venerdì 13 marzo 2026

RECENSIONE

 

DOLCE MALINCONIA, SENSO DEL PASSATO,

EMOZIONE ESTETICA NELL’ULTIMA SILLOGE

DI FRANCESCO MACCIÒ

 di Benito Poggio




Che dire? Pur nella diversità di timbri e di argomenti, in vari “loci” e in particolare in quelle dolenti iniziali evocazioni della “Sopraelevata” e delle “travi di ferro e cemento” ho percepito richiami ai versi di un antico collega del Liceo Mazzini di San Pier d’Arena: esattamente l’entusiasta e combattivo professore di Storia e Filosofia Adriano Guerrini (1923-1986), che si distinse soprattutto come poeta autentico e caustico, capace però di agguerrito dialogo con i bellicosi studenti in tempi di acuta contestazione alla quale dedicò un suo scritto. E mi piace ricordare come nelle sue “Confessioni” lo stesso Guerrini recrimini che, superati l’“Ermetismo” (per lui: “forma senza contenuto”) e il “Neorealismo”  (per lui: “contenuto senza forma”) non si sia pervenuti ad un’agognata “Sintesi” (per lui: “forma e contenuto”), e si siano invece “aperte le porte del caos”. Ebbene, io sono convinto che l’ultima raccolta dedicata alla madre, “dalle sette vite come i gatti” tanto che rimase incolume, quasi novantenne, dopo una caduta dalle scale “Ritratto di donna al mare con bambino” di Francesco Macciò ricca com’è di una novantina di testi vitali e innovativi per generale impostazione, espressività e densi di alto significato tanto sul senso della vita quanto della morte, Guerrini l’avrebbe fatta rientrare proprio in quella “Sintesi” di “forma e contenuto” da lui auspicata. A parte l’accattivante titolo, non dovete pensare che io stia esagerando: i testi della raccolta sono davvero avvincenti e convincenti, trascinanti e coinvolgenti, tutti immersi nella vita vissuta e aggrappati al tempo del ricordo e ampliati nel ricordo del tempo, dice il poeta, “che non si fa aspettare”. Sono soprattutto, come anticipato, testi innovativi perché lontani non solo dalle correnti citate da Guerrini, ma ancor più, lasciatemelo dire, dalle deamicisiane mode lacrimose e moralisticheggianti che ancora germinano nei caotici tempi nostri quando si allude alla madre e a lei si dedicano versi. Qui si tratta, in effetti, di un affascinante, nostalgico e perdurante viaggio nel tempo reale e nella vita vissuta, tra ricordi e memorie collegati alla famiglia nel senso più largo, rimembranze e reminiscenze di momenti reali, progetti e flashback, speranze e rievocazioni, emozioni forti e affetti presenti, vivi e sentiti nel profondo con grandissima sensibilità: la madre Giovanna Carraro; il padre Giambattista, detto Gino; Virginia Noli, la nonna materna; Evelina, la prozia materna, dal nome di stampo joyciano, che gestiva un negozio di vasellame a tempo pieno: solo dieci i giorni di vacanza trascorsi a Sestri Levante in settembre; i figli Sofia Diletta (in prezioso acrostico) e Andrea Angelo: a tutti, ultimi ma non meno importanti, si accodano i due gatti Rosso e Antracite. Per una piena e consapevole comprensione del testo di alta sensibilità umana e creativamente lirico è bene non tralasciare, ma dedicarsi con voluta concentrazione e dovuta compenetrazione alla lettura del pensiero critico dei tre noti e competenti Prefatori. Come bene pone in risalto lo scrittore, poeta e primo prefatore Giuseppe Conte, coloro che, per la prima volta, si accostano a quest’opera poetica ne possono cogliere, una particolare intima ricchezza di “memoria quotidiana, carica non solo delle età dell’uomo, ma in ispecie di dolcezza e malinconia”. Transitando al secondo prefatore, il poeta, traduttore e critico letterario svizzero Fabio Pusterla, risulta evidente come egli tenda a rimarcare e rimarchi “il senso di un passato che sfuma nel buio e nell’oblio”: ed è proprio così nei versi del nostro poeta, ma ciò non avviene astrattamente o inconsapevolmente, bensì attraverso figure concrete: su tutte quelle filialmente accentuate della madre e del padre (entrambe da me conosciute), e varie  altre ancora. Il terzo critico Davide Conrieri, studioso e docente alla Normale di Pisa, puntualizza la sua emozione sul piano estetico, legata ai temi centrali “ricordo e tempo” (pienamente condivisi) associati alle figure della madre più volte presente, del padre essenziale nei “Dialoghi” e con lui, che simboleggia il passato, i due figli Sofia e Andrea in quanto proiezioni del futuro e nel futuro. Dell’autore Francesco Macciò genero del prof. Angelo Corsello, a lungo Preside del Liceo Mazzini (e mio), di cui ha sposato la figlia Ilaria ho  avuto già occasione di scrivere in altre occasioni in merito ad altre sue opere di prestigio sia in prosa che in poesia. Qui ci tengo a precisare ch’egli nel suo sforzo costante di tendere contemporaneamente all’“opus perfectum” e ad una forma crescente e non comune di “disappropriazione” ritorni spesso su quanto ha scritto e non si decida a renderlo pubblico prima di averne messo alla prova qualche pezzo in pubblica lettura. Già il delicato e insieme intensamente espressivo titolo della silloge, Ritratto di donna al mare con bambino, palesa e preserva, per me, una certa qual soffusa e dolce squisitezza propria delle Madonne raffaellesche. La silloge, mi ripeto, è tutta impostata sulla vivida arte della memoria, come negli splendidi e insieme toccanti versi che, riportandoli in vita, ridanno vita ai genitori del poeta: “Si stringe in un grumo / di memorie il cuore in festa: / mio padre, mia madre,…”. Quanti e quanti versi varrebbe la pena ch’io riportassi per suscitare nei lettori partecipazione emotiva ed affettiva tanto nei confronti d’una madre solerte e premurosa al pari di quelli che, ripieni di delicatezza, riecheggiano un antico passato riuscendo a fonderlo tutto col presente del poeta-padre: “Ma oggi con il tuo bambino / – lo tenevi sicura per mano / al riparo dal sole – / risalivi la sabbia come un’onda / che esce dal mare e non ritorna. / Lungo la riva intanto, / ignari di noi, i miei figli / scavavano fino all’acqua / una buca profonda.”, quanto nei confronti d’un padre col quale emerge e si impone “un rapporto complicato” che risalta e si esalta, a momenti, in tenero turbamento di faticosa reciproca verità come nei versi in cui l’autore fattosi padre anch’egli: “Mi porto sulle spalle il peso di quello che sono, / di quello che sei stato, i volti che incontro, / la storia di un rapporto complicato, / oh, com’eri stanco, come sono stanco anch’io / adesso, padre.” E qui il poeta Macciò, nei trepidi versi richiamati in apertura che sanno di dolente premonizione, raggiunge, a mio parere quella “agognata sintesi” auspicata da Guerrini di cui ho detto: “Ti eri fermato sulla Sopraelevata / rallentando, / accostando di lato, / la dolcezza rassegnata del tuo sguardo / dentro tutte le cose / che non avevi saputo dire.” Voglio concludere con versi, a mio parere bellissimi e poeticissimi, dal respiro classico, d’anima e calco leopardiani: “Se soltanto potessimo scoprire / nel profilo scavato dei monti / quell’orizzonte che non conosciamo…”. Non è da perdere, all’interno dell’opera, quel felice e ben riuscito capolavoro che è “Numerologia”: senz’altro avrebbe fatto schiattare di sorpresa e di gioia Gianni Rodari, che con i numeri s’è divertito nelle sue opere, combinandone di tutti i colori! Ma tanti e tanti altri versi e soprattutto “lo sciabordio incessante di voci” mi ha colpito e sono “voci” indelebili che restano scolpite dentro di me e nell’animo di chiunque ad esse presterà ascolto. Sono certo che accadrà a tutti i solerti lettori della presente silloge.

Francesco MACCIO', Ritratto di donna con bambino, Pasturana (AL), puntoacapo, 2025, € 15,00.