giovedì 5 novembre 2026

RECENSIONE

CHE COSA OLTRE IL PANE? 

 Rosa Elisa Giangoia 

 Anche quest’anno Maria Cristina Castellani ci offre in lettura il nuovo volume di racconti, prodotto insieme agli allievi che hanno frequentato il suo corso di scrittura creativa a Genova e a Imperia nel 2026. Il titolo del corso e del libro NON DI SOLO PANE è ricco di implicazioni, culturali, metaforiche e psicologiche. Infatti si parte dal versetto del Vangelo di Matteo: “Non di solo pane vivrà l’uomo” (4,3) per aprire una metaforica interrogazione sull’ “altro” dal pane, che non è soltanto l’evangelica “parola… di Dio”, ma che si può interpretare in una pluralità di risposte che trovano la loro radice e la loro ragione nella vita e nella psicologia dei tanti autori che compongono il libro. Nascono così diciotto racconti, suddivisi in gruppi secondo le stagioni dell’anno, a ciascuna delle quali è dedicata un’efficace e suggestiva poesia di Bruno Coppini. I racconti sono molto diversi tra di loro, nonostante tutti derivino dall’interrogarsi e dallo scoprire nell’animo di ciascuno che cosa sia quell’ “altro” che individualmente soddisfa il desiderio di oltrepassare il quotidiano, quel “qui” dove si mangia il pane, nel susseguirsi delle stagioni dell’anno, per attingere quell’ “oltre” che conforta il cuore, che dà pienezza all’esistenza e rende la vita soddisfacente. 
Per Anna Maria Rolleri, in Buon viaggio della vita, l’ “oltre” sono i ricordi dei viaggi, le memorie dei nonni e dei genitori scomparsi, i sessantatré anni trascorsi con il marito, apprezzato e stimato da molti, ma soprattutto il poter mettere per iscritto gli stati d’animo e i sentimenti legati a questi momenti.           Gaetano Di Vasta, invece, in Il mio mare, individua il suo “altro” nell’immensità del mare, quando “Calata la sera, la luna nel cielo, la brezza del mare, i gabbiani riposano” (p. 34) e “mare e sabbia [non] sono invasi dal benessere […]: palloni simili a meteoriti, salvagenti enormi di plastica, fischietti dei bagnini non ascoltati, pizzette trasportate da trattorini elettrici…” (p. 36). Per lui l’importante è essere solo di fronte al mare, per poterne cogliere tutta la meraviglia e la magia. Lo scenario è duplice per Bruno Coppini in Decisioni d’estate, da un lato la suggestiva attrazione per Francesco d’Assisi, esempio e modello di vita, dall’altro, anche qui, il fascino del mare, ma in questo caso in un tempo (Luglio) e in un posto particolare, Capo Miseno, per ritornare con la fantasia a quella spiaggia, luogo del cuore della sua infanzia. In Lungo la strada della mia vita Franca Ruggeri rievoca l’incontro con Un viandante misterioso, che inaspettatamente le offre aiuto per portare il peso delle borse, ma che soprattutto la esorta, o meglio vuole insegnarle, a vivere la sofferenza, perché solo da essa “si imparano tante cose, che nessun maestro ti potrà dire” (p.45). Di qui può nascere anche Il coraggio dell’amore, come quello che lega Silvia e Alba, tanto che la seconda insegna all’altra che “le tempeste si devono superare” (p. 48). Un altro paesaggio, un altro aspetto della natura è quello che rappresenta l’ “oltre” per Maria Angela Viterbo, in Il rifugio, in cui racconta il suo ritrovare se stessa in un incantato scenario alpino. Aurelia Werndorfer ritrova l’amica Sheila nella meraviglia marina di Portofino e tramite lei apprende la lezione di vita hindi che un Maestro aveva insegnato a suo padre, ufficiale in India, “esortandolo ad abbandonare il suo scetticismo, a lasciarsi andare, affrontando la vita giorno per giorno e l’amore con maggiore fiducia, se voleva raggiungere la felicità”. (p. 55) Legate all’infanzia e alla memoria sono le Storie di casa di Gabriele Lalatta Costerbosa: la prima, La casa di Argìa, ha un retroterra proustiano per la rievocazione di un sapore, quello della Burtleina che allora gli sembrò “divinamente deliziosa ed inimitabile” (p.70), a cui si accompagna l’eccitazione per una entusiasmante trasgressione di insuperabile attrattiva per un bambino! Il secondo, Entro in casa della gente, invece, è incentrato sull’esperienza dell’autore come volontario per l’assistenza ai malati che lo porta a condividere in case sconosciute con persone mai prima incontrate attimi decisivi tra la vita e la morte, in esperienze di intensa condivisione emotiva. Anche Maria Novella Carbone per il suo racconto Ho conosciuto un angelo si rifà alla sua attività di volontaria presso l’Ospedale Pediatrico Gaslini di Genova, dove ha assistito fino all’ultimo istante di vita un bambino abbandonato e condannato dalla malattia, senza mai poterlo dimenticare tanto da augurargli sempre di essere felice “ovunque…sia”. (p.76). Maria Elisa Avio, in Buoni come il pane, l’ “oltre” lo ritrova nel ricordo della preparazione del pane, con la “pasta madre” (p. 77) in una grande cucina ligure all’antica, ma soprattutto nell’incontro con una persona generosa e disponibile, come Isolina, a cui la lega un indimenticabile ricordo di grande reciproco affetto. Ad aprire confortevoli spazi al suo cuore per Rosalba Perusso, come racconta in Epifania, è il ricordo delle feste di Natale della sua infanzia e il poterne ritrovare il fascino nella convivialità della sua famiglia nella festività che… “tutte le altre porta via!”. Andrea Scatolero, in Doppia intesa, rievoca il giovanile incontro con quella che ha “riconosciuto da subito come la … compagna ideale” (p. 100) nell’immediata certezza che con lei “sarebbe stato per sempre” (p. 101). La loro intesa è stata la luce della loro vita, per cui sono ancora “solidali nel condividere il tempo che resta, nell’illusione di essere ancora giovani” (ivi). Per Rita Landini, in Il cuore non dimentica, a portarla al di là del quotidiano sono due Occhi verdi a cui si accompagna “il sorriso dolce” (p 108) di una persona, a poco a poco scivolata nella demenza, di cui si è occupata con generosa dedizione. Il terrazzo di Orero è il luogo dell’infinito per Maddalena Laura Grondona a cui piace lavorare la terra, anche se “è faticoso” (p.109), perché “i risultati del lavoro si vedono e con questi compare una certa soddisfazione” (ivi). Durante questa attività cerca “di coltivare momenti di gioia insieme alle … piante” (p. 115) e, recuperando nella memoria quanto lì ha vissuto in passato, si sente “più forte per affrontare il presente” (p. 115). Marulizza Robazza ha il sogno di una Rinascita “verso una quotidianità semplice” (p 119) e spera di trasferirsi in un’isola dell’Egeo, mentre ripercorre nella memoria i riti della celebrazione della Pasqua Ortodossa, in un presente carico di rimpianti per le traversie del passato, anche se ora confortata dal poter dire: “Le difficoltà superate da sola con la forza della preghiera mi hanno temprata, sto rinascendo in un’altra dimensione personale. In una qualità di vita autentica”. (p. 120). Per Gabriella Guasco il sogno ha un nome: Donne e alberi che si realizza nel creare fotografie di donne con un albero da loro scelto. Un albero che “Arriva, porta la felicità, se ne va” (p.123). Maria Rosa Politi in Per antiche strade rievoca due momenti, due itinerari, di confortante memoria, uno cittadino, in Il mio Parasio, in cui manifesta tutto l’amore per il centro storico della sua città, Imperia, dove vorrebbe fare la guida turistica per portare “a spasso i visitatori” (p.125) e illustrare “Il vero tesoro” del luogo, cioè “le sue storie”, in cui si nascondono “pezzi di vita” (p. 126). L’altro è lungo Il sentiero degli asparagi selvatici con la confortante meraviglia di “aria fresca, profumo di terra, ricordi che affiorano, vecchi, ma così vivi, caldi, preziosi…”. (p. 129) Il ritorno di Giuseppa Antonia Scicolone è un recupero di emozioni legate a piante e fiori e al suono della risacca del mare che le riporta vicino una persona importante nella sua vita, quella che le ha “insegnato a scrutare nell’assenza, ad attraversare il baratro dell’ignoto e in modi inusuali mi hai proposto di andare oltre le apparenze, per ricercare l’essenza della vita” (p. 132). Di tutto questo diventa correlativo oggettivo un “piccolo bocciolo” (p. 133) che rappresenta tutta la forza vitalistica della natura. Resta da scoprire cosa sia l’ “oltre” per Maria Cristina Castellani che con maestria ha saputo individuare un così interessante spunto umano e letterario per i partecipanti al suo corso di scrittura creativa e con abilità ha potuto condurli lungo il difficile percorso di realizzazione di questi testi che, tra filigrane della madeleine proustiana e delle Occasioni montaliane, offrono suggestive complementarietà al “pane”, tutte diverse, strettamente personali. Maria Cristina ci illustra il suo percorso creativo e didattico nell’Introduzione al tema: verso Emmaus, per poi darci due prove della sua abilità narrativa in Radure luminose e in Magia delle Feste e illustrare la “conclusione del percorso” (p. 134) in Password Illy. Alla fine è tutto molto chiaro: per Maria Cristina l’ “altro” è l’amicizia in senso lato, la disponibilità verso gli altri, la socializzazione, la creazione di legami solidi e durevoli che nascono dalla generosità del suo animo, in cui trovano affettuosa memoria anche le persone care che non ci sono più. Tutto questo trova esperienze di realtà e concretezza nella condivisione della tavola, quelle belle tavolate in casa sua, ricche di piatti buonissimi, realizzati con cura e abilità, a cui ringrazio di essere stata tante volte invitate anch’io, per momenti in cui la convivialità è stata veramente esperienza di amicizia e offrire il cibo agli ospiti è diventato segno di molto di più. Per questo, nell’ultima parte del libro, non potevano mancare le ricette di Maria Cristina con la rivelazione di numerosi piccoli, ma importanti, segreti accorgimenti culinari, riguardo alla preparazione del pane e di tante altre cose buone che con il pane hanno rapporti. Alle ricette si aggiungono spaccati di vita, memorie e rievocazioni, che inseriscono le preparazioni nella quotidianità e nello stesso tempo aprono orizzonti della memoria e degli affetti. Ancora una volta Maria Cristina Castellani, insieme ai suoi allievi della scuola di scrittura, ci ha regalato un libro molto interessante e coinvolgente. 

Non di solo pane. Racconti e ricette, a cura di Maria Cristina Castellani, Genova, De Ferrari Editore, 2026, pp. 199, € 18,00.

lunedì 7 settembre 2026

RECENSIONE

Rosa Elisa Giangoia
La recente silloge poetica LE STAGIONI. La poesia a scuola del poeta romagnolo Franco Casadei è un ottimo esempio di come la scuola, fin dagli anni delle elementari, per proseguire poi alle medie, possa impegnarsi per mettere attivamente in contatto i bambini e i ragazzi con la poesia, aiutandoli a comprendere le peculiari caratteristiche e le interne dinamiche espressive dei testi per renderli capaci di gratificanti esperienze di personale creatività. Infatti questa raccolta di poesie di Franco Casadei è nata dagli incontri svoltisi in diversi laboratori di poesia in classi degli ultimi anni delle elementari e di quelli delle medie dell’Istituto scolastico della Fondazione del Sacro Cuore di Cesena. Tra i tanti temi dell’ampia e pregevole produzione poetica di Franco Casadei, che si sfaccetta in sei raccolte di poesia, le insegnanti hanno voluto scegliere il tema delle stagioni, ritenendolo particolarmente stimolante per gli allievi che potevano sentirsi coinvolti con componimenti poetici, brevi ed efficaci, in cui l’autore descrive i momenti caratteristici delle varie stagioni, creando sovente occasioni di riflessione su universali momenti esistenziali della natura per cogliere il mistero sottostante all’apparenza. Sono stati così proposti agli alunni componimenti poetici ispirati all’autore da aspetti tipici delle diverse stagioni: la rinascita della natura a primavera con l’esplosione dei fiori; il maturare dei frutti in estate, con l’insidia dei temporali; i colori dell’autunno con le foglie che volteggiano nel vento; la neve e le brine invernali, quando tutto sembra morto. La lettura dei testi è stata arricchita accostando alla poesia la musica e la pittura con l’ascolto delle Quattro stagioni di Vivaldi e la proiezione di opere pittoriche sugli stessi temi. Tutto questo per comunicare come la nostra esistenza terrena sia contraddistinta dal dono della vita della natura che si risveglia, germoglia, matura e muore nella certezza profetica per l’uomo del suo rinascere a primavera. Particolarmente significative in questa prima sezione, alcune conclusioni delle poesie, improntate alla sicurezza della ripresa primaverile e alla fiducia nella vita: “Bisogna soltanto stare in attesa” (Primavera che bussa, p. 16); “La primavera è piombata sui colli / nei giardini e lungo le valli / e sul nostro desiderio di vita” (Un’aria diversa, p. 17); “Finito il letargo, la vita / una promessa mantenuta” (Dopo il letargo dell’inverno, p. 18); “La campagna / pigramente si abbandona / alla luce gravida d’attesa” (Luce d’estate, p. 21); “Ancorché deboli e fragili / ci sentiamo attesi” (Lungo i sentieri delle Dolomiti, p. 26); “Niente rinasce / se non si muore” (Se non si muore, p. 33); “…sementi / che obbediranno ai ritmi saggi / del letargo e del risveglio, / nell’attesa di chi tesserà l’ordito / dietro l’occulta soglia” (Tempo di semina, p. 38): “…il chicco seminato, //…crisalide avvolta nel mistero / nell’attesa paziente / del chiarore lustrale dell’alba” (Il chicco, p. 39); “ma questa morte apparente / farà in modo che la terra riposi / e di nuovo, a marzo, risorga” (Dopo l’afa dell’estate, p. 42); “ma i nidi lo sanno che non si parte / se non per ritornare” (Nidi a gennaio, p. 48): “ancora un poco, / esploderanno i prati” (L’ultima sciata, p. 49). Sono sensazioni ed emozioni che sovente tutti abbiamo provato, ma che solo chi ha un animo e un’ispirazione poetica, corroborata da maturità umana ed esperienza culturale, può riuscire ad esprimerle in modo personale, con originale efficacia e capacità di comunicare e coinvolgere, con semplicità e chiarezza espressiva, in un linguaggio limpido e trasparente, percorso da sottili sonorità. Indubbiamente un tipo di poesia, quella di Franco Casadei, molto adatta e valida per iniziare a questa importante esperienza i più giovani, per la sua essenzialità e forza espressiva, all’insegna di una quotidianità sempre sostenuta da sottese riflessioni esistenziali. Caratteristiche che perdurano anche nella seconda sezione, in cui il poeta descrive manifestazioni meteorologiche tipiche di stagioni diverse, quali le nebbie, l’afa, i temporali, il vento, ma anche momenti più particolari e rari, quali L’arcobaleno che il poeta definisce “luminosa falce fra le nubi, / il segno che la vita / lentamente ricomincia, / un abbraccio / che ci raccoglie nella pace (p. 58) e il vento che Fa danzare le lucciole sul grano (p. 59) che dimostrano la personale sensibilità del poeta capace di osservare con acutezza il mondo della natura per cogliere consonanze e correlazioni. E ancora, nella terza parte (La danza delle ore), vengono colte con sottile e attenta percezione le diverse ore della giornata, dall’aurora all’alba, al tramonto e al buio della notte. Anche qui con notazioni originali e profonde, espresse con la forza della semplicità: “Il mondo è apparso all’alba. / Vale la pena attenderla / come fosse la prima. Ogni volta” (L’alba, p. 65) e “al risveglio / la faccia dei bambini / sa sempre d’aurora” (Si fa sera… e poi mattina, p. 70). Infine il poeta trova elementi di più diretta e personale comunanza con i ragazzi proponendo, nella sezione Terre contadine e case abbandonate, immagini di Terre contadine della Romagna dove echeggia “La memoria di tante voci, un canto di elegia / nel silenzio delle campagne abbandonate (p. 73) e si incontrano case abbandonate: “Scalcinate , le case contadine dei tempi andati / senz’acqua corrente e senza luce” dove “… fra sterpi e rovi spuntano ancora / i germogli delle rose di nonne e mamme” che “che hanno regalato odore ai giorni di fatica / e qualche momento di conforto per fare sera” (p. 75). Certamente intenso sarà stato il coinvolgimento emotivo nelle classi alla lettura dell’ultima lirica della silloge La mai chiusa ferita (p. 76) in cui il poeta rievoca, con mai sopita emozione e mai cancellato dolore, la morte dei suoi fratelli Bruno e Rosalba, di undici e dodici anni, avvenuta nella sua prima infanzia, annegati in un torrente nei pressi di Bertinoro, in Romagna. Ci auguriamo che la testimonianza poetica di questa esperienza didattica possa diventare un incentivo e un modello per avvicinare i più giovani alla poesia in molte altre scuole. Franco CASADEI, LE STAGIONI. La poesia a scuola, Prefazione di Mirella Amadori, Itaca Edizioni, Castel Bolognese (RA), 2026, pp. 80, € 12,00.

martedì 25 agosto 2026

RECENSIONE

Leggere il romanzo Il mio amico Mishima di Max Gobbo è stata per me l’occasione per recuperare e rivivere le forti emozioni, sprofondate ormai nel fondo della mia memoria giovanile, provate quando nel lontano 25 novembre del 1970 si diffuse la notizia del Seppuko, ovvero “suicidio rituale” dello scrittore giapponese Yukio Mishima, compiuto pubblicamente, di fronte alle telecamere televisive, con studiata spettacolarità. In Italia non era facile comprendere a fondo la valenza e il significato politico e culturale di quel gesto estremo. Anche se noi vivevamo ancora l’onda lunga delle proteste e delle manifestazioni studentesche del Sessantotto che portarono poi all’ “autunno caldo”, non era certo agevole comprendere la ben diversa e più complessa situazione del Giappone, dove, dopo la sconfitta della Seconda Guerra Mondiale e l’occupazione statunitense, il paese ufficiale rinnega il suo passato storico, tanto che l’imperatore smentisce la propria origine divina, mentre si diffonde una rieducazione laica, egualitaria e democratica, in linea con il mondo occidentale, che vuole abbandonare l’eroismo, il senso dell’onore e del dovere, incarnato dai kamikaze, votati al sacrificio per il loro paese. Contro questa forzata modernizzazione si pongono la figura e l’opera letteraria di Mishima che il 5 ottobre 1968 fonda Tatenokai, la “Società degli Scudi”, una piccola milizia privata finalizzata a ridare vita agli antichi valori tradizionali del Giappone per farlo tornare al suo splendore, ormai tramontato. Ma in campo ci sono anche i componenti del movimento di sinistra Zenkyoto che non accetta le posizioni di Mishima e si batte contro il dominio statunitense sul paese. Sulla macrostoria di questo complessa contrapposizione di idee, in cui si scontrano tradizione, americanizzazione, filo-comunismo, nonché contrarietà allo stalinismo russo, si snoda la microstoria di Kazuo, un giovane studente, brillante e ribelle, con vive aspirazioni letterarie, affascinato dal pensiero di Mishima, tanto da chiedere di entrare nella sua “Società degli scudi”. Purtroppo la sua richiesta non viene accolta, a causa della sua troppo giovane età. Amareggiato per questo rifiuto, ma anche per la contrapposizione con il suo professore, strenuo oppositore di Mishima, e preoccupato per i soprusi e le angherie, nei confronti suoi e del suo amico Goro, di altri giovani della sua scuola, aderenti al gruppuscolo studentesco di Kobatashi, dal nome dello studente anziano che li capeggiava, e che si ispirano al movimento studentesco Zenkyoto, di idee radicali e antigovernative, ma contrario al mondo americano e a quello russo. Ma Kazuo, trovandosi a disagio anche in casa, in quanto orfano adottato da degli zii che non comprendono i suoi ideali e le sue aspirazioni, prende una difficile decisione, quella di lasciare quella casa e di avventurarsi in un lungo e impegnativo viaggio da Sapporo a Tokio per incontrare il suo idolo Mishima, per chiedergli qualcosa, pur non sapendo bene cosa... nella prospettiva della ricerca della propria identità. A questo punto la narrazione assume i caratteri di romanzo d’avventure e di romanzo di formazione, in quanto il giovane Kazuo viene in contatto con ambienti e personaggi del variegato mondo giapponese che, nel bene e nel male, rappresentano la realtà del paese in quel momento difficile di contrasti e contrapposizioni, ma soprattutto viene a trovarsi in situazioni difficili e anche pericolose, da cui riesce ad uscirne per la sua abilità e astuzia, talvolta anche per un inaspettato colpo di fortuna. Tutto questo crea un’attraente e coinvolgente esperienza per il lettore, grazie all’abilità dello scrittore che ricostruisce lo sfondo con precisione storica e politica su cui fa scorrere le individuali dinamiche avventurose del protagonista con verisimiglianza, organizzando la narrazione degli episodi all’insegna della suspense, in una tensione narrativa sempre in crescendo verso un susseguirsi di spannung in ognuna della quali il nostro protagonista sembra definitivamente spacciato… Ogni volta fortunosamente riprende la sua strada con espedienti in cui il realismo si intreccia con dinamiche avventurose e d'azione. A questo si aggiungono efficaci penetrazioni psicologiche del protagonista e di altri personaggi e approfondite indagini emotive e sentimentali nei loro animi. Tutte le vicende avvengono in un crescendo di difficoltà, ma anche di crescita umana e di consapevolezza culturale per Kazuo che hanno il loro culmine quando il ragazzo assiste ad una manifestazione del Zenkyoto, entra in rapporto con i capi, a cui riesce con enfasi e sicurezza a manifestare tutta la sua contrarietà alle loro idee, per vederli poi fallire miseramente di fronte a uno scontro con la polizia. A questo punto non gli resta che trovare ancora una volta un espediente per raggiungere Tokio, nella speranza di poter incontrare il suo idolo Mishima. A Tokio arriva, ma lasciamo ai lettori il desiderio e la curiosità di sapere come si conclude la vicenda di questo giovane idealista e ardimentoso, alla fine di un romanzo avvincente e interessante che porta il lettore a conoscere un mondo diverso dal nostro in un momento difficile della sua storia. Rosa Elisa Giangoia Max GOBBO, Il mio amico Mishima, postfazione di Andrea Scarabelli, Alatri (FR), Idrovolante Edizioni, 2025, pp. 245, € 17,00.

mercoledì 24 giugno 2026

RECENSIONE

DONNE E UOMINI NELLA BUFERA
Rosa Elisa Giangoia
Il romanzo Le radici del mirto ricompare in una nuova edizione dopo sette anni dalla sua prima pubblicazione, ripreso da una diversa casa editrice, il che conferma la forza e la validità di questa narrazione ambientata negli anni dal 1935 al 1945, quelli peggiori del Fascismo e quelli durissimi della Seconda guerra mondiale e della Resistenza al nazifascismo, intrecciando vicende parallele di personaggi diversi in quattro città, Genova, Parma, Milano e Firenze, all’inizio apparentemente lontane, ma che sempre più, per l’abilità narratologica dell’autrice, troveranno motivazioni e giustificazioni. Il titolo allude al nome di fantasia in cui si trova la casa che di fatto costituisce il punto nodale di tutta la storia, anche se a Genova non esiste una salita, o meglio una creuza, con questo nome, ma il riferimento alla pianta del mirto allude alle sue tradizionali virtù magiche e soprattutto all’ancestrale legame di questo arbusto alle figure femminili, di fatto protagoniste di tutte le vicende narrate. In realtà il protagonista che determina gli avvenimenti è Jean, un intellettuale genovese antifascista di origini ebraiche, costretto per queste ragioni ad abbandonare la carriera universitaria, trasferirsi a Milano e accontentarsi di portare avanti l’attività commerciale della sua famiglia. Questo personaggio riprende, nei suoi aspetti salienti, quello del nonno dell’autrice, di cui lei ha sempre sentito parlare con reticenza e solo a grandi linee nell’ambito della sua famiglia materna, come di tutte le altre figure che entrano in questa storia, per cui ha lavorato con ricerche e grande abilità nel riempire i vuoti del passato con la verisimiglianza, sostenuta dall’empatica sensibilità nei confronti dei caratteri psicologici dei personaggi e dalla capacità di creare le loro individuali sfere emotive e sentimentali. Jean deve coinvolgere nelle sue sventure la famiglia, costituita dalla moglie Ernesta e dalla due giovani figlie, Ale a Mari, sempre docilmente disponibili ad adattarsi alle sue necessità e ai suoi piani, anche se a loro non vengono mai pienamente chiariti, per cui non sempre si rendono conto dei problemi, talvolta drammatici, e dei pericoli che lui sta vivendo e che possono coinvolgere anche loro, come avviene quando la figlia minore è vittima, per odio razziale e politico, di una violenza sessuale da parte di un insospettabile e ambiguo padre di una sua compagna di scuola. Di qui la necessità per la famiglia di trasferirsi a Firenze. Intanto a Parma iniziano le vicende di Norma, una giovane e bella sartina che fugge dal suo paese di provincia per intraprendere la sua professione nel capoluogo, sperando in un lavoro più remunerativo e in una vita più soddisfacente. Purtroppo viene coinvolta dal fidanzato senza scrupoli in una tresca con un giovane della ricca borghesia parmense che l’abbandona quando lei rimane incinta. Dopo una sofferta gravidanza si trova costretta a prostituirsi, prima in case della sua regione per poi approdare a Genova. Intanto a Genova si snoda la vicenda di Perla, un’affascinante ereditiera genovese, coinvolta anche lei in complesse e dolorose vicende, finché tutto giunge a conclusione proprio nella Casa del Mirto, dove entrambe si ritrovano casualmente a vivere e dove è rimasta l’anziana domestica Colomba a custodire e a vigilare sugli eventi di chi lì ha vissuto i difficili giorni soprattutto degli ultimi anni, e dove Jean e la sua famiglia possono ritornare per riprendere la loro vita nei tempi difficili, ma pieni di speranze, del dopoguerra. Questo romanzo, di grande spessore umano oltre che storico, è, quindi, un affresco variegato di un decennio cruciale dell’Italia del secolo scorso in cui a dominare è stato prevalentemente il male, pur sovente rischiarato da luci di speranza che contribuiscono a infondere nei personaggi la forza di lottare contro gli eventi negativi. L’attenzione dell’autrice si è rivolta a molte figure di varia umanità per ceto sociale, cultura, temperamento e carattere: uomini e donne nel turbine di quegli anni, donne vincolate dai condizionamenti sociali e di mentalità proprî di quel tempo, uomini molto diversi: alcuni meschini e vittime di un’errata percezione della loro posizione nella società, altri, in particolare Jean, apprezzabili per la loro coerenza e per le loro qualità umane. Tutto questo viene narrato con una grande fluidità di scrittura che contribuisce, insieme all’impianto dell’intrecciarsi delle vicende, a rendere molto attraente la lettura. M.G. Marion CORRADI, Le radici del mirto, Noceto (PR), Massimo Soncini Editore, 2026, pp. 373, € 16,00.

martedì 16 giugno 2026

RECENSIONE

 


GIOVANI IN GUERRA

Rosa Elisa Giangoia

    Significativo elemento d’interesse del romanzo di Chiara Persico La speranza che ho di ritornare. La guerra dei Gualco è il presentare elementi di sintonia e di contrappunto con i Malavoglia del Verga. Sono passati quasi ottant’anni tra l’ambientazione del romanzo verghiano e quello della giovane scrittrice genovese, ma il fulcro della narrazione è per entrambi una famiglia con diversi figli, in cui i maschi vengono ad uno ad uno chiamati alle armi. Una situazione sentita in entrambi i casi come una vessazione, un dovere nei confronti dello Stato a cui si assolve senza nessun entusiasmo e con tanto dispiacere per dover lasciare il lavoro, abbandonare la famiglia con i suoi legami d’affetto e i nascenti amori giovanili, con il timore della guerra che domina su tutto.

    I Malavoglia sono pescatori che tentano la fortuna con il commercio e trovano la rovina, penalizzati anche dai negativi modelli di vita e dalle fuorvianti suggestioni che ’Ntoni acquisisce dal servizio militare. Dopo di lui sarà arruolato Luca per combattere nella Terza guerra d’indipendenza che gli ruberà la vita nella battaglia di Lissa.
    I Gualco, pur vivendo a Genova nel quartiere della Foce, tradizionalmente marinaio, sono ormai passati a lavorare nell’industria siderurgica dell’Ansaldo che sta trasformando Genova da città di commerci marittimi a terzo polo industriale italiano. I tre fratelli più grandi, Carlo, Erminio e Armando, sono costretti, appena ventenni, a partire per combattere nella Seconda guerra mondiale. A casa rimangono i genitori, Ernesto e Giovanna, e il fratello più piccolo, Natalino, nonno dell’autrice. Tra di loro si scambiano molte lettere, per la precisione 132, che Chiara Persico ha ritrovato e su cui ha lavorato, tra verisimiglianza e verità, per ricostruire gli anni difficili dal 1940 al 1943, di questa famiglia nel tragico turbine della guerra che travaglia i giovani al fronte, con gli spostamenti, le fatiche e i rischi della vita militare, e gli altri che sono rimasti a casa con le privazioni e le paure dei bombardamenti.
    Quello che emerge è un grande affresco di vita quotidiana soprattutto di persone che trascorrono le loro difficili giornate nel “casone” di via Cecchi a Genova, quel “casone giallo” che, dopo la guerra, sarà demolito in quanto ostacolo al nuovo percorso della via, con puntate a Boccadasse, ancora borgo di pescatori, nel tragico turbinio degli eventi bellici, con i bombardamenti e le fughe nei rifugi antiaerei, ma sempre con il pensiero ai loro cari sotto le armi, tra ansie e paure. Sono persone forti che, pur nelle difficoltà, trovano coraggio, sanno farsi animo, conservando la loro umanità, ancorandosi agli affetti e alla speranza di poter ritrovare una normalità che consenta di riprendere una vita serena. A maturare nei giovani al fronte è la consapevolezza della disorganizzazione dell’esercito e dell’inutilità della guerra che aveva già trovato fecondi semi nei volantini e negli scambi di opinioni nei giorni di lavoro in fabbrica.
    Luca dei Malavoglia muore nella battaglia di Lissa, una pesante sconfitta navale per l’Italia che, però, nei trattati di pace avrà il Veneto, il Friuli e altre terre. Anche Carlo, il maggiore dei Gualco, imbarcato sul sommergibile Velella, perisce quando questo “scompare negli abissi”, “silurato dall’inglese Shakespeare”. “È l’ultimo sommergibile ad essere affondato dagli Alleati nel Mediterraneo”, proprio l’8 settembre, per la mancata comunicazione dell’armistizio. Carlo con i suoi compagni “tocca terra a centotrentasette metri di profondità” e lì rimangono ancora ora, imprigionati nel sommergibile, a largo di Punta Licosa, senza riconoscimenti del loro sacrificio. Solo nel 2025 è stata lanciata dall’Associazione Salerno 1943 una petizione per il riconoscimento del Velella quale sacrario militare subacqueo per ricordare le vittime e promuovere attività commemorative.
    Questo romanzo, come quello del Verga, porta a riflettere sulla negatività della guerra, come costrizione che nella storia ha troppo spesso privato gli individui della libertà negli anni più belli della loro vita, portandone tanti alla morte, quasi sempre senza una necessità o utilità per il popolo, più spesso per le mire espansionistiche e di prestigio personale di chi ha in mano le leve del potere, ammantando i dolori, i sacrifici, i pericoli e le morti in un inutile alone di gloria.


Chiara PERSICO, La speranza che ho di ritornare. La guerra dei Gualco, Bari – Roma, Il Piroscafo Edizioni, 2025, pp. 300, € 19,00.



giovedì 11 giugno 2026

PRESERVARE CIÒ CHE VALE




Rosa Elisa Giangoia


Ametista è la protagonista di un romanzo distopico che trova le sue radici nel mondo dominato dal “Grande Fratello” di George Orwell, in cui un regime totalitario controlla tutti gli aspetti della vita e manipola la storia e il linguaggio, e in Farhenheit 451 di Ray Bradbury, in cui i libri, considerati illegali e pericolosi, vengono bruciati. Ma la storia narrata da Francesca Bardi si arricchisce con allusioni che ci portano al nostro presente e aprono prospezioni sul futuro.
Alessandra Cantoni, destinata a diventare Ametista, si trova a vivere in un futuro neppure troppo lontano, nel 2038, in cui vediamo amplificati e peggiorati molti aspetti che già stanno emergendo nel nostro mondo attuale. A dominare la società è il controllo tecnologico dell’Ufficio della Pace sociale di cui è severo e potente Gestore di Giustizia Ruggero Broneri, marito di Alessandra, accanto al quale lei conduce una vita agiata e tranquilla, ma esistenzialmente non soddisfacente, fino a quando scopre per caso OsaRe, un gruppo di ribelli al sistema che agisce in modo nascosto e clandestino per compiere azioni dimostrative finalizzate a salvare il pianeta dalle minacce della tecnologia e dalla perdita della memoria storica tramite la custodia e la sopravvivenza dei libri.
Alessandra si appassiona alle idee di questo gruppo in cui viene ben presto accettata con il cambiamento del suo nome in Ametista, si impegna al Rebis, una biblioteca clandestina, e viene progressivamente iniziata a inimmaginabili abilità e attività mentali che può sviluppare con rapidità ed efficacia grazie a una sua personale dote straordinaria, quella di entrare in un altro mondo, diverso nel tempo e nello spazio, attraverso la visione intensa e concentrata di un’immagine. Sempre più lontana da marito, severamente impegnato a contrastare OsaRe, penetra furtivamente nel suo studio per impossessarsi dei suoi piani d’azione contro i ribelli, ma per un’imprudenza finisce negli anni Settanta, priva delle possibilità di ritornare nel suo tempo e nel suo ambiente Qui vive un’appassionata storia d’amore con un altro marito, Sandro Accursi, finché gli amici di OsaRe riescono a rintracciarla e a convincerla a ritornare nel 2038 per impegnarsi nuovamente per il bene della causa. A questo punto inizierà per la donna una doppia vita: come Ametista, affiliata a OsaRe e spia dell’attività del marito, e come Alessandra, tranquilla moglie, attenta a non destare sospetti, accanto a Ruggero. La situazione si complica quando gli amici di OsaRe le fanno ritrovare Sandro, ormai molto anziano, ma sempre innamorato di lei, fino a precipitare quando Ruggero scopre il tradimento, distrugge il Rebis, provocando morti e feriti. Anche Ametista finisce in un carcere di massima sicurezza e la vicenda si avvia a una conclusione che non vogliamo anticipare al piacere della lettura.
Questa narrazione, condotta dalla scrittrice con fantasia e ottimo impianto narratologico, in un linguaggio fluido e controllato con apprezzabili punte di ironia, presenta una sequenza di fatti di forte tensione narrativa in cui prevalgono l’inaspettato e l’imprevisto, soprattutto quando si tingono di giallo, ma è anche costruita per andare oltre la semplice narrazione di fatti, nell’ l’intento di mettere in evidenza situazioni ed elementi problematici per far riflettere il lettore sulle crepe e storture del nostro presente che possono amplificarsi fino a diventare dirompenti in un non troppo remoto futuro.
Anche se oggi la produzione di libri è ampia e vitale, sappiamo, però, che la lettura dei testi stampati è fortemente insidiata dai social media, più facilmente attrattivi per la rapidità della comunicazione e per la ricchezza di immagini, proprio mentre il libro, come prodotto della creatività umana, sembra trovarsi sullo spartiacque dell’IA che potrebbe sottrarre i testi letterari alla fantasia, al ragionamento e alla creatività umana, trasformandoli in qualcosa di completamente diverso. Questa è la vera insidia che ci prospetta il nostro presente: non una distruzione o un divieto nei confronti dei libri, ma un affidarli alla tecnologia che non può fare altro che privarli della pienezza umana.
Tutto il romanzo di Francesca Bardi è un monito al custodire e al ricordare, un avvertimento a non demandare sempre di più alla tecnologia, a non renderla invasiva nella nostra vita per non perdere le nostre doti e le nostre capacità di esseri umani che sanno apprezzare e godere della bellezza, vivere liberi dai condizionamenti, capaci di fruire dello spirito critico in una situazione di libertà interiore.

Francesca BARDI, Ametista, Firenze, Lorenzo de’ Medici Press, 2026, pp. 160, € 15,00.