DOLCE MALINCONIA, SENSO DEL PASSATO,
EMOZIONE ESTETICA NELL’ULTIMA SILLOGE
DI FRANCESCO MACCIÒ
di Benito Poggio
Che dire? Pur nella
diversità di timbri e di argomenti, in vari “loci” e in particolare in quelle
dolenti iniziali evocazioni della “Sopraelevata” e delle “travi di ferro e
cemento” ho percepito richiami ai versi di un antico collega del Liceo Mazzini
di San Pier d’Arena: esattamente l’entusiasta e combattivo professore di Storia
e Filosofia Adriano Guerrini (1923-1986), che si distinse soprattutto come
poeta autentico e caustico, capace però di agguerrito dialogo con i bellicosi
studenti in tempi di acuta contestazione alla quale dedicò un suo scritto. E mi
piace ricordare come nelle sue “Confessioni” lo stesso Guerrini recrimini che,
superati l’“Ermetismo” (per lui: “forma
senza contenuto”) e il “Neorealismo” (per lui: “contenuto senza forma”) non
si sia pervenuti ad un’agognata “Sintesi” (per lui: “forma e contenuto”), e si
siano invece “aperte le porte del caos”. Ebbene, io sono convinto che l’ultima raccolta –
dedicata alla madre, “dalle sette vite come i gatti” tanto che rimase incolume,
quasi novantenne, dopo una caduta dalle scale – “Ritratto di donna al
mare con bambino” di Francesco Macciò ricca com’è di una novantina di testi
vitali e innovativi per generale impostazione, espressività e densi di alto
significato tanto sul senso della vita quanto della morte, Guerrini l’avrebbe
fatta rientrare proprio in quella “Sintesi” di “forma e contenuto” da lui
auspicata. A parte l’accattivante titolo, non dovete pensare che io stia
esagerando: i testi della raccolta sono davvero avvincenti e convincenti,
trascinanti e coinvolgenti, tutti immersi nella vita vissuta e aggrappati al
tempo del ricordo e ampliati nel ricordo del tempo, dice il poeta, “che non si
fa aspettare”. Sono soprattutto, come anticipato, testi innovativi perché
lontani non solo dalle correnti citate da Guerrini, ma ancor più, lasciatemelo
dire, dalle deamicisiane mode lacrimose e moralisticheggianti che ancora
germinano nei caotici tempi nostri quando si allude alla madre e a lei si
dedicano versi. Qui si tratta, in effetti, di un affascinante, nostalgico e
perdurante viaggio nel tempo reale e nella vita vissuta, tra ricordi e memorie
collegati alla famiglia nel senso più largo, rimembranze e
reminiscenze di momenti reali, progetti e flashback, speranze e rievocazioni, emozioni forti e
affetti presenti, vivi e sentiti nel profondo con grandissima sensibilità: la
madre Giovanna Carraro; il padre Giambattista, detto Gino; Virginia Noli, la
nonna materna; Evelina, la prozia materna, dal nome di stampo joyciano, che
gestiva un negozio di vasellame a tempo pieno: solo dieci i giorni di vacanza
trascorsi a Sestri Levante in settembre; i figli Sofia Diletta (in prezioso
acrostico) e Andrea Angelo: a tutti, ultimi ma non meno importanti, si accodano
i due gatti Rosso e Antracite. Per una piena e consapevole comprensione del
testo di alta sensibilità umana e creativamente lirico è bene non tralasciare,
ma dedicarsi con voluta concentrazione e dovuta compenetrazione alla lettura
del pensiero critico dei tre noti e competenti Prefatori. Come bene pone in
risalto lo scrittore, poeta e primo prefatore Giuseppe Conte, coloro che, per
la prima volta, si accostano a quest’opera poetica ne possono cogliere, una
particolare intima ricchezza di “memoria quotidiana, carica non solo delle età
dell’uomo, ma in ispecie di dolcezza e malinconia”. Transitando al secondo
prefatore, il poeta, traduttore e critico letterario svizzero Fabio Pusterla,
risulta evidente come egli tenda a rimarcare e rimarchi “il senso di un passato
che sfuma nel buio e nell’oblio”: ed è proprio così nei versi del nostro poeta,
ma ciò non avviene astrattamente o inconsapevolmente, bensì attraverso figure
concrete: su tutte quelle filialmente accentuate della madre e del padre
(entrambe da me conosciute), e varie
altre ancora. Il terzo critico Davide Conrieri, studioso e docente alla
Normale di Pisa, puntualizza la sua emozione sul piano estetico, legata ai temi
centrali “ricordo e tempo” (pienamente condivisi) associati alle figure della
madre più volte presente, del padre essenziale nei “Dialoghi” e con lui, che
simboleggia il passato, i due figli Sofia e Andrea in quanto proiezioni del
futuro e nel futuro. Dell’autore Francesco Macciò – genero del prof.
Angelo Corsello, a lungo Preside del Liceo Mazzini (e mio), di cui ha sposato
la figlia Ilaria – ho avuto già
occasione di scrivere in altre occasioni in merito ad altre sue opere di
prestigio sia in prosa che in poesia. Qui ci tengo a precisare ch’egli –
nel suo sforzo costante di tendere contemporaneamente all’“opus perfectum” e ad
una forma crescente e non comune di “disappropriazione” – ritorni spesso
su quanto ha scritto e non si decida a renderlo pubblico prima di averne messo
alla prova qualche pezzo in pubblica lettura. Già il delicato e insieme
intensamente espressivo titolo della silloge, Ritratto di donna al mare con
bambino, palesa e preserva, per me, una certa qual soffusa e dolce squisitezza
propria delle Madonne raffaellesche. La silloge, mi ripeto, è tutta impostata
sulla vivida arte della memoria, come negli splendidi e insieme toccanti versi
che, riportandoli in vita, ridanno vita ai genitori del poeta: “Si stringe in
un grumo / di memorie il cuore in festa: / mio padre, mia madre,…”.
Quanti e quanti versi varrebbe la pena ch’io riportassi per suscitare nei lettori partecipazione emotiva
ed affettiva tanto nei confronti d’una madre solerte e premurosa al pari di
quelli che, ripieni di delicatezza, riecheggiano un antico passato riuscendo a
fonderlo tutto col presente del poeta-padre: “Ma oggi con il tuo
bambino / – lo tenevi sicura per mano / al riparo dal sole – / risalivi la
sabbia come un’onda / che esce dal mare e non ritorna. / Lungo la riva intanto,
/ ignari di noi, i miei figli / scavavano fino all’acqua / una buca profonda.”,
quanto nei confronti d’un padre col quale emerge e si impone “un rapporto
complicato” che risalta e si esalta, a momenti, in tenero turbamento di
faticosa reciproca verità come nei versi in cui l’autore fattosi padre
anch’egli: “Mi porto sulle spalle il peso di quello che sono, / di quello che
sei stato, i volti che incontro, / la storia di un rapporto complicato, / oh,
com’eri stanco, come sono stanco anch’io / adesso, padre.” E qui il poeta
Macciò, nei trepidi versi richiamati in apertura che sanno di dolente
premonizione, raggiunge, a mio parere quella “agognata sintesi” auspicata da
Guerrini di cui ho detto: “Ti eri fermato sulla Sopraelevata / rallentando, / accostando
di lato, / la dolcezza rassegnata del tuo sguardo / dentro tutte le cose / che
non avevi saputo dire.” Voglio concludere con versi, a mio parere bellissimi e
poeticissimi, dal respiro classico, d’anima e calco leopardiani: “Se soltanto potessimo
scoprire / nel profilo scavato dei monti / quell’orizzonte che non conosciamo…”.
Non è da perdere, all’interno dell’opera, quel felice e ben riuscito capolavoro
che è “Numerologia”: senz’altro avrebbe fatto schiattare di sorpresa e di gioia
Gianni Rodari, che con i numeri s’è divertito nelle sue opere, combinandone di
tutti i colori! Ma tanti e tanti altri versi e soprattutto “lo sciabordio incessante
di voci” mi ha colpito e sono “voci” indelebili che restano scolpite dentro di
me e nell’animo di chiunque ad esse presterà ascolto. Sono certo che accadrà a
tutti i solerti lettori della presente silloge.
Francesco MACCIO', Ritratto di donna con bambino, Pasturana (AL), puntoacapo, 2025, € 15,00.
