lunedì 7 settembre 2026

RECENSIONE

Rosa Elisa Giangoia
La recente silloge poetica LE STAGIONI. La poesia a scuola del poeta romagnolo Franco Casadei è un ottimo esempio di come la scuola, fin dagli anni delle elementari, per proseguire poi alle medie, possa impegnarsi per mettere attivamente in contatto i bambini e i ragazzi con la poesia, aiutandoli a comprendere le peculiari caratteristiche e le interne dinamiche espressive dei testi per renderli capaci di gratificanti esperienze di personale creatività. Infatti questa raccolta di poesie di Franco Casadei è nata dagli incontri svoltisi in diversi laboratori di poesia in classi degli ultimi anni delle elementari e di quelli delle medie dell’Istituto scolastico della Fondazione del Sacro Cuore di Cesena. Tra i tanti temi dell’ampia e pregevole produzione poetica di Franco Casadei, che si sfaccetta in sei raccolte di poesia, le insegnanti hanno voluto scegliere il tema delle stagioni, ritenendolo particolarmente stimolante per gli allievi che potevano sentirsi coinvolti con componimenti poetici, brevi ed efficaci, in cui l’autore descrive i momenti caratteristici delle varie stagioni, creando sovente occasioni di riflessione su universali momenti esistenziali della natura per cogliere il mistero sottostante all’apparenza. Sono stati così proposti agli alunni componimenti poetici ispirati all’autore da aspetti tipici delle diverse stagioni: la rinascita della natura a primavera con l’esplosione dei fiori; il maturare dei frutti in estate, con l’insidia dei temporali; i colori dell’autunno con le foglie che volteggiano nel vento; la neve e le brine invernali, quando tutto sembra morto. La lettura dei testi è stata arricchita accostando alla poesia la musica e la pittura con l’ascolto delle Quattro stagioni di Vivaldi e la proiezione di opere pittoriche sugli stessi temi. Tutto questo per comunicare come la nostra esistenza terrena sia contraddistinta dal dono della vita della natura che si risveglia, germoglia, matura e muore nella certezza profetica per l’uomo del suo rinascere a primavera. Particolarmente significative in questa prima sezione, alcune conclusioni delle poesie, improntate alla sicurezza della ripresa primaverile e alla fiducia nella vita: “Bisogna soltanto stare in attesa” (Primavera che bussa, p. 16); “La primavera è piombata sui colli / nei giardini e lungo le valli / e sul nostro desiderio di vita” (Un’aria diversa, p. 17); “Finito il letargo, la vita / una promessa mantenuta” (Dopo il letargo dell’inverno, p. 18); “La campagna / pigramente si abbandona / alla luce gravida d’attesa” (Luce d’estate, p. 21); “Ancorché deboli e fragili / ci sentiamo attesi” (Lungo i sentieri delle Dolomiti, p. 26); “Niente rinasce / se non si muore” (Se non si muore, p. 33); “…sementi / che obbediranno ai ritmi saggi / del letargo e del risveglio, / nell’attesa di chi tesserà l’ordito / dietro l’occulta soglia” (Tempo di semina, p. 38): “…il chicco seminato, //…crisalide avvolta nel mistero / nell’attesa paziente / del chiarore lustrale dell’alba” (Il chicco, p. 39); “ma questa morte apparente / farà in modo che la terra riposi / e di nuovo, a marzo, risorga” (Dopo l’afa dell’estate, p. 42); “ma i nidi lo sanno che non si parte / se non per ritornare” (Nidi a gennaio, p. 48): “ancora un poco, / esploderanno i prati” (L’ultima sciata, p. 49). Sono sensazioni ed emozioni che sovente tutti abbiamo provato, ma che solo chi ha un animo e un’ispirazione poetica, corroborata da maturità umana ed esperienza culturale, può riuscire ad esprimerle in modo personale, con originale efficacia e capacità di comunicare e coinvolgere, con semplicità e chiarezza espressiva, in un linguaggio limpido e trasparente, percorso da sottili sonorità. Indubbiamente un tipo di poesia, quella di Franco Casadei, molto adatta e valida per iniziare a questa importante esperienza i più giovani, per la sua essenzialità e forza espressiva, all’insegna di una quotidianità sempre sostenuta da sottese riflessioni esistenziali. Caratteristiche che perdurano anche nella seconda sezione, in cui il poeta descrive manifestazioni meteorologiche tipiche di stagioni diverse, quali le nebbie, l’afa, i temporali, il vento, ma anche momenti più particolari e rari, quali L’arcobaleno che il poeta definisce “luminosa falce fra le nubi, / il segno che la vita / lentamente ricomincia, / un abbraccio / che ci raccoglie nella pace (p. 58) e il vento che Fa danzare le lucciole sul grano (p. 59) che dimostrano la personale sensibilità del poeta capace di osservare con acutezza il mondo della natura per cogliere consonanze e correlazioni. E ancora, nella terza parte (La danza delle ore), vengono colte con sottile e attenta percezione le diverse ore della giornata, dall’aurora all’alba, al tramonto e al buio della notte. Anche qui con notazioni originali e profonde, espresse con la forza della semplicità: “Il mondo è apparso all’alba. / Vale la pena attenderla / come fosse la prima. Ogni volta” (L’alba, p. 65) e “al risveglio / la faccia dei bambini / sa sempre d’aurora” (Si fa sera… e poi mattina, p. 70). Infine il poeta trova elementi di più diretta e personale comunanza con i ragazzi proponendo, nella sezione Terre contadine e case abbandonate, immagini di Terre contadine della Romagna dove echeggia “La memoria di tante voci, un canto di elegia / nel silenzio delle campagne abbandonate (p. 73) e si incontrano case abbandonate: “Scalcinate , le case contadine dei tempi andati / senz’acqua corrente e senza luce” dove “… fra sterpi e rovi spuntano ancora / i germogli delle rose di nonne e mamme” che “che hanno regalato odore ai giorni di fatica / e qualche momento di conforto per fare sera” (p. 75). Certamente intenso sarà stato il coinvolgimento emotivo nelle classi alla lettura dell’ultima lirica della silloge La mai chiusa ferita (p. 76) in cui il poeta rievoca, con mai sopita emozione e mai cancellato dolore, la morte dei suoi fratelli Bruno e Rosalba, di undici e dodici anni, avvenuta nella sua prima infanzia, annegati in un torrente nei pressi di Bertinoro, in Romagna. Ci auguriamo che la testimonianza poetica di questa esperienza didattica possa diventare un incentivo e un modello per avvicinare i più giovani alla poesia in molte altre scuole. Franco CASADEI, LE STAGIONI. La poesia a scuola, Prefazione di Mirella Amadori, Itaca Edizioni, Castel Bolognese (RA), 2026, pp. 80, € 12,00.

martedì 25 agosto 2026

RECENSIONE

Leggere il romanzo Il mio amico Mishima di Max Gobbo è stata per me l’occasione per recuperare e rivivere le forti emozioni, sprofondate ormai nel fondo della mia memoria giovanile, provate quando nel lontano 25 novembre del 1970 si diffuse la notizia del Seppuko, ovvero “suicidio rituale” dello scrittore giapponese Yukio Mishima, compiuto pubblicamente, di fronte alle telecamere televisive, con studiata spettacolarità. In Italia non era facile comprendere a fondo la valenza e il significato politico e culturale di quel gesto estremo. Anche se noi vivevamo ancora l’onda lunga delle proteste e delle manifestazioni studentesche del Sessantotto che portarono poi all’ “autunno caldo”, non era certo agevole comprendere la ben diversa e più complessa situazione del Giappone, dove, dopo la sconfitta della Seconda Guerra Mondiale e l’occupazione statunitense, il paese ufficiale rinnega il suo passato storico, tanto che l’imperatore smentisce la propria origine divina, mentre si diffonde una rieducazione laica, egualitaria e democratica, in linea con il mondo occidentale, che vuole abbandonare l’eroismo, il senso dell’onore e del dovere, incarnato dai kamikaze, votati al sacrificio per il loro paese. Contro questa forzata modernizzazione si pongono la figura e l’opera letteraria di Mishima che il 5 ottobre 1968 fonda Tatenokai, la “Società degli Scudi”, una piccola milizia privata finalizzata a ridare vita agli antichi valori tradizionali del Giappone per farlo tornare al suo splendore, ormai tramontato. Ma in campo ci sono anche i componenti del movimento di sinistra Zenkyoto che non accetta le posizioni di Mishima e si batte contro il dominio statunitense sul paese. Sulla macrostoria di questo complessa contrapposizione di idee, in cui si scontrano tradizione, americanizzazione, filo-comunismo, nonché contrarietà allo stalinismo russo, si snoda la microstoria di Kazuo, un giovane studente, brillante e ribelle, con vive aspirazioni letterarie, affascinato dal pensiero di Mishima, tanto da chiedere di entrare nella sua “Società degli scudi”. Purtroppo la sua richiesta non viene accolta, a causa della sua troppo giovane età. Amareggiato per questo rifiuto, ma anche per la contrapposizione con il suo professore, strenuo oppositore di Mishima, e preoccupato per i soprusi e le angherie, nei confronti suoi e del suo amico Goro, di altri giovani della sua scuola, aderenti al gruppuscolo studentesco di Kobatashi, dal nome dello studente anziano che li capeggiava, e che si ispirano al movimento studentesco Zenkyoto, di idee radicali e antigovernative, ma contrario al mondo americano e a quello russo. Ma Kazuo, trovandosi a disagio anche in casa, in quanto orfano adottato da degli zii che non comprendono i suoi ideali e le sue aspirazioni, prende una difficile decisione, quella di lasciare quella casa e di avventurarsi in un lungo e impegnativo viaggio da Sapporo a Tokio per incontrare il suo idolo Mishima, per chiedergli qualcosa, pur non sapendo bene cosa... nella prospettiva della ricerca della propria identità. A questo punto la narrazione assume i caratteri di romanzo d’avventure e di romanzo di formazione, in quanto il giovane Kazuo viene in contatto con ambienti e personaggi del variegato mondo giapponese che, nel bene e nel male, rappresentano la realtà del paese in quel momento difficile di contrasti e contrapposizioni, ma soprattutto viene a trovarsi in situazioni difficili e anche pericolose, da cui riesce ad uscirne per la sua abilità e astuzia, talvolta anche per un inaspettato colpo di fortuna. Tutto questo crea un’attraente e coinvolgente esperienza per il lettore, grazie all’abilità dello scrittore che ricostruisce lo sfondo con precisione storica e politica su cui fa scorrere le individuali dinamiche avventurose del protagonista con verisimiglianza, organizzando la narrazione degli episodi all’insegna della suspense, in una tensione narrativa sempre in crescendo verso un susseguirsi di spannung in ognuna della quali il nostro protagonista sembra definitivamente spacciato… Ogni volta fortunosamente riprende la sua strada con espedienti in cui il realismo si intreccia con dinamiche avventurose e d'azione. A questo si aggiungono efficaci penetrazioni psicologiche del protagonista e di altri personaggi e approfondite indagini emotive e sentimentali nei loro animi. Tutte le vicende avvengono in un crescendo di difficoltà, ma anche di crescita umana e di consapevolezza culturale per Kazuo che hanno il loro culmine quando il ragazzo assiste ad una manifestazione del Zenkyoto, entra in rapporto con i capi, a cui riesce con enfasi e sicurezza a manifestare tutta la sua contrarietà alle loro idee, per vederli poi fallire miseramente di fronte a uno scontro con la polizia. A questo punto non gli resta che trovare ancora una volta un espediente per raggiungere Tokio, nella speranza di poter incontrare il suo idolo Mishima. A Tokio arriva, ma lasciamo ai lettori il desiderio e la curiosità di sapere come si conclude la vicenda di questo giovane idealista e ardimentoso, alla fine di un romanzo avvincente e interessante che porta il lettore a conoscere un mondo diverso dal nostro in un momento difficile della sua storia. Rosa Elisa Giangoia Max GOBBO, Il mio amico Mishima, postfazione di Andrea Scarabelli, Alatri (FR), Idrovolante Edizioni, 2025, pp. 245, € 17,00.

mercoledì 24 giugno 2026

RECENSIONE

DONNE E UOMINI NELLA BUFERA
Rosa Elisa Giangoia
Il romanzo Le radici del mirto ricompare in una nuova edizione dopo sette anni dalla sua prima pubblicazione, ripreso da una diversa casa editrice, il che conferma la forza e la validità di questa narrazione ambientata negli anni dal 1935 al 1945, quelli peggiori del Fascismo e quelli durissimi della Seconda guerra mondiale e della Resistenza al nazifascismo, intrecciando vicende parallele di personaggi diversi in quattro città, Genova, Parma, Milano e Firenze, all’inizio apparentemente lontane, ma che sempre più, per l’abilità narratologica dell’autrice, troveranno motivazioni e giustificazioni. Il titolo allude al nome di fantasia in cui si trova la casa che di fatto costituisce il punto nodale di tutta la storia, anche se a Genova non esiste una salita, o meglio una creuza, con questo nome, ma il riferimento alla pianta del mirto allude alle sue tradizionali virtù magiche e soprattutto all’ancestrale legame di questo arbusto alle figure femminili, di fatto protagoniste di tutte le vicende narrate. In realtà il protagonista che determina gli avvenimenti è Jean, un intellettuale genovese antifascista di origini ebraiche, costretto per queste ragioni ad abbandonare la carriera universitaria, trasferirsi a Milano e accontentarsi di portare avanti l’attività commerciale della sua famiglia. Questo personaggio riprende, nei suoi aspetti salienti, quello del nonno dell’autrice, di cui lei ha sempre sentito parlare con reticenza e solo a grandi linee nell’ambito della sua famiglia materna, come di tutte le altre figure che entrano in questa storia, per cui ha lavorato con ricerche e grande abilità nel riempire i vuoti del passato con la verisimiglianza, sostenuta dall’empatica sensibilità nei confronti dei caratteri psicologici dei personaggi e dalla capacità di creare le loro individuali sfere emotive e sentimentali. Jean deve coinvolgere nelle sue sventure la famiglia, costituita dalla moglie Ernesta e dalla due giovani figlie, Ale a Mari, sempre docilmente disponibili ad adattarsi alle sue necessità e ai suoi piani, anche se a loro non vengono mai pienamente chiariti, per cui non sempre si rendono conto dei problemi, talvolta drammatici, e dei pericoli che lui sta vivendo e che possono coinvolgere anche loro, come avviene quando la figlia minore è vittima, per odio razziale e politico, di una violenza sessuale da parte di un insospettabile e ambiguo padre di una sua compagna di scuola. Di qui la necessità per la famiglia di trasferirsi a Firenze. Intanto a Parma iniziano le vicende di Norma, una giovane e bella sartina che fugge dal suo paese di provincia per intraprendere la sua professione nel capoluogo, sperando in un lavoro più remunerativo e in una vita più soddisfacente. Purtroppo viene coinvolta dal fidanzato senza scrupoli in una tresca con un giovane della ricca borghesia parmense che l’abbandona quando lei rimane incinta. Dopo una sofferta gravidanza si trova costretta a prostituirsi, prima in case della sua regione per poi approdare a Genova. Intanto a Genova si snoda la vicenda di Perla, un’affascinante ereditiera genovese, coinvolta anche lei in complesse e dolorose vicende, finché tutto giunge a conclusione proprio nella Casa del Mirto, dove entrambe si ritrovano casualmente a vivere e dove è rimasta l’anziana domestica Colomba a custodire e a vigilare sugli eventi di chi lì ha vissuto i difficili giorni soprattutto degli ultimi anni, e dove Jean e la sua famiglia possono ritornare per riprendere la loro vita nei tempi difficili, ma pieni di speranze, del dopoguerra. Questo romanzo, di grande spessore umano oltre che storico, è, quindi, un affresco variegato di un decennio cruciale dell’Italia del secolo scorso in cui a dominare è stato prevalentemente il male, pur sovente rischiarato da luci di speranza che contribuiscono a infondere nei personaggi la forza di lottare contro gli eventi negativi. L’attenzione dell’autrice si è rivolta a molte figure di varia umanità per ceto sociale, cultura, temperamento e carattere: uomini e donne nel turbine di quegli anni, donne vincolate dai condizionamenti sociali e di mentalità proprî di quel tempo, uomini molto diversi: alcuni meschini e vittime di un’errata percezione della loro posizione nella società, altri, in particolare Jean, apprezzabili per la loro coerenza e per le loro qualità umane. Tutto questo viene narrato con una grande fluidità di scrittura che contribuisce, insieme all’impianto dell’intrecciarsi delle vicende, a rendere molto attraente la lettura. M.G. Marion CORRADI, Le radici del mirto, Noceto (PR), Massimo Soncini Editore, 2026, pp. 373, € 16,00.

martedì 16 giugno 2026

RECENSIONE

 


GIOVANI IN GUERRA

Rosa Elisa Giangoia

    Significativo elemento d’interesse del romanzo di Chiara Persico La speranza che ho di ritornare. La guerra dei Gualco è il presentare elementi di sintonia e di contrappunto con i Malavoglia del Verga. Sono passati quasi ottant’anni tra l’ambientazione del romanzo verghiano e quello della giovane scrittrice genovese, ma il fulcro della narrazione è per entrambi una famiglia con diversi figli, in cui i maschi vengono ad uno ad uno chiamati alle armi. Una situazione sentita in entrambi i casi come una vessazione, un dovere nei confronti dello Stato a cui si assolve senza nessun entusiasmo e con tanto dispiacere per dover lasciare il lavoro, abbandonare la famiglia con i suoi legami d’affetto e i nascenti amori giovanili, con il timore della guerra che domina su tutto.

    I Malavoglia sono pescatori che tentano la fortuna con il commercio e trovano la rovina, penalizzati anche dai negativi modelli di vita e dalle fuorvianti suggestioni che ’Ntoni acquisisce dal servizio militare. Dopo di lui sarà arruolato Luca per combattere nella Terza guerra d’indipendenza che gli ruberà la vita nella battaglia di Lissa.
    I Gualco, pur vivendo a Genova nel quartiere della Foce, tradizionalmente marinaio, sono ormai passati a lavorare nell’industria siderurgica dell’Ansaldo che sta trasformando Genova da città di commerci marittimi a terzo polo industriale italiano. I tre fratelli più grandi, Carlo, Erminio e Armando, sono costretti, appena ventenni, a partire per combattere nella Seconda guerra mondiale. A casa rimangono i genitori, Ernesto e Giovanna, e il fratello più piccolo, Natalino, nonno dell’autrice. Tra di loro si scambiano molte lettere, per la precisione 132, che Chiara Persico ha ritrovato e su cui ha lavorato, tra verisimiglianza e verità, per ricostruire gli anni difficili dal 1940 al 1943, di questa famiglia nel tragico turbine della guerra che travaglia i giovani al fronte, con gli spostamenti, le fatiche e i rischi della vita militare, e gli altri che sono rimasti a casa con le privazioni e le paure dei bombardamenti.
    Quello che emerge è un grande affresco di vita quotidiana soprattutto di persone che trascorrono le loro difficili giornate nel “casone” di via Cecchi a Genova, quel “casone giallo” che, dopo la guerra, sarà demolito in quanto ostacolo al nuovo percorso della via, con puntate a Boccadasse, ancora borgo di pescatori, nel tragico turbinio degli eventi bellici, con i bombardamenti e le fughe nei rifugi antiaerei, ma sempre con il pensiero ai loro cari sotto le armi, tra ansie e paure. Sono persone forti che, pur nelle difficoltà, trovano coraggio, sanno farsi animo, conservando la loro umanità, ancorandosi agli affetti e alla speranza di poter ritrovare una normalità che consenta di riprendere una vita serena. A maturare nei giovani al fronte è la consapevolezza della disorganizzazione dell’esercito e dell’inutilità della guerra che aveva già trovato fecondi semi nei volantini e negli scambi di opinioni nei giorni di lavoro in fabbrica.
    Luca dei Malavoglia muore nella battaglia di Lissa, una pesante sconfitta navale per l’Italia che, però, nei trattati di pace avrà il Veneto, il Friuli e altre terre. Anche Carlo, il maggiore dei Gualco, imbarcato sul sommergibile Velella, perisce quando questo “scompare negli abissi”, “silurato dall’inglese Shakespeare”. “È l’ultimo sommergibile ad essere affondato dagli Alleati nel Mediterraneo”, proprio l’8 settembre, per la mancata comunicazione dell’armistizio. Carlo con i suoi compagni “tocca terra a centotrentasette metri di profondità” e lì rimangono ancora ora, imprigionati nel sommergibile, a largo di Punta Licosa, senza riconoscimenti del loro sacrificio. Solo nel 2025 è stata lanciata dall’Associazione Salerno 1943 una petizione per il riconoscimento del Velella quale sacrario militare subacqueo per ricordare le vittime e promuovere attività commemorative.
    Questo romanzo, come quello del Verga, porta a riflettere sulla negatività della guerra, come costrizione che nella storia ha troppo spesso privato gli individui della libertà negli anni più belli della loro vita, portandone tanti alla morte, quasi sempre senza una necessità o utilità per il popolo, più spesso per le mire espansionistiche e di prestigio personale di chi ha in mano le leve del potere, ammantando i dolori, i sacrifici, i pericoli e le morti in un inutile alone di gloria.


Chiara PERSICO, La speranza che ho di ritornare. La guerra dei Gualco, Bari – Roma, Il Piroscafo Edizioni, 2025, pp. 300, € 19,00.



giovedì 11 giugno 2026

PRESERVARE CIÒ CHE VALE




Rosa Elisa Giangoia


Ametista è la protagonista di un romanzo distopico che trova le sue radici nel mondo dominato dal “Grande Fratello” di George Orwell, in cui un regime totalitario controlla tutti gli aspetti della vita e manipola la storia e il linguaggio, e in Farhenheit 451 di Ray Bradbury, in cui i libri, considerati illegali e pericolosi, vengono bruciati. Ma la storia narrata da Francesca Bardi si arricchisce con allusioni che ci portano al nostro presente e aprono prospezioni sul futuro.
Alessandra Cantoni, destinata a diventare Ametista, si trova a vivere in un futuro neppure troppo lontano, nel 2038, in cui vediamo amplificati e peggiorati molti aspetti che già stanno emergendo nel nostro mondo attuale. A dominare la società è il controllo tecnologico dell’Ufficio della Pace sociale di cui è severo e potente Gestore di Giustizia Ruggero Broneri, marito di Alessandra, accanto al quale lei conduce una vita agiata e tranquilla, ma esistenzialmente non soddisfacente, fino a quando scopre per caso OsaRe, un gruppo di ribelli al sistema che agisce in modo nascosto e clandestino per compiere azioni dimostrative finalizzate a salvare il pianeta dalle minacce della tecnologia e dalla perdita della memoria storica tramite la custodia e la sopravvivenza dei libri.
Alessandra si appassiona alle idee di questo gruppo in cui viene ben presto accettata con il cambiamento del suo nome in Ametista, si impegna al Rebis, una biblioteca clandestina, e viene progressivamente iniziata a inimmaginabili abilità e attività mentali che può sviluppare con rapidità ed efficacia grazie a una sua personale dote straordinaria, quella di entrare in un altro mondo, diverso nel tempo e nello spazio, attraverso la visione intensa e concentrata di un’immagine. Sempre più lontana da marito, severamente impegnato a contrastare OsaRe, penetra furtivamente nel suo studio per impossessarsi dei suoi piani d’azione contro i ribelli, ma per un’imprudenza finisce negli anni Settanta, priva delle possibilità di ritornare nel suo tempo e nel suo ambiente Qui vive un’appassionata storia d’amore con un altro marito, Sandro Accursi, finché gli amici di OsaRe riescono a rintracciarla e a convincerla a ritornare nel 2038 per impegnarsi nuovamente per il bene della causa. A questo punto inizierà per la donna una doppia vita: come Ametista, affiliata a OsaRe e spia dell’attività del marito, e come Alessandra, tranquilla moglie, attenta a non destare sospetti, accanto a Ruggero. La situazione si complica quando gli amici di OsaRe le fanno ritrovare Sandro, ormai molto anziano, ma sempre innamorato di lei, fino a precipitare quando Ruggero scopre il tradimento, distrugge il Rebis, provocando morti e feriti. Anche Ametista finisce in un carcere di massima sicurezza e la vicenda si avvia a una conclusione che non vogliamo anticipare al piacere della lettura.
Questa narrazione, condotta dalla scrittrice con fantasia e ottimo impianto narratologico, in un linguaggio fluido e controllato con apprezzabili punte di ironia, presenta una sequenza di fatti di forte tensione narrativa in cui prevalgono l’inaspettato e l’imprevisto, soprattutto quando si tingono di giallo, ma è anche costruita per andare oltre la semplice narrazione di fatti, nell’ l’intento di mettere in evidenza situazioni ed elementi problematici per far riflettere il lettore sulle crepe e storture del nostro presente che possono amplificarsi fino a diventare dirompenti in un non troppo remoto futuro.
Anche se oggi la produzione di libri è ampia e vitale, sappiamo, però, che la lettura dei testi stampati è fortemente insidiata dai social media, più facilmente attrattivi per la rapidità della comunicazione e per la ricchezza di immagini, proprio mentre il libro, come prodotto della creatività umana, sembra trovarsi sullo spartiacque dell’IA che potrebbe sottrarre i testi letterari alla fantasia, al ragionamento e alla creatività umana, trasformandoli in qualcosa di completamente diverso. Questa è la vera insidia che ci prospetta il nostro presente: non una distruzione o un divieto nei confronti dei libri, ma un affidarli alla tecnologia che non può fare altro che privarli della pienezza umana.
Tutto il romanzo di Francesca Bardi è un monito al custodire e al ricordare, un avvertimento a non demandare sempre di più alla tecnologia, a non renderla invasiva nella nostra vita per non perdere le nostre doti e le nostre capacità di esseri umani che sanno apprezzare e godere della bellezza, vivere liberi dai condizionamenti, capaci di fruire dello spirito critico in una situazione di libertà interiore.

Francesca BARDI, Ametista, Firenze, Lorenzo de’ Medici Press, 2026, pp. 160, € 15,00.

giovedì 19 marzo 2026

RECENSIONE

 


LA SPIRITUALITÀ DEL QUOTIDIANO

Rosa Elisa Giangoia   



    Dopo Ti stringo la mano mentre dormi (Fuorilinea, 2012), Il mio cuore è un asino (Nottetempo, 2015) e La sete (Aragno, 2020), Elena Buia Rutt, poetessa, traduttrice e critica letteraria, impegnata per circa vent’anni nei programmi culturali di Radio3 e Rai Storia, ci regala un nuovo interessante libro di poesie, Atterrare, che testimonia due momenti importanti della sua vita o meglio, un passaggio esistenzialmente molto significativo. Infatti la silloge, dapprima ripropone il precedente Il mio cuore è un asino, per poi passare ad un nuovo tempo in Vita di campagna: a segnare il passaggio è una scelta, un cambio di vita, è un "atterrare" in una terra diversa, dove la dimensione terrestre si può più facilmente verticalizzare.
    Le poesie della prima sezione, vera autobiografia minimalista, sono la voce sincera e autentica della poetessa che vive la centralità del suo io, osservandosi e descrivendosi in schegge di vita quotidiana esposte in una frammentata rapidità ritmica, in cui diventano occasioni di riflessione sul vivere, personale e generale, e soprattutto sul morire. A dominare queste liriche è il quotidiano in cui il cuore procede “sobrio e lento / per strade pietrose […] offuscato da un carico / grottesco” fino a raccogliere “le forze / per il salto sconosciuto” (Il mio cuore è un asino, pp. 47-48). La banalità dei giorni è qui riscattata dall’aprirsi di crepe di dubbiosa riflessione da cui scaturiscono sorgive vene di spiritualità vissuta nella consuetudine della famiglia e del lavoro, tra gioie, dolori, speranze e disillusioni. È un bisogno che nasce dal mistero: “eppure a volte all’improvviso / tirando da puledri / la macina dei giorni / si apre nel silenzio / uno spazio d’aria / che quando / lo attraversi / sorridi piano / come nevicasse” (Lo spazio di Dio, p. 27). È quel soffio d’aria che fa capire che “non siamo noi /seduti / a poppa / a tenere / la barra / del timone” (Dio a poppa). Ad insinuarsi è il dubbio di assistere “allo scorrere via / del sangue / della vita vera” (Le priorità, p. 75) fino al maturare della scelta della Vita di campagna a cui è dedicata la seconda parte della silloge, ispirata al trasferimento della poetessa e della sua famiglia dalla città di Roma alla campagna di Assisi, “ai piedi di Francesco”, come mi ha scritto Elena nella dedica del suo libro, in una casa “bianca rosa / robusta e contadina […] inginocchiata ai piedi / di Assisi […] per partecipare – senza pretese – al presepe / dalle retrovie” (Ai piedi di Assisi, p. 84). Elena, “lacerata / dall’intrico frenetico / dal subbuglio sguaiato / dalla smania vuota / della città” ha scelto di andare a vivere dove può dire “ricompongo i pezzi / e mi riparo l’anima” (Dis-trazione, pp. 85-86). Qui ritrova la pienezza dell’esistere in nuove gratificanti emozioni e sensazioni a contatto con il mondo della natura carico di memorie e di suggestioni francescane che la portano a una nuova invenzione del quotidiano (La decisione). Qui vive, come hanno detto “Tanti uomini sapienti […] per rallentare […], e ritrovar sé stessi / in una semplicità perduta” (Vita di campagna, p. 113), provando sensazioni completamente nuove a contatto con gli animali (“una pecora […] //, cani […] // papere pavoni e gatti” Ascesi, p. 112) e con gli alberi, per cui può sentirsi “ramo tra i rami / tronco tra i tronchi / radicato / nello slancio / di tutto ciò che cresce” (Ora et labora, p. 131). Ma, in questa nuova situazione, può anche sperimentare, senza lacerazioni, il senso di finitudine di fronte al divino e il riposo nella confidenza celeste (“stordita e stanca / mi incamminerò / al nostro nuovo appuntamento/ e Tu / che mi vieni incontro / ne sorriderai”, L’ultimo istante, p. 87; “- accelerando il passo / verso quel chiarore diffuso / giorno dopo giorno / mi preparo per il volo”, La palude, p. 89).
    Queste poesie ci fanno capire che in una società come la nostra, dominata da logiche di efficienza, da ritmi veloci e dalla rapidità dei consumi, occorre sapersi mettere al di fuori per una valutazione e anche per trovare le parole per dire ciò che è giusto, vero e importante, parole che inseguono la loro efficacia nel linguaggio della poesia che, proprio in questo, trova la sua giustificazione e necessità. In questa estraneità la poesia di Elena Buia Rutt si situa tra cielo e terra in una tensione costante, come ben esprime la lirica La vetta: “In bilico / sulla vetta aguzza / della montagna / resistiamo / tirando a noi / il Cielo / incatenato al braccio destro / e la Terra / incatenata al sinistro // piantati a croce / attendiamo / che al terzo giorno / quel cielo ci divori”, p. 88). Una situazione difficile da esprimere nella limitatezza delle parole umane che, però, la poetessa supera con la naturalezza del parlare quotidiano, con la semplicità referenziale degli oggetti casalinghi, delle comuni situazioni di vita a cui con guizzi di creatività espressiva sa infondere caratteri di trascendenza in un tessuto poetico originale, efficacemente significante e dotato di una sua bassa e sobria musicalità.

Elena BUIA RUTT, Atterrare, Monterotondo (MR), Fuorilinea, 2025, pp. 134, € 14,00.