premurosa al pari di
quelli che, ripieni di delicatezza, riecheggiano un antico passato riuscendo a
fonderlo tutto col presente del poeta-padre: “Ma oggi con il tuo
bambino / – lo tenevi sicura per mano / al riparo dal sole – / risalivi la
sabbia come un’onda / che esce dal mare e non ritorna. / Lungo la riva intanto,
/ ignari di noi, i miei figli / scavavano fino all’acqua / una buca profonda.”,
quanto nei confronti d’un padre col quale emerge e si impone “un rapporto
complicato” che risalta e si esalta, a momenti, in tenero turbamento di
faticosa reciproca verità come nei versi in cui l’autore fattosi padre
anch’egli: “Mi porto sulle spalle il peso di quello che sono, / di quello che
sei stato, i volti che incontro, / la storia di un rapporto complicato, / oh,
com’eri stanco, come sono stanco anch’io / adesso, padre.” E qui il poeta
Macciò, nei trepidi versi richiamati in apertura che sanno di dolente
premonizione, raggiunge, a mio parere quella “agognata sintesi” auspicata da
Guerrini di cui ho detto: “Ti eri fermato sulla Sopraelevata / rallentando, / accostando
di lato, / la dolcezza rassegnata del tuo sguardo / dentro tutte le cose / che
non avevi saputo dire.” Voglio concludere con versi, a mio parere bellissimi e
poeticissimi, dal respiro classico, d’anima e calco leopardiani: “Se soltanto potessimo
scoprire / nel profilo scavato dei monti / quell’orizzonte che non conosciamo…”.
Non è da perdere, all’interno dell’opera, quel felice e ben riuscito capolavoro
che è “Numerologia”: senz’altro avrebbe fatto schiattare di sorpresa e di gioia
Gianni Rodari, che con i numeri s’è divertito nelle sue opere, combinandone di
tutti i colori! Ma tanti e tanti altri versi e soprattutto “lo sciabordio incessante
di voci” mi ha colpito e sono “voci” indelebili che restano scolpite dentro di
me e nell’animo di chiunque ad esse presterà ascolto. Sono certo che accadrà a
tutti i solerti lettori della presente silloge.
Francesco MACCIO', Ritratto di donna con bambino, Pasturana (AL), puntoacapo, 2025, € 15,00.



