sabato 11 aprile 2020

POESIE


Ringrazio l'amico Andrea Guiati, Coordinator Italian Section dell'Università di Buffalo (USA), per averci inviato queste due poesie, in spirito di solidarietà e condivisione del tragico momento che stiamo vivendo.
La seconda Isolati a Milano è una sua riscrittura da Memo Remigi, operazione letteraria questa popolare tra i trovatori e ripresa in alcune occasioni nel secolo scorso.

COVID-19 ed io 

Il nemico invisibile
Insidioso dilaga
Muoiono cinesi
spagnoli e francesi
inglesi e italiani
tedeschi e americani
Muoiono gli esseri umani
Nonne e nonni
Restano senza respiro
Mamme e papà
Senza poter arrestare
Questa infausta realtà
Ferita è l’umanità
Muoiono figlie e figli
Sorelle e fratelli
Cugine e cugini
Lontani e vicini
Muoiono zie e zii
Amiche e amici
Conoscenti e parenti
I sopravviventi
Chiusi in casa
Sperano che rallenti
La mortale pandemia
Ritorni l’euforia
Risplenda ancora il sole
In paesi e città
Nazioni e continenti
Del pianeta Terra abitanti
Preghiamo ad alta voce
Insieme vinceremo il male
Trionferà il bene
Come ci ha insegnato Verdi
Va pensiero sull’ali dorate
Aiuta le persone da noi amate
A sorridere alla vita
In pace e in armonia
Vinceremo con la fede
La terribile pandemia
Lasciami rivedere
Madre di Dio
Il mio adorato
Paese natìo

@ Andrea Guiati 2020


Isolati a Milano © Andrea Guiati 23 marzo, 2020


Sapessi
Com'è strano
Sentirsi
Isolati
A Milano
Senza fiori
Senza verde
Senza cielo
Senza niente
Neppur’ la gente
La mia gente

Sapessi
Com'è strano
Tutti in quarantena
A Milano
Vuoto il grande magazzino
La piazza
E la galleria
Che pazzia

Eppure
In questo posto irriconoscibile
Torneremo a dirci
Ti amo
Stretti stretti
Ti amo

Sapessi
Com'è strano
Non darsi appuntamenti
A Milano
In un grande magazzino
In piazza
O in galleria
Che pazzia

Eppure
In questo posto irriconoscibile
Torneremo a dirci
Ti amo
Stretti stretti
Ti amo
Ti amo

Ti amo
Ti amo
Ti amo ti amo ti amo

© Andrea Guiati 23 marzo, 2020


sabato 21 marzo 2020

POESIA in italiano e in spagnolo


ISA MORANDO 

La partita a scacchi
                                                                                  (a Enrique Irazoqui)

Giochi ancora agli scacchi, amico mio?
L'affronterai per noi questa partita?
Nell'enigma di questa primavera,
irridente trionfo
di colori e di vita.
Nostri pezzi vincenti, le parole
che ci avvolgono senza far rumore,
ci regalano il suono impercettibile
di un messaggio d'amore e di speranza.
                                                                                                       
                                                                                                             Genova, 18 marzo 2020


La partida de ajedrez

                                                                                        (a Enrique Irazoqui)

¿Juegas todavía al ajedrez amigo mío?
¿Te enfrentarás por nosotros a esta partida?
En el enigma de esta primavera,
irrisorio triunfo
de colores y de vida.
Nuestras piezas ganadoras, las palabras
que nos recubren sin ruido,
nos regalan el sonido imperceptible
de un mensaje de amor y de esperanza.

domenica 8 marzo 2020

POESIA




Requiem per Ernesto Cardenal

di Luigi Picchi

Così dolcemente sei scivolato,
stella tra le stelle, nello Spazio
dove sciamano alfabeti di galassie,
questo amoroso cantico siderale
di luci che un Dio ininterrottamente
tesse e ritesse all’Infinito per sé
e per tutti noi.

Lungo il cammino astrale
troverai Thomas Merton
e Marilyn Monroe,
ma anche Bach e Beethoven,
Einstein, Galileo, tutto un pantheon
eroico, ma anche molto, molto
umano: i tuoi campesinos,
i guerriglieri sandinisti,
generazioni in viaggio,
popoli in cammino
verso la Libertà che è Amore,
verso la Rivoluzione che è Amore,
verso la Giustizia che è Amore,
verso la Verità che è Amore.

E con voi tutto
il popolo delle stelle,
anche loro esuli,
anche loro braccate,
anche loro in lotta.



mercoledì 4 marzo 2020

RECENSIONE



Luigi Picchi


Una promessa mantenuta, questa raccolta del poeta ligure, un’ulteriore testimonianza di fedeltà, una fedeltà tutta lirica che risale al Montale di Ossi di seppia o al Poema del mare di Ettore Cozzani: «Non finirò di scrivere sul mare. / Non finirò di cantare / quello che c’è in lui di estatico / quello che c’è in lui di abissale / la sua vanità disumana / senza pesantezza, senza un vero confine / la sua aridità senza sete / senza spine / le sue forme in perenne mutamento / sottomesse alle nuvole, al vento / e al cammino in cielo della luna». L’intera silloge infatti è incentrata sul mare, cantato come un interlocutore quasi divino: «Tu mare non hai chiese / non hai sacerdoti, sacramenti, / non hai preghiere, monumenti / né riti né elemosine, / e non hai avuto pietà. / Eppure sei sacro, divino». Anche fino alla preghiera: «Mare su cui si affacciano gli ulivi / tra rocce ripide e riflessi del sole / mare che hai udito le parole di Omero e di Odisseo / mare che canti come le cicale / che ho attraversato quando ero bambino / tra scilla e Cariddi, sotto stelle di sale / mare che vide Goethe quel mattino / tutto d’oro come alberi di limone. / Oggi sei il mare dei morti, la prigione / dei tanti annegati tra i migranti. / Rinasci, Mediterraneo, con i tuoi canti / incolpevoli, unisci, non separare / ricorda agli uomini d’Europa la tua legge: / essere mutevole, alzare le vele, amare». Un mare, quello di Conte, emblema di tutta la vita, la vitalità, ma anche mortale, distruttivo e sterile, vera Coincidentia oppositorum. Ma quello che mi ha commosso è l’ammissione da parte del poeta della propria fragilità umana, una confessione quasi sbarbariana: «Sono più solo di tutti, mare, persino di te. / […] / io un fragile figlio di donna / una medusa spiaggiata, un ramo sfiorito». Proprio questa miscela di entusiasmo vitalistico e pervadente malinconia esistenziale, trovo sia in un certo senso la cifra di questo libro maestoso e dolente, epifanico ed elegiaco, sintesi matura del credo e della poetica del Nostro. Queste poesie, unite tra loro da un fil rouge poematico eminentemente mitomodernista, ci portano in altre epoche da Omero a Byron e ci fanno viaggiare dalla California all’India, dalla Liguria all’Atlantico, eppure l’alfa e l’omega di tutta questa avventura spaziotemporale è sempre il presente e la Riviera. L’afflato, ora whitmaniano ora dannunziano ora luziano ora alla Lawrence, non impedisce al poeta di cogliere alcuni aspetti squallidi e tragici della contemporaneità, indimenticabili: la desolazione di un vecchio abbandonato e solo, la spocchia di alcuni avventori modaioli di un bar, l’ebetudine catatonica di un adolescente chiuso al mondo con i suoi auricolari, il dramma e la disperazione dei migranti in balia di pericolose e letali traversate. Come non mancano neppure gli affetti e le memorie familiari: la madre o il nonno o il figlio mai avuto. C’è poi una poesia particolarmente originale, Odisseo internauta, dove il poeta coglie la novità inumana e alienante della Rete, spesso trappola diabolica per l’anima assuefatta con le sue navigazioni compulsive e droganti: «Ora il mio mare è questo. Non lo solco / più con la mia galea dall’alta velatura / né sulla zattera impazzita alla deriva. / Non ho di fronte nessuna isola sicura. / Non c’è all’orizzonte anima viva. / È un mare senza onde, senza sponde / non soffiano il meltemi né il maestrale / non vedo in superficie delfini che saltano / né meduse e coralli sul fondale. / È un mare così, piatto, frontale / su uno schermo che si accende, irretito / da immagini che appaiono e scompaiono /basta la punta leggera del mio dito. […] Non mi aspettano né la Troade né la Colchide. / Né Elena, né Achille né il Vello d’Oro. / Tutto è presente, uguale, effimero. / […] Io sono qui, seduto, solo, irretito, / irreale. Non ancora morto né più vivo. /Sono l’internauta.». Giuseppe Conte è il poeta che ha la capacità di trasformare nel centro del mondo la sala d’attesa di un aeroporto durante uno scalo o il tavolino del bar dove si ferma a bere un caffè e a scrivere una poesia sul proprio taccuino.

Giuseppe Conte, Non finirò di scrivere sul mare, Mondadori, Milano 2019, pp. 150, € 18,00.



venerdì 21 febbraio 2020

GRUPPO di LETTURA

Martedì 18 Febbraio al GRUPPO di LETTURA presso la Biblioteca Servitana eravamo in 8 e sono stati presentati i seguenti testi:

Antony Trollope, L'amministratore (Maria Cristina Ferraro);

AA.VV., Poeti della Val Bormida (Enrico Garano);

Guido Zavanone, Foto Ricordo (Rosa Elisa Giangoia);

Paola Gassman, Una grande famiglia dietro le spalle (Laura Monego);

Pierdante Piccioni, Meno dodici  (Gianna Orengo);

F. Bampi - G. Oneto, L'insurrezione genovese del 1848 (Giorgio Olivari);

Lucio Vizzini, Andrea Doria. Un sogno italiano (Raffaella Silvestrini).

Il prossimo incontro del GRUPPO di LETTURA si terrà Martedì 17 Marzo alle ore 16.30 sempre presso la BIBLIOTECA SERVITANA di via Baroni a Genova.

venerdì 14 febbraio 2020

PROGRAMMA del mese di FEBBRAIO


MERCOLEDÌ 5 Febbraio ore 16,30
Biblioteca Servitana
Via Baroni – Genova
GRUPPO ANTICA FOCE



MARTEDÌ 18 Febbraio ore 16,30
Biblioteca Servitana
Via Baroni – Genova
GRUPPO di LETTURA



GIOVEDÌ 27 febbraio ore 16
Circolo Il Quadrilatero
Via Malta, 4/12 16121 GENOVA
ASSEMBLEA ANNUALE
(seguirà convocazione con o.d.g.)
Presentazione del romanzo
BURRASCA PER TRE
(Golem Edizioni 2019)
di Marinella Gagliardi


Seguirà aperitivo

lunedì 3 febbraio 2020

RECENSIONE



Rosa Elisa Giangoia

   Fin dal titolo questa silloge poetica di Monica Buffagni (Piume di ghiaccio) rivela un sentire e un’espressione poetica, filtrata attraverso le figure, di tipo ossimorico, di forte valenza significativa per la possibilità di oltrepassare il piano linguistico per attingere a quello concettuale. Piume di ghiaccio si articola in due sostantivi “piume” e “ghiaccio” che appartengono a due campi semantici completamente diversi, se non contrastanti, capaci di prospettare al lettore immagini e sensazioni antitetiche. “Piume” riporta, infatti, a sensazioni di morbidezza, di calore e di leggerezza, mentre “ghiaccio” induce a pensare e immaginare qualcosa di duro, di freddo e di pesante: alle piume accostiamo volentieri e facilmente le mani, dal ghiaccio le ritraiamo in tutta fretta. La preposizione “di”, che collega i due sostantivi, stabilisce un rapporto di materia, per cui avviene, nell’immaginazione del lettore, una transazione in capovolgimento dal positivo al negativo, dal gradevole allo sgradevole.
  Da questa breve analisi del titolo si coglie il filone rilevante, l’elemento caratterizzante, il motivo dominante di tutta la silloge che ha, proprio nella contrapposizione ossimorica tra positivo e negativo, tra gradevole e sgradevole, il suo asse portante.
   Questa, che potremmo definire la dinamica del capovolgimento delle sensazioni banalmente immediate, diventa la cifra che percorre e innerva tutta la silloge poetica di Monica Buffagni, tramite un’articolazione espressiva di grande fantasia immaginativa e creativa nel susseguirsi di figure che determinano un forte ed attraente coinvolgimento emotivo con il lettore.
   La raccolta si articola in tre sezioni: Sfumature, In due e Caleidoscopio che dimostrano un progressivo ampliarsi degli orizzonti di ispirazione e di riflessione dell’autrice e nello stesso tempo un ammorbidirsi progressivo della sensazione di negatività e ostilità nei confronti del mondo e degli altri.
   Infatti in Sfumature prevalgono metafore che riportano ad una sfera semantica di asprezza e di durezza, fin dal verso d’inizio della lirica d’apertura del testo (Dicembre notturno) «Fragoroso silenzio» che vive in una contrapposizione assoluta. Nella seconda sezione In due centrale sembra essere la dimensione relazionale, vissuta nel contrasto e nella difficoltà comunicativa. La tensione comunicativa si realizza in un intarsio di ricercate stringhe espressive in cui l’opposizione ossimorica si intreccia con l’allitterazione di solito di grande efficacia, come in «Soffici serpenti sognanti / strisce di sole…» (Di guerra e d’amore) o come «Verde vibrante / […] / vivace ventoso volante / verde vuoto, vento» (L’odore del vento). L’attenuarsi dell’intensità della durezza nelle metafore si realizza nella terza sezione Caleidoscopio tanto da far apparire più sereni e soddisfacenti rapporti relazionali con il mondo e di tipo interpersonale. Come si può facilmente vedere dalla breve lirica Sbuffi di sonno «Placida procede la spuma / coppa di neve bollente / trafitto di arancio e di blu», in cui l’ossimoro “neve bollente” stempera il suo contrasto nelle altre più dolci e rasserenanti immagini.
   La silloge poetica ha in questo modo una sua coerenza di sentire in una gradazione espressiva in cui la forma e il contenuto si vengono a trovare in un equilibrio di piena adeguatezza.