martedì 16 giugno 2026

RECENSIONE

 


GIOVANI IN GUERRA

Rosa Elisa Giangoia

    Significativo elemento d’interesse del romanzo di Chiara Persico La speranza che ho di ritornare. La guerra dei Gualco è il presentare elementi di sintonia e di contrappunto con i Malavoglia del Verga. Sono passati quasi ottant’anni tra l’ambientazione del romanzo verghiano e quello della giovane scrittrice genovese, ma il fulcro della narrazione è per entrambi una famiglia con diversi figli, in cui i maschi vengono ad uno ad uno chiamati alle armi. Una situazione sentita in entrambi i casi come una vessazione, un dovere nei confronti dello Stato a cui si assolve senza nessun entusiasmo e con tanto dispiacere per dover lasciare il lavoro, abbandonare la famiglia con i suoi legami d’affetto e i nascenti amori giovanili, con il timore della guerra che domina su tutto.

    I Malavoglia sono pescatori che tentano la fortuna con il commercio e trovano la rovina, penalizzati anche dai negativi modelli di vita e dalle fuorvianti suggestioni che ’Ntoni acquisisce dal servizio militare. Dopo di lui sarà arruolato Luca per combattere nella Terza guerra d’indipendenza che gli ruberà la vita nella battaglia di Lissa.
    I Gualco, pur vivendo a Genova nel quartiere della Foce, tradizionalmente marinaio, sono ormai passati a lavorare nell’industria siderurgica dell’Ansaldo che sta trasformando Genova da città di commerci marittimi a terzo polo industriale italiano. I tre fratelli più grandi, Carlo, Erminio e Armando, sono costretti, appena ventenni, a partire per combattere nella Seconda guerra mondiale. A casa rimangono i genitori, Ernesto e Giovanna, e il fratello più piccolo, Natalino, nonno dell’autrice. Tra di loro si scambiano molte lettere, per la precisione 132, che Chiara Persico ha ritrovato e su cui ha lavorato, tra verisimiglianza e verità, per ricostruire gli anni difficili dal 1940 al 1943, di questa famiglia nel tragico turbine della guerra che travaglia i giovani al fronte, con gli spostamenti, le fatiche e i rischi della vita militare, e gli altri che sono rimasti a casa con le privazioni e le paure dei bombardamenti.
    Quello che emerge è un grande affresco di vita quotidiana soprattutto di persone che trascorrono le loro difficili giornate nel “casone” di via Cecchi a Genova, quel “casone giallo” che, dopo la guerra, sarà demolito in quanto ostacolo al nuovo percorso della via, con puntate a Boccadasse, ancora borgo di pescatori, nel tragico turbinio degli eventi bellici, con i bombardamenti e le fughe nei rifugi antiaerei, ma sempre con il pensiero ai loro cari sotto le armi, tra ansie e paure. Sono persone forti che, pur nelle difficoltà, trovano coraggio, sanno farsi animo, conservando la loro umanità, ancorandosi agli affetti e alla speranza di poter ritrovare una normalità che consenta di riprendere una vita serena. A maturare nei giovani al fronte è la consapevolezza della disorganizzazione dell’esercito e dell’inutilità della guerra che aveva già trovato fecondi semi nei volantini e negli scambi di opinioni nei giorni di lavoro in fabbrica.
    Luca dei Malavoglia muore nella battaglia di Lissa, una pesante sconfitta navale per l’Italia che, però, nei trattati di pace avrà il Veneto, il Friuli e altre terre. Anche Carlo, il maggiore dei Gualco, imbarcato sul sommergibile Velella, perisce quando questo “scompare negli abissi”, “silurato dall’inglese Shakespeare”. “È l’ultimo sommergibile ad essere affondato dagli Alleati nel Mediterraneo”, proprio l’8 settembre, per la mancata comunicazione dell’armistizio. Carlo con i suoi compagni “tocca terra a centotrentasette metri di profondità” e lì rimangono ancora ora, imprigionati nel sommergibile, a largo di Punta Licosa, senza riconoscimenti del loro sacrificio. Solo nel 2025 è stata lanciata dall’Associazione Salerno 1943 una petizione per il riconoscimento del Velella quale sacrario militare subacqueo per ricordare le vittime e promuovere attività commemorative.
    Questo romanzo, come quello del Verga, porta a riflettere sulla negatività della guerra, come costrizione che nella storia ha troppo spesso privato gli individui della libertà negli anni più belli della loro vita, portandone tanti alla morte, quasi sempre senza una necessità o utilità per il popolo, più spesso per le mire espansionistiche e di prestigio personale di chi ha in mano le leve del potere, ammantando i dolori, i sacrifici, i pericoli e le morti in un inutile alone di gloria.


Chiara PERSICO, La speranza che ho di ritornare. La guerra dei Gualco, Bari – Roma, Il Piroscafo Edizioni, 2025, pp. 300, € 19,00.



giovedì 11 giugno 2026

PRESERVARE CIÒ CHE VALE




Rosa Elisa Giangoia


Ametista è la protagonista di un romanzo distopico che trova le sue radici nel mondo dominato dal “Grande Fratello” di George Orwell, in cui un regime totalitario controlla tutti gli aspetti della vita e manipola la storia e il linguaggio, e in Farhenheit 451 di Ray Bradbury, in cui i libri, considerati illegali e pericolosi, vengono bruciati. Ma la storia narrata da Francesca Bardi si arricchisce con allusioni che ci portano al nostro presente e aprono prospezioni sul futuro.
Alessandra Cantoni, destinata a diventare Ametista, si trova a vivere in un futuro neppure troppo lontano, nel 2038, in cui vediamo amplificati e peggiorati molti aspetti che già stanno emergendo nel nostro mondo attuale. A dominare la società è il controllo tecnologico dell’Ufficio della Pace sociale di cui è severo e potente Gestore di Giustizia Ruggero Broneri, marito di Alessandra, accanto al quale lei conduce una vita agiata e tranquilla, ma esistenzialmente non soddisfacente, fino a quando scopre per caso OsaRe, un gruppo di ribelli al sistema che agisce in modo nascosto e clandestino per compiere azioni dimostrative finalizzate a salvare il pianeta dalle minacce della tecnologia e dalla perdita della memoria storica tramite la custodia e la sopravvivenza dei libri.
Alessandra si appassiona alle idee di questo gruppo in cui viene ben presto accettata con il cambiamento del suo nome in Ametista, si impegna al Rebis, una biblioteca clandestina, e viene progressivamente iniziata a inimmaginabili abilità e attività mentali che può sviluppare con rapidità ed efficacia grazie a una sua personale dote straordinaria, quella di entrare in un altro mondo, diverso nel tempo e nello spazio, attraverso la visione intensa e concentrata di un’immagine. Sempre più lontana da marito, severamente impegnato a contrastare OsaRe, penetra furtivamente nel suo studio per impossessarsi dei suoi piani d’azione contro i ribelli, ma per un’imprudenza finisce negli anni Settanta, priva delle possibilità di ritornare nel suo tempo e nel suo ambiente Qui vive un’appassionata storia d’amore con un altro marito, Sandro Accursi, finché gli amici di OsaRe riescono a rintracciarla e a convincerla a ritornare nel 2038 per impegnarsi nuovamente per il bene della causa. A questo punto inizierà per la donna una doppia vita: come Ametista, affiliata a OsaRe e spia dell’attività del marito, e come Alessandra, tranquilla moglie, attenta a non destare sospetti, accanto a Ruggero. La situazione si complica quando gli amici di OsaRe le fanno ritrovare Sandro, ormai molto anziano, ma sempre innamorato di lei, fino a precipitare quando Ruggero scopre il tradimento, distrugge il Rebis, provocando morti e feriti. Anche Ametista finisce in un carcere di massima sicurezza e la vicenda si avvia a una conclusione che non vogliamo anticipare al piacere della lettura.
Questa narrazione, condotta dalla scrittrice con fantasia e ottimo impianto narratologico, in un linguaggio fluido e controllato con apprezzabili punte di ironia, presenta una sequenza di fatti di forte tensione narrativa in cui prevalgono l’inaspettato e l’imprevisto, soprattutto quando si tingono di giallo, ma è anche costruita per andare oltre la semplice narrazione di fatti, nell’ l’intento di mettere in evidenza situazioni ed elementi problematici per far riflettere il lettore sulle crepe e storture del nostro presente che possono amplificarsi fino a diventare dirompenti in un non troppo remoto futuro.
Anche se oggi la produzione di libri è ampia e vitale, sappiamo, però, che la lettura dei testi stampati è fortemente insidiata dai social media, più facilmente attrattivi per la rapidità della comunicazione e per la ricchezza di immagini, proprio mentre il libro, come prodotto della creatività umana, sembra trovarsi sullo spartiacque dell’IA che potrebbe sottrarre i testi letterari alla fantasia, al ragionamento e alla creatività umana, trasformandoli in qualcosa di completamente diverso. Questa è la vera insidia che ci prospetta il nostro presente: non una distruzione o un divieto nei confronti dei libri, ma un affidarli alla tecnologia che non può fare altro che privarli della pienezza umana.
Tutto il romanzo di Francesca Bardi è un monito al custodire e al ricordare, un avvertimento a non demandare sempre di più alla tecnologia, a non renderla invasiva nella nostra vita per non perdere le nostre doti e le nostre capacità di esseri umani che sanno apprezzare e godere della bellezza, vivere liberi dai condizionamenti, capaci di fruire dello spirito critico in una situazione di libertà interiore.

Francesca BARDI, Ametista, Firenze, Lorenzo de’ Medici Press, 2026, pp. 160, € 15,00.

giovedì 19 marzo 2026

RECENSIONE

 


LA SPIRITUALITÀ DEL QUOTIDIANO

Rosa Elisa Giangoia   



    Dopo Ti stringo la mano mentre dormi (Fuorilinea, 2012), Il mio cuore è un asino (Nottetempo, 2015) e La sete (Aragno, 2020), Elena Buia Rutt, poetessa, traduttrice e critica letteraria, impegnata per circa vent’anni nei programmi culturali di Radio3 e Rai Storia, ci regala un nuovo interessante libro di poesie, Atterrare, che testimonia due momenti importanti della sua vita o meglio, un passaggio esistenzialmente molto significativo. Infatti la silloge, dapprima ripropone il precedente Il mio cuore è un asino, per poi passare ad un nuovo tempo in Vita di campagna: a segnare il passaggio è una scelta, un cambio di vita, è un "atterrare" in una terra diversa, dove la dimensione terrestre si può più facilmente verticalizzare.
    Le poesie della prima sezione, vera autobiografia minimalista, sono la voce sincera e autentica della poetessa che vive la centralità del suo io, osservandosi e descrivendosi in schegge di vita quotidiana esposte in una frammentata rapidità ritmica, in cui diventano occasioni di riflessione sul vivere, personale e generale, e soprattutto sul morire. A dominare queste liriche è il quotidiano in cui il cuore procede “sobrio e lento / per strade pietrose […] offuscato da un carico / grottesco” fino a raccogliere “le forze / per il salto sconosciuto” (Il mio cuore è un asino, pp. 47-48). La banalità dei giorni è qui riscattata dall’aprirsi di crepe di dubbiosa riflessione da cui scaturiscono sorgive vene di spiritualità vissuta nella consuetudine della famiglia e del lavoro, tra gioie, dolori, speranze e disillusioni. È un bisogno che nasce dal mistero: “eppure a volte all’improvviso / tirando da puledri / la macina dei giorni / si apre nel silenzio / uno spazio d’aria / che quando / lo attraversi / sorridi piano / come nevicasse” (Lo spazio di Dio, p. 27). È quel soffio d’aria che fa capire che “non siamo noi /seduti / a poppa / a tenere / la barra / del timone” (Dio a poppa). Ad insinuarsi è il dubbio di assistere “allo scorrere via / del sangue / della vita vera” (Le priorità, p. 75) fino al maturare della scelta della Vita di campagna a cui è dedicata la seconda parte della silloge, ispirata al trasferimento della poetessa e della sua famiglia dalla città di Roma alla campagna di Assisi, “ai piedi di Francesco”, come mi ha scritto Elena nella dedica del suo libro, in una casa “bianca rosa / robusta e contadina […] inginocchiata ai piedi / di Assisi […] per partecipare – senza pretese – al presepe / dalle retrovie” (Ai piedi di Assisi, p. 84). Elena, “lacerata / dall’intrico frenetico / dal subbuglio sguaiato / dalla smania vuota / della città” ha scelto di andare a vivere dove può dire “ricompongo i pezzi / e mi riparo l’anima” (Dis-trazione, pp. 85-86). Qui ritrova la pienezza dell’esistere in nuove gratificanti emozioni e sensazioni a contatto con il mondo della natura carico di memorie e di suggestioni francescane che la portano a una nuova invenzione del quotidiano (La decisione). Qui vive, come hanno detto “Tanti uomini sapienti […] per rallentare […], e ritrovar sé stessi / in una semplicità perduta” (Vita di campagna, p. 113), provando sensazioni completamente nuove a contatto con gli animali (“una pecora […] //, cani […] // papere pavoni e gatti” Ascesi, p. 112) e con gli alberi, per cui può sentirsi “ramo tra i rami / tronco tra i tronchi / radicato / nello slancio / di tutto ciò che cresce” (Ora et labora, p. 131). Ma, in questa nuova situazione, può anche sperimentare, senza lacerazioni, il senso di finitudine di fronte al divino e il riposo nella confidenza celeste (“stordita e stanca / mi incamminerò / al nostro nuovo appuntamento/ e Tu / che mi vieni incontro / ne sorriderai”, L’ultimo istante, p. 87; “- accelerando il passo / verso quel chiarore diffuso / giorno dopo giorno / mi preparo per il volo”, La palude, p. 89).
    Queste poesie ci fanno capire che in una società come la nostra, dominata da logiche di efficienza, da ritmi veloci e dalla rapidità dei consumi, occorre sapersi mettere al di fuori per una valutazione e anche per trovare le parole per dire ciò che è giusto, vero e importante, parole che inseguono la loro efficacia nel linguaggio della poesia che, proprio in questo, trova la sua giustificazione e necessità. In questa estraneità la poesia di Elena Buia Rutt si situa tra cielo e terra in una tensione costante, come ben esprime la lirica La vetta: “In bilico / sulla vetta aguzza / della montagna / resistiamo / tirando a noi / il Cielo / incatenato al braccio destro / e la Terra / incatenata al sinistro // piantati a croce / attendiamo / che al terzo giorno / quel cielo ci divori”, p. 88). Una situazione difficile da esprimere nella limitatezza delle parole umane che, però, la poetessa supera con la naturalezza del parlare quotidiano, con la semplicità referenziale degli oggetti casalinghi, delle comuni situazioni di vita a cui con guizzi di creatività espressiva sa infondere caratteri di trascendenza in un tessuto poetico originale, efficacemente significante e dotato di una sua bassa e sobria musicalità.

Elena BUIA RUTT, Atterrare, Monterotondo (MR), Fuorilinea, 2025, pp. 134, € 14,00.

lunedì 16 marzo 2026

RECENSIONE

 


di Emilia Fragomeni

    L’ultimo libro di Cristina Dotto Viglino, La stagione del figlio, è un romanzo denso e compatto, ad altissima concentrazione emotiva. Un romanzo profondo che propone un tema attuale e scottante, che intreccia con sapienza esperienze pratiche, ricerche sociopsicologiche, riflessioni personali.
Racconta la storia di un ragazzo di oggi, Luca, un adolescente fragile e insicuro, che è “sballottolato” tra due madri, una madre biologica e una madre della mente che lo accompagna nella maturazione emotiva e un padre amareggiato e stanco, Stefano, operaio prossimo alla cassa integrazione. Luca è un adolescente sofferente, spesso vittima di bullismo e insicuro di sé al punto di arrivare ad infliggere ferite al suo stesso corpo.
    Cristina Dotto Viglino indaga in profondità la complessa condizione dei nostri adolescenti e del mondo che li circonda, tra pericoli, insuccessi, velleità, separazioni, solitudini… e con loro indaga anche tutta la società odierna. In questo libro notiamo, fin dall’inizio, un’intensa energia metaforica, che Cristina sviluppa con abile partecipazione, nascondendo tra le pieghe del pensiero significati profondi.
    Un flusso creativo, quello di Cristina, che, metaforicamente, può definirsi come un fiume in piena per la ricchezza lessicale e il ritmo incalzante. Pagine esplicative di una grande personalità quelle di questo libro.
    Cristina è scrittrice dotata di una ricchezza di linguaggio, che sorregge un pensiero accidentato, speculativo, creativo, frammentato, ma sempre intenso nei sentimenti, nell’umanità, nella speranza. Anche il linguaggio dei personaggi del romanzo risponde alla realtà, spesso cruda, del linguaggio reale.
    Nel libro si nota un’importante caratteristica: l’elevata capacità nel raccontare con quella sincerità che richiede attenzione e ascolto e dà fondo alla nostra sensibilità più profonda, alle nostre qualità più delicate: sensibilità che riesce a portarci dentro spazi di pensieri raccolti, per arrivare a un dialogo interno con noi stessi.
    Per questo La stagione del figlio non solo è interessante come testo stimolante sulla condizione del mondo odierno, ma è un volume molto coinvolgente in cui è facile ritrovare storie che abbiamo vissuto o sentito. È un tipo di narrazione che focalizza tutta l’attenzione sui meccanismi mentali dei personaggi, sul loro mondo interiore, sui loro processi psichici, sulle emozioni che derivano dal profondo, sugli stati d’animo e sulle riflessioni consce o inconsce. L’attenzione della scrittrice si sposta spesso dalla descrizione oggettiva a quella soggettiva; prevale la focalizzazione interna e si utilizza il discorso diretto, il discorso indiretto libero, il flusso di coscienza e il monologo interiore, una tecnica narrativa che permette allo scrittore di esporre, in modo spontaneo, i pensieri, i ricordi e le emozioni dei protagonisti. I piani temporali si mescolano senza una vera e propria successione logica, dal momento che seguono il corso dei pensieri, soprattutto della psicologa, Lisa. La trama è caratterizzata da frequenti flashback e lunghe pause, dedicate a descrizioni soggettive e a sequenze riflessive, a flussi di coscienza in cui i pensieri si affastellano e si muovono tra presente e passato, tra i ricordi e il tempo attuale, diventano dei quadri familiari, in cui ogni pensiero ed emozione viene rappresentato in modo particolareggiato.
    Tra le pagine emerge chiaramente la professione della scrittrice, quella di counseler.
    Gestire la propria vita non è un compito facile e richiede spesso l’intervento di una guida, di qualcuno che possa accompagnare nel percorso di crescita per diventare "se stessi al meglio". Nasce il counseling, definito come «un processo di interazione tra due persone, counselor e cliente, il cui scopo è quello di abilitare il cliente a prendere una decisione riguardo a scelte di carattere personale»: è un insieme di abilità, atteggiamenti e tecniche per "aiutare la persona ad aiutarsi". Nel panorama delle professioni emergenti nel mercato del lavoro, il counselor rappresenta una figura di grande rilevanza che trova applicazione in molteplici settori, da quello scolastico all'ambito aziendale e sociale.
    Questi e molti altri spunti da approfondire offre il libro di Cristina Dotto Viglino, che si offre a una lettura chiara e molto coinvolgente.
    È un libro da leggere.

Cristina DOTTO VIGLINO, La stagione del figlio, Bagno a Ripoli (FI), Passigli Editori, 2025, pp. 196, € 18,50.

venerdì 13 marzo 2026

RECENSIONE

 

DOLCE MALINCONIA, SENSO DEL PASSATO,

EMOZIONE ESTETICA NELL’ULTIMA SILLOGE

DI FRANCESCO MACCIÒ

 di Benito Poggio




Che dire? Pur nella diversità di timbri e di argomenti, in vari “loci” e in particolare in quelle dolenti iniziali evocazioni della “Sopraelevata” e delle “travi di ferro e cemento” ho percepito richiami ai versi di un antico collega del Liceo Mazzini di San Pier d’Arena: esattamente l’entusiasta e combattivo professore di Storia e Filosofia Adriano Guerrini (1923-1986), che si distinse soprattutto come poeta autentico e caustico, capace però di agguerrito dialogo con i bellicosi studenti in tempi di acuta contestazione alla quale dedicò un suo scritto. E mi piace ricordare come nelle sue “Confessioni” lo stesso Guerrini recrimini che, superati l’“Ermetismo” (per lui: “forma senza contenuto”) e il “Neorealismo”  (per lui: “contenuto senza forma”) non si sia pervenuti ad un’agognata “Sintesi” (per lui: “forma e contenuto”), e si siano invece “aperte le porte del caos”. Ebbene, io sono convinto che l’ultima raccolta dedicata alla madre, “dalle sette vite come i gatti” tanto che rimase incolume, quasi novantenne, dopo una caduta dalle scale “Ritratto di donna al mare con bambino” di Francesco Macciò ricca com’è di una novantina di testi vitali e innovativi per generale impostazione, espressività e densi di alto significato tanto sul senso della vita quanto della morte, Guerrini l’avrebbe fatta rientrare proprio in quella “Sintesi” di “forma e contenuto” da lui auspicata. A parte l’accattivante titolo, non dovete pensare che io stia esagerando: i testi della raccolta sono davvero avvincenti e convincenti, trascinanti e coinvolgenti, tutti immersi nella vita vissuta e aggrappati al tempo del ricordo e ampliati nel ricordo del tempo, dice il poeta, “che non si fa aspettare”. Sono soprattutto, come anticipato, testi innovativi perché lontani non solo dalle correnti citate da Guerrini, ma ancor più, lasciatemelo dire, dalle deamicisiane mode lacrimose e moralisticheggianti che ancora germinano nei caotici tempi nostri quando si allude alla madre e a lei si dedicano versi. Qui si tratta, in effetti, di un affascinante, nostalgico e perdurante viaggio nel tempo reale e nella vita vissuta, tra ricordi e memorie collegati alla famiglia nel senso più largo, rimembranze e reminiscenze di momenti reali, progetti e flashback, speranze e rievocazioni, emozioni forti e affetti presenti, vivi e sentiti nel profondo con grandissima sensibilità: la madre Giovanna Carraro; il padre Giambattista, detto Gino; Virginia Noli, la nonna materna; Evelina, la prozia materna, dal nome di stampo joyciano, che gestiva un negozio di vasellame a tempo pieno: solo dieci i giorni di vacanza trascorsi a Sestri Levante in settembre; i figli Sofia Diletta (in prezioso acrostico) e Andrea Angelo: a tutti, ultimi ma non meno importanti, si accodano i due gatti Rosso e Antracite. Per una piena e consapevole comprensione del testo di alta sensibilità umana e creativamente lirico è bene non tralasciare, ma dedicarsi con voluta concentrazione e dovuta compenetrazione alla lettura del pensiero critico dei tre noti e competenti Prefatori. Come bene pone in risalto lo scrittore, poeta e primo prefatore Giuseppe Conte, coloro che, per la prima volta, si accostano a quest’opera poetica ne possono cogliere, una particolare intima ricchezza di “memoria quotidiana, carica non solo delle età dell’uomo, ma in ispecie di dolcezza e malinconia”. Transitando al secondo prefatore, il poeta, traduttore e critico letterario svizzero Fabio Pusterla, risulta evidente come egli tenda a rimarcare e rimarchi “il senso di un passato che sfuma nel buio e nell’oblio”: ed è proprio così nei versi del nostro poeta, ma ciò non avviene astrattamente o inconsapevolmente, bensì attraverso figure concrete: su tutte quelle filialmente accentuate della madre e del padre (entrambe da me conosciute), e varie  altre ancora. Il terzo critico Davide Conrieri, studioso e docente alla Normale di Pisa, puntualizza la sua emozione sul piano estetico, legata ai temi centrali “ricordo e tempo” (pienamente condivisi) associati alle figure della madre più volte presente, del padre essenziale nei “Dialoghi” e con lui, che simboleggia il passato, i due figli Sofia e Andrea in quanto proiezioni del futuro e nel futuro. Dell’autore Francesco Macciò genero del prof. Angelo Corsello, a lungo Preside del Liceo Mazzini (e mio), di cui ha sposato la figlia Ilaria ho  avuto già occasione di scrivere in altre occasioni in merito ad altre sue opere di prestigio sia in prosa che in poesia. Qui ci tengo a precisare ch’egli nel suo sforzo costante di tendere contemporaneamente all’“opus perfectum” e ad una forma crescente e non comune di “disappropriazione” ritorni spesso su quanto ha scritto e non si decida a renderlo pubblico prima di averne messo alla prova qualche pezzo in pubblica lettura. Già il delicato e insieme intensamente espressivo titolo della silloge, Ritratto di donna al mare con bambino, palesa e preserva, per me, una certa qual soffusa e dolce squisitezza propria delle Madonne raffaellesche. La silloge, mi ripeto, è tutta impostata sulla vivida arte della memoria, come negli splendidi e insieme toccanti versi che, riportandoli in vita, ridanno vita ai genitori del poeta: “Si stringe in un grumo / di memorie il cuore in festa: / mio padre, mia madre,…”. Quanti e quanti versi varrebbe la pena ch’io riportassi per suscitare nei lettori partecipazione emotiva ed affettiva tanto nei confronti d’una madre solerte e premurosa al pari di quelli che, ripieni di delicatezza, riecheggiano un antico passato riuscendo a fonderlo tutto col presente del poeta-padre: “Ma oggi con il tuo bambino / – lo tenevi sicura per mano / al riparo dal sole – / risalivi la sabbia come un’onda / che esce dal mare e non ritorna. / Lungo la riva intanto, / ignari di noi, i miei figli / scavavano fino all’acqua / una buca profonda.”, quanto nei confronti d’un padre col quale emerge e si impone “un rapporto complicato” che risalta e si esalta, a momenti, in tenero turbamento di faticosa reciproca verità come nei versi in cui l’autore fattosi padre anch’egli: “Mi porto sulle spalle il peso di quello che sono, / di quello che sei stato, i volti che incontro, / la storia di un rapporto complicato, / oh, com’eri stanco, come sono stanco anch’io / adesso, padre.” E qui il poeta Macciò, nei trepidi versi richiamati in apertura che sanno di dolente premonizione, raggiunge, a mio parere quella “agognata sintesi” auspicata da Guerrini di cui ho detto: “Ti eri fermato sulla Sopraelevata / rallentando, / accostando di lato, / la dolcezza rassegnata del tuo sguardo / dentro tutte le cose / che non avevi saputo dire.” Voglio concludere con versi, a mio parere bellissimi e poeticissimi, dal respiro classico, d’anima e calco leopardiani: “Se soltanto potessimo scoprire / nel profilo scavato dei monti / quell’orizzonte che non conosciamo…”. Non è da perdere, all’interno dell’opera, quel felice e ben riuscito capolavoro che è “Numerologia”: senz’altro avrebbe fatto schiattare di sorpresa e di gioia Gianni Rodari, che con i numeri s’è divertito nelle sue opere, combinandone di tutti i colori! Ma tanti e tanti altri versi e soprattutto “lo sciabordio incessante di voci” mi ha colpito e sono “voci” indelebili che restano scolpite dentro di me e nell’animo di chiunque ad esse presterà ascolto. Sono certo che accadrà a tutti i solerti lettori della presente silloge.

Francesco MACCIO', Ritratto di donna con bambino, Pasturana (AL), puntoacapo, 2025, € 15,00. 

domenica 28 dicembre 2025

RECENSIONE

 


“Parole senza rumore”

Antologia poetica

a cura di Rosa Elisa Giangoia

L’antologia, edita per iniziativa dell’Associazione Culturale “Il Gatto Certosino”, trae il bel titolo “parole senza rumore” da un noto ed esteso testo montaliano e riunisce poesie e prose di venti autrici e nove autori (spiccata la superiorità lirica femminile!) che, a loro modo e secondo la personale ispirazione, hanno inteso omaggiare Montale nel centenario della pubblicazione di “Ossi di seppia” (1925-2025). L’opuscolo, snello e gradevole, riporta in copertina una minuziosa e artistica riproduzione a china intitolata “I girasoli” di Carla Cuminetti. Con la consueta perizia è stato curato e coordinato dalla scrittrice e poetessa, oltre che infaticabile animatrice culturale, Rosa Elisa Giangoia e pubblicato con singolare diligenza da AGF Edizioni. L’opera raccoglie, a vario titolo, una trentina circa di produzioni letterarie, compresa quella di chi scrive, volutamente taciuta nel commento. Ecco segnalati in elenco titoli, nominativi di autrici e autori seguiti da un’essenziale e brevissima chiosa. “...silente sinfonia” di Maria Grazia Bertora vuol essere “una tenera e melodiosa rievocazione della Natura nel mese di Aprile”; “sine titulo” di Lucina Margherita Bovio offre  “quattro versi di vera satira giocata sulla realtà che viviamo, da cui ci salva – sostiene la poetessa – Montale”; “Il cavalluccio marino di Montale” di Mario Bozzi Sentieri emerge in forma di omaggio a Montale “come un sogno che mai si spezza”; “Parole come pesci in un acquario” di Milena Buzzoni risuona con “un avvio improvviso e fulminante, che si carica poi di tante ricche e soffuse emozioni”; “Almeno un milione di scale” di Maria Cristina Castellani rievoca, sul ritmo del verso montaliano, “un’anonima coppia che ha sceso le scale della vita”; “Deserto” di Carla Cuminetti ci porta nella cappelletta di montagna ove l’autrice riesce a percepire “il rumore assordante del silenzio”; “Di mio nonno” e “E.D.” di Goffredo D’Aste si propongono in qualità di “due secche serie di versi sub mono-lemmi che si fanno visione e speranza”; “Il mare di Eugenio Montale” di Luigi De Rosa esprime la sua gratitudine a Montale per “la credibilità e il valore dati alla civiltà classica in «Mediterraneo»”; “Notte di Pasqua” di Mariangela De Togni fa rivivere la personale e intima tensione nell’“incerto colore dei pensieri”; “Cerco parole” di Emilia Fragomeni è viva e vissuta ricerca da cogliere “nel pergolato dell’anima”; “Il mio mare” di Maristella Garofalo è descritto come “acqua di madre feconda”;  Controcanto discordante” di Rosa Elisa Giangoia scopre e ritrova “la parola giusta nel dolore” come  risposta al montaliano male di vivere; “Montaliana” di Elvira Landò canta doucement rime dedicate a Montale, in cui augura “una ritrovata felicità”; “Omaggio a Eugenio Montale” di Patrizia Loria mira a “portare con sé il girasole impazzito di luce”; “Una giornata qualunque” di Marina Martinelli inquadra il “Limpido azzurro / di primavera”; “A salutare Angelo, a salutare Eugenio, il suo poeta” di Gigliola Mattiozzi descrive come “nel piccolo cimitero di San Felice a Ema si è recato a porgere il proprio saluto ad Angelo (Marchese), al “suo” Poeta Eugenio (Montale) e alla “di lui” moglie Drusilla (Tanzi); “Parole con il silenziatore (e un po’ d’amore)” di Alessandra Santy Melizia cantano il silenzio (incorniciato da un po’ d’amore) in versi di un sogno infinito; “Montale, l’Italsider e il barone siciliano” di Egidio Morando è da leggersi come un piacevolisssimo pezzo antologico di vita vissuta “con l’intervento di Montale in sostituzione di Eliot, liberatosi dall’incarico morendo”; “Dopo la tempesta” di Isa Morando sa creare una vivida suggestione provocata “dalla rabbia del mare” e da “un tenue luccichio di madreperla. Ossi di seppia.”, “Ricordo” di Rita Parodi Pizzorno ricompone una memoria dei suoi “verdi anni” quando incontrò poesia e arte di Montale; “Senza rumore” di Mario Pepe segnala di gustare “le carezze del sole, il vagare di una farfalla”; “Un amore che compie 40 anni” di Roberta Raviolo ricorda il suo primo intenso impatto con “Meriggiare pallido e assorto” e afferma che “mantiene un primato nella mia anima”, seguito da altre composizioni; “Νόστοι montaliani” di Giovanni Sighieri Danesin si concentra ad “Indagare le radici della poesia di Genio del dono nel centenario del dono” di “Ossi di seppia”; “sine titulo” di Marco Tassistro, in modo originale, propone e omaggia Montale e, richiamato nei suoi versi tre volte “il sole”,  conclude con l’eversivo distico “Questo meriggiare / pallido è assolto”; “Leggerò il mio futuro” di Elena Venere spone l’assurdità di leggerlo a causa delle “cent’anime che m’abitano / e che non so addomesticare”; “Mare nostrum” di Gabriella Vezzosi canta e rivolge “la mia preghiera… Tra saperi e sapori di mare”; “un sogno” di Franco Zangrilli rivela e interpreta il suo sogno “dove vivono i morti / ...con abiti smorti / e… risorti”; “Incontro con Eugenio Montale” di Guido Zavanone, qui riproposto da R.E.G., fa rivivere, da giovane poeta quale era, l’infelice incontro a Milano con Montale, da lui definito “senza prospettive” e che gli ispirò il lungo canto poetico “Gabbie”… composto per uscirne!

*ASSOCIAZIONE CULTURALE IL GATTO CERTOSINO Culturale “parole senza rumore”, Antologia poetica A CURA DI ROSA ELISA GIANGOIA, AGFEdizioni.

Benito Poggio