giovedì 19 marzo 2026

RECENSIONE

 


LA SPIRITUALITÀ DEL QUOTIDIANO

Rosa Elisa Giangoia   



    Dopo Ti stringo la mano mentre dormi (Fuorilinea, 2012), Il mio cuore è un asino (Nottetempo, 2015) e La sete (Aragno, 2020), Elena Buia Rutt, poetessa, traduttrice e critica letteraria, impegnata per circa vent’anni nei programmi culturali di Radio3 e Rai Storia, ci regala un nuovo interessante libro di poesie, Atterrare, che testimonia due momenti importanti della sua vita o meglio, un passaggio esistenzialmente molto significativo. Infatti la silloge, dapprima ripropone il precedente Il mio cuore è un asino, per poi passare ad un nuovo tempo in Vita di campagna: a segnare il passaggio è una scelta, un cambio di vita, è un "atterrare" in una terra diversa, dove la dimensione terrestre si può più facilmente verticalizzare.
    Le poesie della prima sezione, vera autobiografia minimalista, sono la voce sincera e autentica della poetessa che vive la centralità del suo io, osservandosi e descrivendosi in schegge di vita quotidiana esposte in una frammentata rapidità ritmica, in cui diventano occasioni di riflessione sul vivere, personale e generale, e soprattutto sul morire. A dominare queste liriche è il quotidiano in cui il cuore procede “sobrio e lento / per strade pietrose […] offuscato da un carico / grottesco” fino a raccogliere “le forze / per il salto sconosciuto” (Il mio cuore è un asino, pp. 47-48). La banalità dei giorni è qui riscattata dall’aprirsi di crepe di dubbiosa riflessione da cui scaturiscono sorgive vene di spiritualità vissuta nella consuetudine della famiglia e del lavoro, tra gioie, dolori, speranze e disillusioni. È un bisogno che nasce dal mistero: “eppure a volte all’improvviso / tirando da puledri / la macina dei giorni / si apre nel silenzio / uno spazio d’aria / che quando / lo attraversi / sorridi piano / come nevicasse” (Lo spazio di Dio, p. 27). È quel soffio d’aria che fa capire che “non siamo noi /seduti / a poppa / a tenere / la barra / del timone” (Dio a poppa). Ad insinuarsi è il dubbio di assistere “allo scorrere via / del sangue / della vita vera” (Le priorità, p. 75) fino al maturare della scelta della Vita di campagna a cui è dedicata la seconda parte della silloge, ispirata al trasferimento della poetessa e della sua famiglia dalla città di Roma alla campagna di Assisi, “ai piedi di Francesco”, come mi ha scritto Elena nella dedica del suo libro, in una casa “bianca rosa / robusta e contadina […] inginocchiata ai piedi / di Assisi […] per partecipare – senza pretese – al presepe / dalle retrovie” (Ai piedi di Assisi, p. 84). Elena, “lacerata / dall’intrico frenetico / dal subbuglio sguaiato / dalla smania vuota / della città” ha scelto di andare a vivere dove può dire “ricompongo i pezzi / e mi riparo l’anima” (Dis-trazione, pp. 85-86). Qui ritrova la pienezza dell’esistere in nuove gratificanti emozioni e sensazioni a contatto con il mondo della natura carico di memorie e di suggestioni francescane che la portano a una nuova invenzione del quotidiano (La decisione). Qui vive, come hanno detto “Tanti uomini sapienti […] per rallentare […], e ritrovar sé stessi / in una semplicità perduta” (Vita di campagna, p. 113), provando sensazioni completamente nuove a contatto con gli animali (“una pecora […] //, cani […] // papere pavoni e gatti” Ascesi, p. 112) e con gli alberi, per cui può sentirsi “ramo tra i rami / tronco tra i tronchi / radicato / nello slancio / di tutto ciò che cresce” (Ora et labora, p. 131). Ma, in questa nuova situazione, può anche sperimentare, senza lacerazioni, il senso di finitudine di fronte al divino e il riposo nella confidenza celeste (“stordita e stanca / mi incamminerò / al nostro nuovo appuntamento/ e Tu / che mi vieni incontro / ne sorriderai”, L’ultimo istante, p. 87; “- accelerando il passo / verso quel chiarore diffuso / giorno dopo giorno / mi preparo per il volo”, La palude, p. 89).
    Queste poesie ci fanno capire che in una società come la nostra, dominata da logiche di efficienza, da ritmi veloci e dalla rapidità dei consumi, occorre sapersi mettere al di fuori per una valutazione e anche per trovare le parole per dire ciò che è giusto, vero e importante, parole che inseguono la loro efficacia nel linguaggio della poesia che, proprio in questo, trova la sua giustificazione e necessità. In questa estraneità la poesia di Elena Buia Rutt si situa tra cielo e terra in una tensione costante, come ben esprime la lirica La vetta: “In bilico / sulla vetta aguzza / della montagna / resistiamo / tirando a noi / il Cielo / incatenato al braccio destro / e la Terra / incatenata al sinistro // piantati a croce / attendiamo / che al terzo giorno / quel cielo ci divori”, p. 88). Una situazione difficile da esprimere nella limitatezza delle parole umane che, però, la poetessa supera con la naturalezza del parlare quotidiano, con la semplicità referenziale degli oggetti casalinghi, delle comuni situazioni di vita a cui con guizzi di creatività espressiva sa infondere caratteri di trascendenza in un tessuto poetico originale, efficacemente significante e dotato di una sua bassa e sobria musicalità.

Elena BUIA RUTT, Atterrare, Monterotondo (MR), Fuorilinea, 2025, pp. 134, € 14,00.

lunedì 16 marzo 2026

RECENSIONE

 


di Emilia Fragomeni

    L’ultimo libro di Cristina Dotto Viglino, La stagione del figlio, è un romanzo denso e compatto, ad altissima concentrazione emotiva. Un romanzo profondo che propone un tema attuale e scottante, che intreccia con sapienza esperienze pratiche, ricerche sociopsicologiche, riflessioni personali.
Racconta la storia di un ragazzo di oggi, Luca, un adolescente fragile e insicuro, che è “sballottolato” tra due madri, una madre biologica e una madre della mente che lo accompagna nella maturazione emotiva e un padre amareggiato e stanco, Stefano, operaio prossimo alla cassa integrazione. Luca è un adolescente sofferente, spesso vittima di bullismo e insicuro di sé al punto di arrivare ad infliggere ferite al suo stesso corpo.
    Cristina Dotto Viglino indaga in profondità la complessa condizione dei nostri adolescenti e del mondo che li circonda, tra pericoli, insuccessi, velleità, separazioni, solitudini… e con loro indaga anche tutta la società odierna. In questo libro notiamo, fin dall’inizio, un’intensa energia metaforica, che Cristina sviluppa con abile partecipazione, nascondendo tra le pieghe del pensiero significati profondi.
    Un flusso creativo, quello di Cristina, che, metaforicamente, può definirsi come un fiume in piena per la ricchezza lessicale e il ritmo incalzante. Pagine esplicative di una grande personalità quelle di questo libro.
    Cristina è scrittrice dotata di una ricchezza di linguaggio, che sorregge un pensiero accidentato, speculativo, creativo, frammentato, ma sempre intenso nei sentimenti, nell’umanità, nella speranza. Anche il linguaggio dei personaggi del romanzo risponde alla realtà, spesso cruda, del linguaggio reale.
    Nel libro si nota un’importante caratteristica: l’elevata capacità nel raccontare con quella sincerità che richiede attenzione e ascolto e dà fondo alla nostra sensibilità più profonda, alle nostre qualità più delicate: sensibilità che riesce a portarci dentro spazi di pensieri raccolti, per arrivare a un dialogo interno con noi stessi.
    Per questo La stagione del figlio non solo è interessante come testo stimolante sulla condizione del mondo odierno, ma è un volume molto coinvolgente in cui è facile ritrovare storie che abbiamo vissuto o sentito. È un tipo di narrazione che focalizza tutta l’attenzione sui meccanismi mentali dei personaggi, sul loro mondo interiore, sui loro processi psichici, sulle emozioni che derivano dal profondo, sugli stati d’animo e sulle riflessioni consce o inconsce. L’attenzione della scrittrice si sposta spesso dalla descrizione oggettiva a quella soggettiva; prevale la focalizzazione interna e si utilizza il discorso diretto, il discorso indiretto libero, il flusso di coscienza e il monologo interiore, una tecnica narrativa che permette allo scrittore di esporre, in modo spontaneo, i pensieri, i ricordi e le emozioni dei protagonisti. I piani temporali si mescolano senza una vera e propria successione logica, dal momento che seguono il corso dei pensieri, soprattutto della psicologa, Lisa. La trama è caratterizzata da frequenti flashback e lunghe pause, dedicate a descrizioni soggettive e a sequenze riflessive, a flussi di coscienza in cui i pensieri si affastellano e si muovono tra presente e passato, tra i ricordi e il tempo attuale, diventano dei quadri familiari, in cui ogni pensiero ed emozione viene rappresentato in modo particolareggiato.
    Tra le pagine emerge chiaramente la professione della scrittrice, quella di counseler.
    Gestire la propria vita non è un compito facile e richiede spesso l’intervento di una guida, di qualcuno che possa accompagnare nel percorso di crescita per diventare "se stessi al meglio". Nasce il counseling, definito come «un processo di interazione tra due persone, counselor e cliente, il cui scopo è quello di abilitare il cliente a prendere una decisione riguardo a scelte di carattere personale»: è un insieme di abilità, atteggiamenti e tecniche per "aiutare la persona ad aiutarsi". Nel panorama delle professioni emergenti nel mercato del lavoro, il counselor rappresenta una figura di grande rilevanza che trova applicazione in molteplici settori, da quello scolastico all'ambito aziendale e sociale.
    Questi e molti altri spunti da approfondire offre il libro di Cristina Dotto Viglino, che si offre a una lettura chiara e molto coinvolgente.
    È un libro da leggere.

Cristina DOTTO VIGLINO, La stagione del figlio, Bagno a Ripoli (FI), Passigli Editori, 2025, pp. 196, € 18,50.

venerdì 13 marzo 2026

RECENSIONE

 

DOLCE MALINCONIA, SENSO DEL PASSATO,

EMOZIONE ESTETICA NELL’ULTIMA SILLOGE

DI FRANCESCO MACCIÒ

 di Benito Poggio




Che dire? Pur nella diversità di timbri e di argomenti, in vari “loci” e in particolare in quelle dolenti iniziali evocazioni della “Sopraelevata” e delle “travi di ferro e cemento” ho percepito richiami ai versi di un antico collega del Liceo Mazzini di San Pier d’Arena: esattamente l’entusiasta e combattivo professore di Storia e Filosofia Adriano Guerrini (1923-1986), che si distinse soprattutto come poeta autentico e caustico, capace però di agguerrito dialogo con i bellicosi studenti in tempi di acuta contestazione alla quale dedicò un suo scritto. E mi piace ricordare come nelle sue “Confessioni” lo stesso Guerrini recrimini che, superati l’“Ermetismo” (per lui: “forma senza contenuto”) e il “Neorealismo”  (per lui: “contenuto senza forma”) non si sia pervenuti ad un’agognata “Sintesi” (per lui: “forma e contenuto”), e si siano invece “aperte le porte del caos”. Ebbene, io sono convinto che l’ultima raccolta dedicata alla madre, “dalle sette vite come i gatti” tanto che rimase incolume, quasi novantenne, dopo una caduta dalle scale “Ritratto di donna al mare con bambino” di Francesco Macciò ricca com’è di una novantina di testi vitali e innovativi per generale impostazione, espressività e densi di alto significato tanto sul senso della vita quanto della morte, Guerrini l’avrebbe fatta rientrare proprio in quella “Sintesi” di “forma e contenuto” da lui auspicata. A parte l’accattivante titolo, non dovete pensare che io stia esagerando: i testi della raccolta sono davvero avvincenti e convincenti, trascinanti e coinvolgenti, tutti immersi nella vita vissuta e aggrappati al tempo del ricordo e ampliati nel ricordo del tempo, dice il poeta, “che non si fa aspettare”. Sono soprattutto, come anticipato, testi innovativi perché lontani non solo dalle correnti citate da Guerrini, ma ancor più, lasciatemelo dire, dalle deamicisiane mode lacrimose e moralisticheggianti che ancora germinano nei caotici tempi nostri quando si allude alla madre e a lei si dedicano versi. Qui si tratta, in effetti, di un affascinante, nostalgico e perdurante viaggio nel tempo reale e nella vita vissuta, tra ricordi e memorie collegati alla famiglia nel senso più largo, rimembranze e reminiscenze di momenti reali, progetti e flashback, speranze e rievocazioni, emozioni forti e affetti presenti, vivi e sentiti nel profondo con grandissima sensibilità: la madre Giovanna Carraro; il padre Giambattista, detto Gino; Virginia Noli, la nonna materna; Evelina, la prozia materna, dal nome di stampo joyciano, che gestiva un negozio di vasellame a tempo pieno: solo dieci i giorni di vacanza trascorsi a Sestri Levante in settembre; i figli Sofia Diletta (in prezioso acrostico) e Andrea Angelo: a tutti, ultimi ma non meno importanti, si accodano i due gatti Rosso e Antracite. Per una piena e consapevole comprensione del testo di alta sensibilità umana e creativamente lirico è bene non tralasciare, ma dedicarsi con voluta concentrazione e dovuta compenetrazione alla lettura del pensiero critico dei tre noti e competenti Prefatori. Come bene pone in risalto lo scrittore, poeta e primo prefatore Giuseppe Conte, coloro che, per la prima volta, si accostano a quest’opera poetica ne possono cogliere, una particolare intima ricchezza di “memoria quotidiana, carica non solo delle età dell’uomo, ma in ispecie di dolcezza e malinconia”. Transitando al secondo prefatore, il poeta, traduttore e critico letterario svizzero Fabio Pusterla, risulta evidente come egli tenda a rimarcare e rimarchi “il senso di un passato che sfuma nel buio e nell’oblio”: ed è proprio così nei versi del nostro poeta, ma ciò non avviene astrattamente o inconsapevolmente, bensì attraverso figure concrete: su tutte quelle filialmente accentuate della madre e del padre (entrambe da me conosciute), e varie  altre ancora. Il terzo critico Davide Conrieri, studioso e docente alla Normale di Pisa, puntualizza la sua emozione sul piano estetico, legata ai temi centrali “ricordo e tempo” (pienamente condivisi) associati alle figure della madre più volte presente, del padre essenziale nei “Dialoghi” e con lui, che simboleggia il passato, i due figli Sofia e Andrea in quanto proiezioni del futuro e nel futuro. Dell’autore Francesco Macciò genero del prof. Angelo Corsello, a lungo Preside del Liceo Mazzini (e mio), di cui ha sposato la figlia Ilaria ho  avuto già occasione di scrivere in altre occasioni in merito ad altre sue opere di prestigio sia in prosa che in poesia. Qui ci tengo a precisare ch’egli nel suo sforzo costante di tendere contemporaneamente all’“opus perfectum” e ad una forma crescente e non comune di “disappropriazione” ritorni spesso su quanto ha scritto e non si decida a renderlo pubblico prima di averne messo alla prova qualche pezzo in pubblica lettura. Già il delicato e insieme intensamente espressivo titolo della silloge, Ritratto di donna al mare con bambino, palesa e preserva, per me, una certa qual soffusa e dolce squisitezza propria delle Madonne raffaellesche. La silloge, mi ripeto, è tutta impostata sulla vivida arte della memoria, come negli splendidi e insieme toccanti versi che, riportandoli in vita, ridanno vita ai genitori del poeta: “Si stringe in un grumo / di memorie il cuore in festa: / mio padre, mia madre,…”. Quanti e quanti versi varrebbe la pena ch’io riportassi per suscitare nei lettori partecipazione emotiva ed affettiva tanto nei confronti d’una madre solerte e premurosa al pari di quelli che, ripieni di delicatezza, riecheggiano un antico passato riuscendo a fonderlo tutto col presente del poeta-padre: “Ma oggi con il tuo bambino / – lo tenevi sicura per mano / al riparo dal sole – / risalivi la sabbia come un’onda / che esce dal mare e non ritorna. / Lungo la riva intanto, / ignari di noi, i miei figli / scavavano fino all’acqua / una buca profonda.”, quanto nei confronti d’un padre col quale emerge e si impone “un rapporto complicato” che risalta e si esalta, a momenti, in tenero turbamento di faticosa reciproca verità come nei versi in cui l’autore fattosi padre anch’egli: “Mi porto sulle spalle il peso di quello che sono, / di quello che sei stato, i volti che incontro, / la storia di un rapporto complicato, / oh, com’eri stanco, come sono stanco anch’io / adesso, padre.” E qui il poeta Macciò, nei trepidi versi richiamati in apertura che sanno di dolente premonizione, raggiunge, a mio parere quella “agognata sintesi” auspicata da Guerrini di cui ho detto: “Ti eri fermato sulla Sopraelevata / rallentando, / accostando di lato, / la dolcezza rassegnata del tuo sguardo / dentro tutte le cose / che non avevi saputo dire.” Voglio concludere con versi, a mio parere bellissimi e poeticissimi, dal respiro classico, d’anima e calco leopardiani: “Se soltanto potessimo scoprire / nel profilo scavato dei monti / quell’orizzonte che non conosciamo…”. Non è da perdere, all’interno dell’opera, quel felice e ben riuscito capolavoro che è “Numerologia”: senz’altro avrebbe fatto schiattare di sorpresa e di gioia Gianni Rodari, che con i numeri s’è divertito nelle sue opere, combinandone di tutti i colori! Ma tanti e tanti altri versi e soprattutto “lo sciabordio incessante di voci” mi ha colpito e sono “voci” indelebili che restano scolpite dentro di me e nell’animo di chiunque ad esse presterà ascolto. Sono certo che accadrà a tutti i solerti lettori della presente silloge.

Francesco MACCIO', Ritratto di donna con bambino, Pasturana (AL), puntoacapo, 2025, € 15,00. 

domenica 28 dicembre 2025

RECENSIONE

 


“Parole senza rumore”

Antologia poetica

a cura di Rosa Elisa Giangoia

L’antologia, edita per iniziativa dell’Associazione Culturale “Il Gatto Certosino”, trae il bel titolo “parole senza rumore” da un noto ed esteso testo montaliano e riunisce poesie e prose di venti autrici e nove autori (spiccata la superiorità lirica femminile!) che, a loro modo e secondo la personale ispirazione, hanno inteso omaggiare Montale nel centenario della pubblicazione di “Ossi di seppia” (1925-2025). L’opuscolo, snello e gradevole, riporta in copertina una minuziosa e artistica riproduzione a china intitolata “I girasoli” di Carla Cuminetti. Con la consueta perizia è stato curato e coordinato dalla scrittrice e poetessa, oltre che infaticabile animatrice culturale, Rosa Elisa Giangoia e pubblicato con singolare diligenza da AGF Edizioni. L’opera raccoglie, a vario titolo, una trentina circa di produzioni letterarie, compresa quella di chi scrive, volutamente taciuta nel commento. Ecco segnalati in elenco titoli, nominativi di autrici e autori seguiti da un’essenziale e brevissima chiosa. “...silente sinfonia” di Maria Grazia Bertora vuol essere “una tenera e melodiosa rievocazione della Natura nel mese di Aprile”; “sine titulo” di Lucina Margherita Bovio offre  “quattro versi di vera satira giocata sulla realtà che viviamo, da cui ci salva – sostiene la poetessa – Montale”; “Il cavalluccio marino di Montale” di Mario Bozzi Sentieri emerge in forma di omaggio a Montale “come un sogno che mai si spezza”; “Parole come pesci in un acquario” di Milena Buzzoni risuona con “un avvio improvviso e fulminante, che si carica poi di tante ricche e soffuse emozioni”; “Almeno un milione di scale” di Maria Cristina Castellani rievoca, sul ritmo del verso montaliano, “un’anonima coppia che ha sceso le scale della vita”; “Deserto” di Carla Cuminetti ci porta nella cappelletta di montagna ove l’autrice riesce a percepire “il rumore assordante del silenzio”; “Di mio nonno” e “E.D.” di Goffredo D’Aste si propongono in qualità di “due secche serie di versi sub mono-lemmi che si fanno visione e speranza”; “Il mare di Eugenio Montale” di Luigi De Rosa esprime la sua gratitudine a Montale per “la credibilità e il valore dati alla civiltà classica in «Mediterraneo»”; “Notte di Pasqua” di Mariangela De Togni fa rivivere la personale e intima tensione nell’“incerto colore dei pensieri”; “Cerco parole” di Emilia Fragomeni è viva e vissuta ricerca da cogliere “nel pergolato dell’anima”; “Il mio mare” di Maristella Garofalo è descritto come “acqua di madre feconda”;  Controcanto discordante” di Rosa Elisa Giangoia scopre e ritrova “la parola giusta nel dolore” come  risposta al montaliano male di vivere; “Montaliana” di Elvira Landò canta doucement rime dedicate a Montale, in cui augura “una ritrovata felicità”; “Omaggio a Eugenio Montale” di Patrizia Loria mira a “portare con sé il girasole impazzito di luce”; “Una giornata qualunque” di Marina Martinelli inquadra il “Limpido azzurro / di primavera”; “A salutare Angelo, a salutare Eugenio, il suo poeta” di Gigliola Mattiozzi descrive come “nel piccolo cimitero di San Felice a Ema si è recato a porgere il proprio saluto ad Angelo (Marchese), al “suo” Poeta Eugenio (Montale) e alla “di lui” moglie Drusilla (Tanzi); “Parole con il silenziatore (e un po’ d’amore)” di Alessandra Santy Melizia cantano il silenzio (incorniciato da un po’ d’amore) in versi di un sogno infinito; “Montale, l’Italsider e il barone siciliano” di Egidio Morando è da leggersi come un piacevolisssimo pezzo antologico di vita vissuta “con l’intervento di Montale in sostituzione di Eliot, liberatosi dall’incarico morendo”; “Dopo la tempesta” di Isa Morando sa creare una vivida suggestione provocata “dalla rabbia del mare” e da “un tenue luccichio di madreperla. Ossi di seppia.”, “Ricordo” di Rita Parodi Pizzorno ricompone una memoria dei suoi “verdi anni” quando incontrò poesia e arte di Montale; “Senza rumore” di Mario Pepe segnala di gustare “le carezze del sole, il vagare di una farfalla”; “Un amore che compie 40 anni” di Roberta Raviolo ricorda il suo primo intenso impatto con “Meriggiare pallido e assorto” e afferma che “mantiene un primato nella mia anima”, seguito da altre composizioni; “Νόστοι montaliani” di Giovanni Sighieri Danesin si concentra ad “Indagare le radici della poesia di Genio del dono nel centenario del dono” di “Ossi di seppia”; “sine titulo” di Marco Tassistro, in modo originale, propone e omaggia Montale e, richiamato nei suoi versi tre volte “il sole”,  conclude con l’eversivo distico “Questo meriggiare / pallido è assolto”; “Leggerò il mio futuro” di Elena Venere spone l’assurdità di leggerlo a causa delle “cent’anime che m’abitano / e che non so addomesticare”; “Mare nostrum” di Gabriella Vezzosi canta e rivolge “la mia preghiera… Tra saperi e sapori di mare”; “un sogno” di Franco Zangrilli rivela e interpreta il suo sogno “dove vivono i morti / ...con abiti smorti / e… risorti”; “Incontro con Eugenio Montale” di Guido Zavanone, qui riproposto da R.E.G., fa rivivere, da giovane poeta quale era, l’infelice incontro a Milano con Montale, da lui definito “senza prospettive” e che gli ispirò il lungo canto poetico “Gabbie”… composto per uscirne!

*ASSOCIAZIONE CULTURALE IL GATTO CERTOSINO Culturale “parole senza rumore”, Antologia poetica A CURA DI ROSA ELISA GIANGOIA, AGFEdizioni.

Benito Poggio

mercoledì 10 dicembre 2025

 


RACCONTARE E CUCINARE: DUE ASPETTI DELLA CREATIVITÀ

 Rosa Elisa Giangoia



Con questo suo nuovo libro Calendario dell’Avvento. Racconti e dolcezze Maria Cristina Castellani documenta un ulteriore capitolo dei Corsi di Scrittura Creativa che tiene ormai da un decennio con la pubblicazione di otto volumi di racconti di quanti li hanno frequentati.
Come i precedenti corsi e le relative pubblicazioni, anche questo, svoltosi da ottobre 2024 a giugno 2025, col titolo “Io mi racconto”, ha un centro tematico, in questo caso rappresentato dal tempo dell’Avvento, con riferimento al quale tutti i partecipanti, “persone adulte, in qualche caso anziane” (p. 9), hanno redatto ventidue racconti, a cui si aggiungono quello iniziale e quello finale della Castellani stessa, per arrivare a ventiquattro, quanti sono, appunto, i giorni dell’Avvento. L’intento è quello di “inventare un CALENDARIO DELL’AVVENTO” di parole, dove ognuno … avesse a disposizione una finestrella da aprire” per inserire “pagine di diario … pensieri … riflessioni … ricordi” (p. 11).
Il leitmotiv dell’Avvento è stato interpretato dai vari autori in modi diversi, non sempre riconducibili al tempo della liturgia cristiana, ma tutti hanno messo se stessi al centro del proprio racconto, privilegiando emozioni, sensazioni, memorie, spesso prodotte da stimoli sensoriali che la Castellani ha senz’altro spiegato molto bene verificarsi “sotto forma di sinestesia” (p. 18) per l’apporto concomitante di gusto, olfatto e vista, come avviene nella famosa pagina della madeleine di Proust. Il risultato, per l’abilità dell’insegnante e l’impegno degli allievi, è una serie di racconti ben costruiti, di efficace validità narrativa e di piacevole lettura.
Il primo, di Roberto Olmi, eponimo del libro, è incentrato sull’interesse e le emozioni che la visita di diversi presepi del genovesato suscita nelle nipotine dell’autore. Il ricordo del presepe e degli altri preparativi per il Natale, sfocati e nello stesso tempo impreziositi, nei ricordi dell’infanzia ormai lontana, ritorna in altri testi, vibrante di emozioni e affetti in Mano nella mano di Maria Elisa Savio e, legato alle tradizioni genovesi e in particolare alla nonna, in Nonna Manin di Maddalena Laura Grondona.
Ma anche i nonni si ispirano ai nipoti per la loro pagina di diario, come Gabriele Lalatta Costerbosa che in Gabriellino, in occasione della festa di Santa Lucia, scrive all’omonimo nipotino un breve biglietto, traboccante d’affetto, che potrà apprezzare quando sarà più grande.
Ci sono descrizioni vivaci e garbate di paesaggi alpini in tempi di Natale, popolati di famiglie felici, come in Presepe vivente di Maria Novella Carbone, ma anche emozioni in ambienti molto diversi, come la Zurigo in cui Francesca Negro, in occasione della festa di San Nicola, gusta “dolcetti natalizi preparati con ingredienti multiculturali” (p. 39) per trasferirsi rapidamente col pensiero a Pentema e rievocare l’ormai famoso presepe della località dell’Appennino genovese, in Anche questo Natale. San Nicola e i dolci di un paese lontano, in questo caso l’Ungheria, ritornano in Preludio di Giuseppa Antonia Scicolone. Ricordi natalizi, legati all’infanzia, sono ancora quelli rivissuti tra il conforto della memoria e la malinconia del presente da Rosalba Perusso in Notte di luce, con attenzione a piccoli particolari che creano un’atmosfera suggestiva e coinvolgente.
Alcuni racconti rievocano vicende personali, tristi e felici, come in “Mis dos vidas” di Gaetano di Vasta, in cui il ricordo della drammatica perdita del padre nell’infanzia, durante un viaggio in tempo di Natale, si stempera con la rievocazione della nascita di suo figlio. Una “nascita”, anche se per molti aspetti solo soggettiva, è quella narrata da Maria Cristina Morsia in E così per me sei nata in cui rievoca il giorno in cui, proprio in tempo d’Avvento, una splendida bambina russa è stata finalmente data in adozione a lei e a suo marito. Ancora la nascita è l’argomento del racconto Il tuo primo Natale di Eleonora Carta, che con emozione e gioia rievoca la nascita del suo “bel bambinone” (p. 101) che con i suoi 5,3 kg crea molta curiosità e tanto trambusto! Molto partecipate e profonde sono le pagine di diario di Franca Ruggeri (Ritrovarmi) che espongono “un’intensa esperienza di amore e di condivisione”, vissuta durante un pellegrinaggio a Lourdes dell’UNITALSI.
Tra le vicende capitate nell’avvento c’è anche quella dolce-amara di Mariluzza Robozza in Attesa: qui l’amarezza di dover lasciare la vecchia grande casa per trasferirsi in una più piccola viene improvvisamente stemperata dall’inaspettato arrivo di un messaggio di auguri natalizi del figlio, che diventa presagio di una rinascita di vita. Il 10 dicembre è per Maria Cristina Castellani l’anniversario di matrimoni che in Come un pastore rievoca con commozione e rimpianto, nella memoria del marito, ormai scomparso, ma con la serenità che deriva a chi può dire: “Sento infatti che oggi, come altri giorni, Qualcuno mi sta conducendo…”. In tempo d’Avvento cade anche l’anniversario di matrimonio di Maria Rosa Politi che in La coperta rosa lo ricorda con tanti altri momenti dell’infanzia, vissuti insieme al fratello, nel clima rassicurante degli affetti familiari. Il periodo natalizio è sovente occasione di viaggi, come per Maria Rosa Danesi che in Acqua e luce ripercorre con la memoria il suo “viaggio indimenticabile” (p. 67) in Vietnam, tra il particolare paesaggio di acqua e di luce e le memorie della guerra terribile che travagliò quel paese negli anni Sessanta. Un viaggio è anche l’argomento di Gita a Lucéram di Veronica Campailla che nel paese francese, famoso per i tanti presepi, scopre la felicità di aver rallegrato il cuore di sua mamma avendola accompagnata in questa gita.
In alcuni casi, è un semplice incontro a suscitare emozioni e riflessioni per scrivere. È quanto avviene in Una bambina dai capelli rossi di Aurelia Werndorfer in cui l’osservare una bambina felice a colazione col papà in un caffè genovese diventa occasione per riflettere su “tutti i bambini, vittime innocenti di tutte le guerre” (p. 32). Legato all’osservazione di qualcosa di particolare è il racconto La valigia di Maria Angela Viterbo che, avendo visto in giro per Genova sculture che raffigurano persone o gruppi con parti mancanti, per lo più con valigie, si sofferma a individuare la loro interpretazione e soprattutto a riflettere sulla sua vita e su quello che lei può lasciare agli altri. A suscitare emozioni e ispirazioni di scrittura sono anche gli animali, come il grazioso gattino Lunedì, intrufolatosi nelle lezioni del Corso di Scrittura a Imperia, e la vecchia “gatta di casa” Soraya, “volata verso il Ponte dell’Arcobaleno”, protagonisti di Lunedì fra arrivi e partenze di Gabriella Guasco.
A ricordarci che quello che è il periodo dell’Avvento per noi cristiani, è un momento di preparazione a una festa nel segno della luce anche per altre religioni, è Max Serendipity con il suo racconto Luci nella vigilia di Chanukkà in cui, dopo aver illustrato in una premessa l’origine e il significato della festività ebraica, a suo giudizio, di “valore universale” per “tutti i popoli che hanno un ideale monoteistico” (p. 115), rievoca, con approfondimenti di riflessione, indagini emotive e particolari diaristici, la sua giornata in questa occasione fino all’esplosione della gioia finale per l’arrivo, improvviso e inaspettato, del figlio che con lui accende la Chanukkià, la tradizionale lampada a otto braccia.
L’antivigilia e la vigilia di Natale diventano occasione del vivace racconto Porte aperte di Carla Bedocchi che descrive con umorismo e ironia le ansie e i piccoli disguidi della preparazione del pranzo natalizio che all’ultimo momento si trasforma in un momento di condivisione fraterna e caritatevole.
La lunga serie dei racconti si conclude con “Quanno nascette Ninno a Bettlemme” di Maria Cristina Castellani, che narra, con vivacità e partecipazione umana ed emotiva, un suo viaggio nella notte di Natale, insieme a due colleghi ispettori ministeriali, durante il quale incontrano un bambino rattristato dalle vicende familiari a cui cercano di dare conforto.
Ma, dopo i racconti, ci sono ancora le Dolcezze, raccolte in un capitolo finale in cui la Castellani propone una serie di ricette di dolci tipici dell’Avvento e di Natale, rimpianti dell’infanzia e specialità regionali. Sono pagine tra il narrativo e il normativo in cui l’autrice ci confida anche le sue esperienze di cuoca, evidenziando le difficoltà incontrate nella realizzazione delle ricette e i progressivi accorgimenti migliorativi, in testi coinvolgenti, tra ricerca gastronomica e vita vissuta, non solo utili per scopi pratici.
Questi racconti, in definitiva, non sono solo testimonianza di un corso di scrittura creativa, esperienza importante per i partecipanti, parecchi dei quali l’hanno ripetuta in anni diversi, trovando crescita e gratificazione personale, ma documentano anche l’abilità didattica della docente che con le sue lezioni ha davvero insegnato a scrivere delle proprie emozioni, ben applicando la norma del “Descrivendo, narrando, argomentando” (p. 19) che permette di valicare lo stretto ambito della propria individualità e creare racconti di ampia valenza umana.

AA. VV., Calendario dell’Avvento. Racconti e dolcezze, a cura di Maria Cristina Castellani, Genova, De Ferrari Editore, 2025, pp.193, € 18,00.

giovedì 20 novembre 2025

SCRIVERE PER SERVIRE LA VERITA'



Rosa Elisa Giangoia


     La lunga storia, ormai bimillenaria, delle apparizioni della Vergine Maria continua ancora oggi con numerosi episodi, tra i quali negli ultimi quarant’anni ha assunto particolare rilievo l’apparizione a Medjugorje, ove dal 25 giugno 1981 sei ragazzi, bambini e adolescenti, (Marija Pavlovic, Mirjana Dragičević, Ivanka Ivanković, Vicka Ivanković, Ivan Dragičević, Jakov Čolo) dell’allora povero e sperduto paese della Bosnia-Erzegovina nell’ex Jugoslavia, oggi in Croazia, dissero per la prima volta di aver avuto un’apparizione della Madonna e in seguito affermarono di continuare ad avere incontri quotidiane e di ricevere da Lei messaggi per molti anni.
     Il fatto a poco a poco acquisì un grande rilievo e iniziò ad attirare folle di pellegrini, che determinarono un vistoso mutamento socio-economico nel paese, mentre si andava sviluppando una lunga storia in cui dapprima i sei veggenti furono oggetto di interrogazioni da parte della polizia e di accertamenti medici, mentre poi vennero a diffondersi opinioni divergenti di vescovi, teologi, commissioni e analisti, fino al Nihil obstat, concesso nel settembre del 2024 dal Dicastero della Dottrina per la Fede, che, pur non dichiarando la soprannaturalità degli avvenimenti, ha autorizzato i fedeli “a dare in forma prudente la loro adesione”, riconoscendo la bontà dell’esperienza spirituale sorta a Medjugorje e il carattere edificante dei messaggi tramessi dai veggenti, nonché esprimendo l’approvazione di un’esperienza mistica e del messaggio ad essa correlato, confermandone la totale conformità alla dottrina e alla morale cristiana.
     Questa vicenda spirituale e storica ha segnato l’epoca contemporanea e la vita della Chiesa, ponendosi come proposta e nello stesso tempo interrogazioni a tutti, laici e credenti.
      Per dare risposte a questi eventi, che hanno creato anche attese e speranze, si è impegnato Riccardo  Caniato, scrittore e giornalista, nel suo Medjugorje, un’indagine. La mia via per il Paradiso, solo andata in cui presenta un’ampia e accurata serie di testimonianze e nello stesso tempo rivela il suo cammino personale di crescita e convincimento spirituale che l’ha portato da giornalista andato a Medjugorje per la prima volta nel 2001 per ragioni professionali, a diventare un convinto sostenitore di questi eventi grazie ai quali “ha approfondito la sua fede in Gesù e la sua appartenenza alla Chiesa cattolica” (p. 23). Per questo il libro non è un semplice resoconto di fatti, ma assume il valore di un’autobiografia spirituale, testimonianza di una fede accresciutasi e fortificatisi attraverso la conoscenza di questi fatti nell’intrecciarsi di ricordi personali e considerazioni teologiche, anche sulla base degli studi sulle apparizioni mariane, soprattutto del secolo scorso, in cui l’autore si è precedentemente molto impegnato.
     Il testo ripercorre tutti i momenti di rilievo della vicenda in uno stile piano e comunicativo, presentando i numerosi messaggi della Vergine che si sono succeduti nel tempo, incentrati sempre sul tema della Pace e sulla forza della Fede, accennando alle ipotesi sui misteri affidati da Maria ai veggenti e presentando i resoconti dei momenti di incontro con i sei ragazzi cresciuti negli anni e diventati progressivamente adulti impegnati e responsabili nel lavoro e nella famiglia.
     Nelle pagine del libro, oltre a quelle dei veggenti Marija, Ivan, Vicka e Marjana sentiamo la voce di religiosi, convinti sostenitori del carattere soprannaturale di queste apparizioni, come padre Livio Fanzaga, scolopio fondatore e responsabile di Radio Maria, e di padre Jozo, francescano parroco di San Giacomo, dove tutto ha avuto inizio, a cui si aggiungono molti personaggi del posto, come Jelena Vasilij, che fin da bambina ha iniziato a sentire, durante la preghiera, la voce interiore di Maria, e Mario Mijatovic, marito della veggente Vicka. Ci sono poi le testimonianze di tutti coloro che a Medjugorje sono stati miracolati con inspiegabili guarigioni da malattie, scientificamente confermate, e sofferenze, ma anche di quanti hanno trovato la fede e la serenità dello spirito, hanno sentito la vocazione religiosa o hanno ricomposto il loro matrimonio, ad iniziare dalla prima miracolata, Diana Basile, guarita da una sclerosi multipla molto grave. Tra i testimoni si incontrano persone semplicissime e figure di rilievo come la principessa Milona d’Asburgo, che ha dedicato molti anni all’accoglienza dei pellegrini, o Paolo Brosio, noto personaggio televisivo. Grazie a molti di loro c’è stata una ricaduta di buoni frutti, in quanto sono persone che hanno sentito il richiamo a cambiare vita per fermarsi a Medjugorje o anche a trasferirsi altrove per dedicarsi all’assistenza e al servizio di quanti hanno bisogno di aiuto. A tutto questo occorre aggiungere l’attrattiva che questo luogo, privo di ogni caratteristica turistica, esercita ogni anno su migliaia di persone, di età, nazionalità e cultura diversa.
     Riccardo Caniato ha scritto questo libro con molto impegno di studio, ricerca e documentazione, senza intento di voler convincere, ma per rendere testimonianza di tutto quello di cui ha avuto esperienza, nell’intento di servire quella Verità, diventata determinante nella sua vita.

Riccardo CANIATO, Medjugorje, un’indagine. La mia via per il Paradiso, solo andata, Milano, Il Timone 2025, pp. 416, € 18,90.

martedì 5 agosto 2025


GIACOMO PUCCINI TRA REALTÀ E FANTASIA

 Rosa Elisa Giangoia

    In occasione del centenario della morte di Giacomo Puccini, Maria Primerano, scrittrice e pianista classica per passione, cardiologa per professione, ha messo in campo tutta la sua abilità nella ricerca storico-bibliografica di grandi personaggi, nonché le sue competenze musicali e la sua fervida fantasia per ricreare in modo originale, vivace e accattivante la figura del famoso compositore toscano nel romanzo Buon Natele Puccini. La figura del Maestro fa così seguito a quelle di altri musicisti (Mozart, Rossini, Pergolesi, Paganini e il compositore calabrese Leonardo Vinci) e personaggi famosi (Campanella, Modigliani) a cui la Primerano ha dedicato romanzi di successo.
   Con un’abile tecnica narrativa la scrittrice crea in questo suo nuovo lavoro una situazione originale in cui la vicenda reale di Puccini si snoda su uno sfondo fantasioso. Infatti lo scenario è costituito da un presepe napoletano, affollato di personaggi della tradizione partenopea e dell’attualità, in cui si aggiunge la comparsa della nuova figura del musicista, appena arrivato dal suo abituale mondo della lucchesia per unirsi a questa simpatica compagnia.
   Anche per la sollecitazione di altri personaggi del presepe, viene rievocata tutta la vita del Maestro da Antilisca, un fantastico straordinario animale che, nell’immaginario di Puccini, abitava la zona di Torre del Lago. Si parte dall’infanzia, contrassegnata dalla perdita precoce del padre a cui seguirono difficoltà economiche per la numerosa famiglia, poi l’impegno, fin da giovanissimo, in ambito musica, secondo una consolidata tradizione familiare. Ben presto ci fu il trasferimento a Milano, per completare gli studi musicali, e a poco a poco i primi successi in campo operistico, fino all’affermazione a livello mondiale.
   La rievocazione della vita di Puccini viene condotta, molto opportunamente, dalla scrittrice secondo un duplice canale, quello del suo lavoro di compositore, con il succedersi delle varie opere da Le Villi. Manon Lesacaut, Bohème, Tosca, Madame Batterfly, Il Tabarro, Gianni Schicchi, Suor Angelica, fino alla Turandot, rimasta incompiuta per l’improvvisa malattia e la morte del musicista. Tutto questo in un crescendo di riconoscimenti, applausi, consensi della critica ed entusiasmo del pubblico. D’altro lato Maria Primerano tratteggia la realtà dell’uomo Puccini, dalla personalità esuberante e appassionata, amante della caccia e della pesca a Torre del Lago, delle auto di lusso, delle case sempre più eleganti e sontuose, ma soprattutto… delle belle donne. Sfila così tutta una serie di figure femminili che hanno acceso d’amore l’animo del Maestro, a cominciare da Elvira, con cui convisse per parecchi anni, prima di sposarla, appena rimase vedova. A lei Puccini dava occasione di molti sospetti, molte gelosie, molte recriminazioni e soprattutto tanti dispiaceri per il susseguirsi delle sue avventure amorose con altre donne, di varia estrazione sociale e di caratteri molto diversi, da Corinna, “sprovveduta studentessa”, a Sybil Seligman, dell’alta società inglese, dalla cameriera Doria Manfredi, suicidatasi per le false accuse, alla Baronessa Josephine Von Stangel, alla giovane cantante aspirante al successo Rose Ader e alla popolana Giulia Manfredi, cugina di Doria, da cui avrebbe anche avuto un figlio.
   Il Maestro appare così in tutta la realtà di uomo, impegnato nel suo lavoro creativo, ma sovente anche gravato da vicende sentimentali e familiari che offuscavano le sue giornate e appannavano le occasioni di felicità che gli derivavano dai successi musicali.
   Tutto questo viene raccontato dalla scrittrice con espedienti narratologici molto interessanti, condotti su due binari che si intrecciamo, in quanto recupera con attenzione elementi biografici, avvalendosi di una ricca documentazione epistolare e testimoniale, ma nello stesso tempo tutto viene esposto con la frizzante vivacità che deriva dal dialogo che si intreccia con i personaggi del presepe napoletano, tra i quali primeggia Maria a’ purpettara, abilissima nel preparare polpette atte a punire i mariti infedeli…
   Il mondo di Puccini viene rievocato anche grazie a una serie di interessanti foto d’epoca e con un capitolo dedicato alle ricette dei suoi piatti preferiti, soprattutto per cucinare cacciagione e pesci del lago, ma tra cui, ovviamente, non compare quella delle polpette di Maria a’ purpettara, rigorosamente segreta!
   Il Puccini tratteggiato in queste pagine è senz’altro quello reale, un uomo focoso e inquieto, capace di divertirsi e di far divertire, anche con le sue espressioni sovente audacemente boccaccesche, amante della vita per tutto ciò che di bello e di buono può offrire, ma osservato dall’autrice con una forte punta di ironia, temperata dallo straniamento determinato dalla commistione di vero e di fantastico.
   Una lettura davvero piacevole e interessante che ci proietta in quel tempo, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, in cui la vita e i costumi subirono profondi cambiamenti, orientandosi verso la modernità.

Maria PRIMERANO, Buon Natale Puccini, Arezzo, Edizioni Helicon, 2024, pp. 512, € 25,00.