mercoledì 3 aprile 2019

RECENSIONE


Maria Cristina Castellani


Il romanzo FEBE di Rosa Elisa Giangoia (Europa Edizioni, Roma 2018) rappresenta una tappa importante e particolarmente significativa nel percorso letterario dell’Autrice. Rosa Elisa Giangoia è una voce importante nell’ambito della produzione e della critica letterarie, non nuova, quindi, alla scrittura di romanzi. Ma, in questa sua recentissima opera, originale e profonda, riscontriamo una particolare completezza e una organicità di trattazione di un tema profondamente attuale, nonostante la storia si sviluppi più di duemila anni fà. Si tratta di una costruzione sapiente, che riteniamo non possa passare inosservata.
Febe, la protagonista del romanzo, è una donna greca, che vive nel mondo pagano, dopo la morte di Gesù, in quel periodo storico, sovente avvertito come una zona d’ombra, quando ancora vivevano i testimoni diretti della vita umana del Cristo e i primi trasmettitori della buona novella, che portavano il Suo messaggio da un luogo all’altro…
Nel tempo di Febe, per i non ebrei, i costumi, la morale, il modo stesso di rapportarsi con la vita umana, erano riferiti a una società in cui mancava un’etica religiosa, tale da avere influenza diretta sul modo di vivere privato e sociale. Nel mondo ebraico, al contrario, regole e precetti erano spesso vissuti in modo opposto, e, in qualche caso, eccessivamente formale, come ci testimoniano anche le critiche mosse da Gesù ai Farisei. Ma Paolo di Tarso, il futuro san Paolo,  che aveva perseguitato i cristiani, sino all’incontro con Gesù, dopo la Sua morte, come si racconta nel famoso episodio del “Cur me persequeris?”, è l’attore che spingerà Febe alla conversione. Ma questa avviene non in modo improvviso e fulminante, sulla cosiddetta via di Damasco. Rosa Elisa Giangoia, con sapiente e partecipe attenzione, segue la conversione di Febe, donna colta e gentile, nello sviluppo del passaggio dai dubbi alla piena accettazione di Dio, grazie alle parole di San Paolo, ebreo ellenizzato e civis romanus, coevo di Gesù.
Possiamo seguire la protagonista nel suo viaggio a Roma, latrice della lettera di Paolo ai Romani. La osserviamo, paziente e diligente, anche nel suo percorso di apprendimento della lingua latina, alla scuola del maestro Lido, da cui impara a conoscere Aristotele, in una Roma, città interculturale, vastissima, ricca di stimoli, giunta all’apice della sua potenza, ma con in sé già  i germi della sua futura decadenza. La precisione di Rosa Elisa Giangoia, che è stata insegnante liceale di Lettere Classiche, profonda conoscitrice del mondo classico, fa sì che ogni dettaglio antropologico sia descritto in modo documentato e storicamente  ineccepibile, dalle vesti, ai cibi, dalle case, alle lingue parlate nel I secolo dopo Cristo. Un percorso, che non è solo interessante dal punto di vista storico, ma anche culturale, intendendo, appunto la parola cultura nel suo significato antropologico, includendo quindi, a titolo di esempio, i cibi gustati da Febe, i prodotti alimentari commerciati dal figlio, il tipo di imbarcazione con il quale i protagonisti raggiungono Roma, la scuola del maestro Lido, la modalità e i materiali per la scrittura e la “manutenzione e conservazione” dei prodotti della scrittura.
La profonda conoscenza del mondo greco e romano della professoressa Giangoia si evidenzia anche in frequenti citazioni di miti e leggende, non ultima, proprio perché Febe è vedova, ancora strettamente ed intimamente legata alla memoria dell’amatissimo marito, la citazione del dolcissimo amore di Filemone e Bauci e della loro metamorfosi in alberi, dopo la morte, che consentirà ai due defunti un eterno abbraccio. Questo mito traduce infatti, teneramente, il senso di appartenenza, oltre la morte, di due amanti anziani, in un rapporto di strettissima e reciproca donazione, sino alla morte. Mi sono soffermata sulla storia di Filemone e Bauci, non solo perché, dall’epoca del liceo, li ho sempre amati, in quanto testimoni di una storia d’amore eterna, come lo è questo sentimento, ma perché, ritengo che la vicenda rappresenti il tentativo del mondo pagano di costruire una storia di sopravvivenza oltre la morte. La risposta alla domanda sul passaggio dal tempo all’eterno, come recita appunto il sottotitolo di questo bel romanzo. Anche il mito di Persefone, raccontato da Rosa Elisa Giangoia, in un altro passaggio del libro, rispondeva al bisogno esistenziale di garantirsi una memoria perenne nel rapporto fra il reale e l’oscuro. E la riflessione su Aristotele evidenzia un’accurata ricostruzione della qualità del pensiero greco, prima del cristianesimo, spesso sulla stessa strada che verrà ripresa dai pensatori cristiani.
Ma saranno molti, nel bel romanzo che stiamo recensendo, i passi che vi commuoveranno e vi faranno riflettere, dalle testimonianze, raccontate e poi tramandate, da chi aveva conosciuto Gesù, al nascere della fede nei cuori scettici. In particolare, cito la frase con cui l’Autrice descrive la prima conversione della protagonista e la sua pace ritrovata, grazie alle parole di san Paolo: “Febe avvertì subito che quelle parole riscaldavano il suo cuore con un soffio di conforto e di consolazione che lo raggiungeva all’improvviso e lo avvolgeva completamente con una sconosciuta sensazione di beatitudine”.
Un bel romando, quindi, interessante, documentato, avvincente, che vi farà meditare e vi lascerà un messaggio umano e spirituale, oltre che culturale, da conservare nella memoria e nel cuore.


(in "il Foglio", n. 1/2019, p. /9

Nessun commento:

Posta un commento