domenica 12 novembre 2023

POESIE

 

IMITANDO VIRGILIO

di 

Andrea Guiati

 

I

 

Una rossa fragola timidamente

trattiene la sua fragranza

sotto la fresca rugiada mattutina.

Una grossa zucchina

coperta da una foglia

pronta ad essere raccolta

sotto la fresca rugiada mattutina.

Rucola e lattuga si contendono lo spazio

accanto al riccio cavolo verde

sotto la fresca rugiada mattutina.

Le tegoline gialle e verdi

si arrampicano verso l’alto

sullo steccato di recinzione

sotto la fresca rugiada mattutina.

I piselli abbondano la loro dolce melodia

arricchisce la natura

sotto la fresca rugiada mattutina.

Steli verdi si attorcigliano in alto

la frutta incinta matura scarlatta

si raccolgono i pomodori

sotto la fresca rugiada mattutina

All’alba un colibrì inizia la sua giornata

gloria mattutina cercata

sotto la fresca rugiada mattutina.

Ora, ci sono i tuoi fiori

la viola del pensiero celeste nei tuoi occhi

la rosa rosso lucido delle tue labbra

il giglio ragno del tuo corpo cremoso

il bianco della tua rabbia di oleandro.

e l’universo di colori e profumi che sei tu.

Ti vedo in ogni colore di ogni fiore,

i petali che cadono volteggiano giocosamente

sotto la fresca rugiada mattutina.

Ma forse, vedo di più in te la semplice eleganza

il fiore che non appassisce, l’amaranto,

umile e forte con la sua bellezza eterna

 

II

 

L‘orologio del campanile

Mi sveglia presto un mattino di luglio.

Il cielo è semicoperto, l’aria afosa

La pioggia non tarda

Rinfresca i fiori nelle aiuole e nei vasi

Le foglie degli alberi rinverdiscono

Sembra quasi un mare l’erba.

Un colibrì saetta da un fiore all’altro,

scaccia le api che si nutrono dello stesso nettare

Ha il dorso verde e il ventre grigio scuro.

Un anello rosso attorno al collo

Sembra che indossi un frac

La sua coda biforcuta lentamente

Si muove su e giù, lo tiene in equilibrio

Infila il lungo becco e trafigge

Mandeville, Azalee, Zinnie, poi la salvia.

 

III

 

Anche al pianterreno della palazzina di Buffalo

il vento che soffia dal lago Erie penetra attraverso

fessure delle finestre a ovest, la sua cantilena ci sveglia

perfettamente intonato in primavera ed estate

i piccoli colibrì piroettanti si nutrono d’acqua dolce

difendono il loro territorio fino all’ultima goccia.

 

Gli scoiattoli divertenti per tutti saltellano sui rami

degli alberi. Mi rattristo quando finisce la bella stagione

e partono i minuscoli uccellini: lacrime grandi cadono su

foglie di piante sottostanti, l’autunno è in arrivo

ma i colori dei fiori sono ancora splendenti

solo qualche foglia ingiallita durante le migrazioni.

 

Ora la cantilena si trasforma in raffiche stonate, ogni

cosa non legata finisce stagionalmente sulla riva del lago.

 

IV

 

Piccola e leggera, da noi sai nasconderti,

Come la viola e l’astro, semplice e bella,

Nei prati d’erba, al tepore della primavera

Spunti, e noi possiamo ammirarti e lodarti.

 

Dall’aldiquà cosa posso pensare?

Piccolo velo, avvolta in tanto mistero,

Quando saprò comprendere del creato il vero?

Altro non posso che restare a guardare.

 

 

Lentamente crescerai, visibile alla gente,

Da giovane toglievo i tuoi petali uno per uno

“M’ama, non m’ama” la tua risposta non mente.

 

Vicino alla sorgente un poeta legge e sospira,

E tu margherita da sempre lo stai ad ascoltare,

Sei una creatura di Dio, un fiore che ispira.

 

V

 

Marina mi ha insegnato

ad andare in bicicletta

d’estate,

girando attorno allo stagno

vicino al campo di grano

dorato.

All’ombra del salice

ci siamo riposati.

Le rane gracidavano

cacciando insetti e vermi,

le rondini si rinfrescavano

nello stagno.

Un giorno il contadino

l’ha fatta cadere dalla bicicletta,

quasi.

Andavamo in giro per i campi

spensierati.

A fine giugno le trebbiatrici

separavano i chicchi dorati,

poggiandoli sull’aia

e imballavano le balle di paglia

accatastate nel fienile,

dove noi al tramonto

furtivamente

scoprivamo espressioni

nuove dell’amicizia,

Per San Martino Marina

ha traslocato.

Mi ha lasciato solo con la mia

ombra.

Ho cercato sollievo e Marina

in quell’ombra.

Invano.

 

VI

 

Pioggia di primavera benvenuta

Risvegli la natura addormentata

Alberi, erba, cespugli e i primi fiori

Inizia la danza degli uccelli e degli amori.

Preannunci la pioggia estiva

Rigagnoli, fiumi e laghi si gonfiano.

 

Nel cielo tuoni e fulmini trionfano

Il forte vento furioso e lacerante,

Canto che mi entra in corpo e mente.

Se non grandina arriva l’arcobaleno,

Dalla soglia lo ammira il contadino.

 

Piogge autunnali si riversano sul prato

I solchi e le zolle umide si mescolano,

Le foglie ingiallite dai rami offuscano.

In un sogno ti stringo forte forte

Per convincerti a dimenticare

Le cose che sono amare.

 

Pioggia invernale, scendi con forza

La legna sul focolare avvampa,

Dal freddo il suo calore mi riscalda.

Libri e immagini famigliari

Mi rincuorano, tanto mi son cari.

Arriveranno gli acquazzoni di primavera

E anche gli amanti giorno e sera,

Ridestano gioie delicate e il dolore.

Ricordi che trafiggono il cuore.

 

Pioggia di primavera e d’estate

Pioggia d’autunno e d’inverno,

Amo la gioia e il dolore che mi porti!

 

VII

 

Hanno previsto pioggia

i raccoglitori di lumache

preparano secchi e torce

per la lunga passeggiata.

 

Lungo i fossi e nei campi

erba e cespugli si bagneranno

i raccoglitori di lumache

s’incamminano lentamente.

 

Nella quiete assoluta

i giovani raggi di luna

rivelano i sentieri viscidi

delle lumache sugli steli d’erba.

 

A pochi metri uno dall’altro

due ottuagenari raccolgono

conchiglie marroni

scintillanti come pietre preziose.

 

A volte passano minuti

per trovarne un’altra. Anche ore.

Ma loro continuano a passo lento

nella notte attraverso il campo.

 

Li accompagnano le rane

che gracchiano nello stagno

in armonia con lo stridio del gufo

e dei tanti pipistrelli.

 

Gli steli frusciano di nuovo

mossi dal vento e dalle lumache

l’ululato del bracco dall’aia

li richiama verso casa.

 

VIII

 

Il gallo canta

e il vecchierello

di buon’ora

nella stalla lavora.

 

Le foglie ingiallite

cullate dalla brezza

lasciano il ramo

del melograno.

 

Ruspa fra le pannocchie

in cerca di chicchi

sull’aia assolata

la gallina affamata.

 

Un bacio della mamma

interrompe l’incubo

sorride il bambino

al sole mattutino.

 

Il mosto ribolle

nella botte di rovere

pregusta il contadino

l’arrivo del buon vino.

 

L’autunno precede

il freddo e il gelo

all’inverno imminente

si prepara la gente.

 

IX

 

Amo il mattino di ogni stagione

per l’equilibrio che implica,

essendo qualcosa con cui lotto.

Suppongo che mi piacerebbe essere

una stella, che si accende e si spegne,

scende di nuovo alle polarità,

equilibrio.

Mattina. Le farfalle

prendono il posto delle falene,

le rondini il posto dei pipistrelli

i cani il posto dei coyote

dalla quiete notturna al risveglio,

il torpore lascia il posto alla luminosità.

Donne, uomini e bambini,

flora e fauna iniziano la loro danza

e questo mi piace.

Sistemi. fanno mattino tutt’intorno a noi

anche ora, mentre ci inginocchiamo

per ringraziare madre natura.

Dove vorrei essere tra dieci

anni, qualcuno chiede... e cosa

posso rispondere? Arrendersi

con grazia al mattino, con

tutta la grazia che posso raccogliere

dalla circostanza delle tenebre,

che è solo un’altra cosa

che non resta. Si dissolve,

e “m’illumino d’immenso.”

 

X

 

Un tiepido sole illumina le foglie di colori variopinti

Tingendo gli alberi di splendore autunnale

I tableaux da madre natura dipinti

Raccontano una storia stagionale.

 

L’incantesimo del canto degli uccelli

Porta gioia di vivere a bambini e adulti

Mentre il buon mosto bolle nei tinelli

Come trasmettono i sorrisi sui loro volti.

 

Tutto ciò che giace sotto le foglie cadute

Un mistero nei sogni di una ragazzina

Evocano desideri di cose mai avute

Nei pensieri innocenti della bambina.

 

A casa l’attende il calore del focolare

Le caldarroste scoppiettano sulle braci

La fanciulla già sente fragranza e sapore

I nonni l’accolgono con amorevoli baci.

 

Il lungo viale boscoso di notte si trasforma

Era un giardino dorato nell’ora diurna

Mostra tutte le stelle e una splendida luna

Ora un argenteo splendore nell’ora notturna.

 

Le coppiette sottobraccio osservavano i fiori

E i fiori erano belli e freschi e umidi

La rosa vergine e il giglio diversi e rari

Raccolgono il canto degli amanti timidi.

 

La margherita felice i rossi papaveri

Caricano di sogni l’aria della sera

Portando le risate fra i ricchi e i poveri

In quest’idillio bel tempo si spera.

 

XI

 

Molto tempo fa qualcuno

Mi ha scolpito nelle sembianze di un dio

Ora ho dimenticato quale dio

Avrei dovuto rappresentare.

Non ho coscienza ora che della pietra

Della luce del sole e della pioggia

Il sole che cuoce la mia pelle di pietra

Il vento che solleva i miei capelli

La luce del sole è calda su di me

La luce della luna è fresca

Lanciando uno schema argentato di luce e oscurità

Sui piani del mio corpo

I miei pensieri ora sono i pensieri di una pietra

La mia sostanza ora è la sostanza della vita stessa

Sono sprofondato nella vita come si sprofonda nel sonno

La vita è sopra di me, sotto di me, intorno a me

Muovendomi attraverso i miei pori di pietra

Non importa quanto piccolo sia lo spazio in cui racchiudi la vita

Quello spazio è grande quanto l'universo

Spazio, volume e la sfumatura del volume

Ti muovi attraverso me come accordi di musica

Come il sapore della felicità in gola

Che temi di perdere, anche se potrebbe soffocarti

Nelle città questo non si sa

Per lo spazio c'è il vuoto

E il tempo è tormento

Da quando sono diventato una pietra

Non ho bisogno di ricordare nulla

Tutto è ricordato per me

Vivo e penso e sogno come una pietra

Nella calda luce del sole, nella pioggia tumida

Tutte le mie superfici sono toccate dalla morbidezza

Dalle dita leggere del vento

Il lento gocciolare della pioggia

Il mio corpo conserva solo debolmente l’immagine

Che doveva rappresentare

Sono più bella e meno rigida

Sono una parte dello spazio

Il tempo è entrato in me

La vita è passata attraverso di me

Che importa il nome del dio che avrei dovuto rappresentare

 

 

© Andrea Guiati 2023

sabato 21 ottobre 2023

CONDIVISIONE

 

Dal Vangelo di Marco 10, 13; 16



 

"Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse... E prendendoli fra le braccia e imponendo loro le mani li benediceva."

 

Avevo un libro di religione, nelle scuole medie, magnificamente illustrato. Non sono riuscita a ritrovarlo, nel mare magno dei libri di scuola disseminati per tutta la casa, in attesa del momento giusto per mettere ordine. Certo devo averlo conservato, tanto mi era caro. Le immagini comunque sì, le conservo ancora impresse, nitidissime, negli occhi e nella mente. Una, in particolare: uno sfondo campestre luminoso, d'azzurro e d'oro, un prato d'erba soffice, piante di verde gentile, di cui pareva di avvertire lo stormire, appena percettibile, delle foglie. In primo piano Gesù, seduto su un masso, biondo e bello secondo la classica iconografia. Di spalle, una frotta di bambini dalle vesti multicolori, di fronte a lui, come intenti ad ascoltare...

 Quell'immagine mi è tornata alla mente mentre seguivo, sconvolta, uno dei tanti reportages sull'orrore di Gaza. In particolare, la sequenza di un bambino solo che piangeva disperato, su un terreno polveroso di macerie, e si dirigeva con passo incerto verso un muretto su cui sedeva un uomo, il volto nascosto tra le mani, le spalle scosse da singhiozzi. In quel momento si è affacciata l'immagine. Ho riscoperto parole che credevo di aver dimenticato: le ripetevo a fior di labbra per quel bambino, per quell'uomo. Ho chiuso gli occhi: Gesù era là, seduto sul masso in mezzo al prato, e il bambino gli si avvicinava, e con lui altri bambini, una teoria infinita. Gli tendevano le mani, lui li chiamava a sé e li abbracciava. Ho pianto, e il mio pianto si è fatto preghiera. Struggente volontà di fede.

                                                                                                         

                                                                                                    Genova, 19 ottobre 2023 

Isa Morando

 

 

 

lunedì 4 settembre 2023

RECENSIONE

 


CURIOSA FELICITAS
, nel mondo dei fiori

Isa Morando


    L'espressione curiosa felicitas compare nel discorso sulla poesia del Satyricon di Petronio Arbitro riferita allo stile poetico di Orazio, creò non pochi grattacapi ai ragazzi impegnati negli esami di maturità classica del 1969. Pochissimi ne intesero il significato, la capacità oraziana di saper rendere con precisione di linguaggio (cura) un'ispirazione o un concetto poetico. 
    L'espressione mi è tornata alla mente dopo aver letto Fiori di parole. I fiori nella letteratura di Rosa Elisa Giangoia (Sampognaro&Pupi edizioni, Siracusa 2023). Una raccolta di saggi e articoli di argomento floreale, in cui l'attenzione per l'argomento (cura) si esprime in un linguaggio "ispirato" e coinvolgente (felicitas).
    Saggi e articoli sono stati composti tra il 2009 e il 2022, e pubblicati prevalentemente in riviste quali "Resine", "Satura" e "Xenia".
    L'autrice traccia un itinerario affascinante nel mondo dei fiori, soffermandosi con particolare interesse sulla rosa e sul valore simbolico-religioso che ha assunto nei secoli, a partire dal mito di matrice greca. Ma la vasta e profonda cultura letteraria di Rosa Elisa Giangoia la porta a studiare con originale sensibilità la presenza dei fiori nei poeti, da Dante, a Petrarca, a Poliziano.
    Anche il mondo botanico in generale suscita nell'Autrice un interesse letterariamente e scientificamente connotato, come si evince dal saggio "manzoniano" sul "cavolo di Perpetua e la vigna di Renzo".
    Di particolare efficacia poi è lo studio sui fiori nella poesia di Giacomo Leopardi, dalla fase "idillica" (vedi il "mazzolin di rose e di viole" della donzelletta nel "Sabato del villaggio") alla denuncia del destino dell'uomo nell'ultima produzione, con la drammatica presenza della ginestra, unico fiore che può crescere "sull'arida schiena" del vulcano, "formidabil monte / sterminator Vesevo", simbolo della tragedia che incombe sul destino dell'uomo.
    Sarebbe estremamente riduttivo limitarsi a qualche esempio. L'attenzione dell'Autrice spazia dai crepuscolari agli ermetici, scoprendo nuovi itinerari di lettura, si sofferma sui significati del "fiore dei morti", il crisantemo, accosta la polisemia della rosa alla ligure solarità del geranio nella poesia di Giorgio Caproni, il poeta livornese innamorato di Genova.
    Non a caso ho scritto "innamorato": perché il profondo interesse di Rosa Elisa Giangoia per il mondo dei fiori nasce da una appassionata curiositas e si esprime appunto in curiosa felicitas, come si legge nel testo di Petronio Arbitro.
    Un interesse e un amore che hanno le loro radici nell'infanzia. In apertura di libro, l'Autrice scrive una commossa dedica: "Alla memoria di mio nonno Giovanni che mi ha insegnato ad amare i fiori": amore, quindi, che è studium, come lo intendeva la cultura latina.

Rosa Elisa Giangoia, Fiori di parole. I fiori nella letteratura, Sampognaro&Pupi edizioni, Siracusa, 2023, pp. 249, € 20.

sabato 5 agosto 2023

RECENSIONE

 

RIAPPROPRIARSI DI UN MITO

Rosa Elisa Giangoia


Ancora una volta un’opera letteraria attuale evidenzia la ricchezza dei miti greci, ciascuno dei quali racchiude in sé molteplici possibilità interpretative che fanno risaltare le sfaccettature della persona umana e la complessità dei rapporti interpersonali.
Tu sorgerai di nuovo, secondo romanzo di Camilla Ugolini Mecca, riprende, con una narrazione sobria e misurata, ma ariosa e luminosa, il mito classico di Demetra e Kore-Persefone, di antichissima elaborazione, in quanto documentato per la prima volta in letteratura dall’inno cosiddetto ‘omerico” A Demetra, risalente al VII – VI secolo a.C., di autore ignoto, ma, per tradizione attribuito a Omero, in quanto scritto, come gli altri ‘inni omerici’ dedicati ad altre divinità dell’Olimpo, nella stessa lingua e nello stesso metro dei due grandi poemi.
Questo inno fu composto “per descrivere – seppure in modo simbolico, non espressamente dichiarato – i cosiddetti Misteri Eleusini”, diventati nei secoli successivi di grande importanza religiosa e rituale nell’antica Grecia, anche per l’ampia possibilità di partecipazione che permettevano alle persone, comprese le donne e gli schiavi. Ma l’autrice di questo romanzo accenna solo in modo sporadico e occasionale a questi rituali segreti in onore di Demetra e di sua figlia, carichi di forti aspettative riguardanti la vita ultraterrena, purtroppo a noi poco noti. L’interesse di Camilla Ugolini Mecca si incentra sulle due figure femminili della madre Demetra e della figlia Kore-Persefone, che diventano le due immagini simboliche dei ruoli naturali e sociali della femminilità, quelli della madre e della figlia, a cui si aggiunge anche la figura di Rea, madre di Demetra, protagonista del superamento dell’aporia tra la figlia e la nipote.
Questa narrazione ha il fascino del recupero di un narrare tutto incentrato sul valore, che diventa piacere per l’autore e per il lettore, del narrare stesso, della tipologia espressiva, diciamo più esplicitamente della forma rispetto al contenuto. Oggi le opere di narrativa privilegiano il ‘cosa narrare’ sul ‘come narrare’ con una forte polarizzazione sull’intreccio rispetto alla fabula, soprattutto per quell’accelerazione del ritmo narrativo, accentuatasi sempre di più dopo l’affermazione del romanzo giallo e per l’influenza delle tecniche narrative filmiche o comunque per immagini, rispetto a quelle realizzate con la parola. Qui non c’è nulla di tutto questo: qui a dominare, in tutta la sua ricchezza, è la parola. Tutti, ad inizio della lettura, sappiamo che la giovane figlia di Demetra, misteriosamente scomparsa, verrà ritrovata, non siamo ansiosi di conoscere l’esito finale della vicenda, ma procediamo nella lettura attratti dal modo di narrare dell’autrice, dal suo procedere in una forma che fin dalle prime pagine stringe un forte patto narrativo con il lettore, per il suo procedere preciso e accurato, nello stesso tempo fantasioso, ricco di immagini, di pennellate naturalistiche e di approfondimenti psicologici. Ma, mentre procediamo nella lettura ci rendiamo conto che il narrare di Camilla Ugolini Mecca si arricchisce di valenze ulteriori. Infatti l’autrice descrive Demetra affannata nella ricerca della figlia, in cerca di contatti con altre divinità per avere qualche notizia, fino alla determinazione di far valere la sua “potenza della negazione”, privando il mondo terreno della fertilità, si sofferma sul suo contatto con i mortali, ospite nella reggia di Eleusi senza rivelare la sua natura divina, e sul dono ai mortali del frumento, fino alla risoluzione positiva della vicenda, grazie a Rea, con la determinazione dei due tempi dell’anno: quello di stasi della natura, in corrispondenza della permanenza di Kore-Persefone agli Inferi con il suo sposo, e quello della rinascita della vegetazione con il riemergere della giovane donna sulla terra e del ricongiungersi con la madre.
Naturalmente la lettura interpretativa di questo mito greco può essere, come per quasi tutti gli altri, multipla e plurima, tanto che ogni epoca ne ha colto in modo privilegiato una diversa, in consonanza con i temi più rilevanti nella mentalità di quel tempo. Ci si è soffermati di volta in volta sull’alternanza delle stagioni, sui misteri eleusini, sul dono del frumento da parte di Demetra. Così anche in questa ennesima narrazione del mito di Demetra e di Kore-Persefone l’autrice coglie gli aspetti salienti consoni a problematiche attuali, che sono precisamente quelle legate al rapporto uomo-donna e alla configurazione della specificità del femminile. Infatti Kore-Persefone diventa vittima emblematica della violenza dell’uomo sulla donna, per il rapimento della fanciulla da parte di Ade, violento e autoritario nel confinarla nell’oscuro isolamento del Tartaro. D’altro lato la sua liberazione, favorita dall’intervento di Rea, determina la giusta configurazione del ruolo di Kore-Persefone come quello specifico della donna: nessuna può rimanere eternamente fanciulla-figlia, oggetto di un amore esclusivo e possessivo da parte della madre. Ciascuna deve compiere il suo personale itinerario di iniziazione alla vita, nutrendosi del rosso frutto proibito del melograno, acquisendo consapevolezza dall’altro rispetto alla vita, cioè la morte, per diventare una “sposa”, capace di generare vita. Così Kore non sarà più “la fanciulla per eccellenza, il simbolo assoluto della purezza infantile”, ma ricomparirà con il nome di Persefone, che evoca la morte, ed anche sua madre Demetra potrà ritornare ad essere “emblema eterno e perpetuo della fertilità”.
E così il romanzo di Camilla Ugolini Mecca si configura non tanto come una narrazione delle vicende mitiche, ma piuttosto come una riflessione e un’interpretazione attualizzata della storia di Demetra e di sua figlia.

Camilla UGOLINI MECCA, Tu sorgerai di nuovo, Rimini, FaraEditore, 2022, pp. 75, € 10,00.


 


 

giovedì 4 maggio 2023

RECENSIONE

 


VECCHI VERSI

Davide Puccini


   Sotto il titolo dal suono suadente Foglie di tiglio Paolo Zoboli ha dato alle stampe i suoi Vecchi versi (si tratta in buona sostanza di una doppia allitterazione), come recita il sottotitolo giustificato senza dubbio dai limiti cronologici 1985-1999, che rientrano interamente nel secolo scorso, ma anche con allusione a un modo di far poesia “vecchio”, in quanto riprende perlopiù la metrica tradizionale. L’aspetto che subito colpisce alla lettura è infatti la sapienza tecnica nella costruzione di sonetti più o meno regolari, di quartine e terzine, perfino di un tipo di sestina di sua invenzione che si basa sì sulla complicata struttura della canzone sestina dantesca e petrarchesca, dove le parole-rima si ripetono identiche in tutte le stanze con ordine di retrogradazione a croce (cioè 615243 rispetto alla stanza precedente), ma sostituendo delle semplici rime alle parole-rima, oppure di strofe saffiche e alcaiche di derivazione classica. Lo stesso si può dire dei versi, che siano quinari, settenari o endecasillabi, sempre perfettamente torniti.
   Qualche concessione alla contemporaneità più raffinata Zoboli la fa proprio nell’uso della rima, ammettendone con frequenza di ipermetre, cioè seminascoste da una sillaba eccedente (cime: effimero, blu: due); e se la tradizione ammette, sia pure come eccezione, le cosiddette rime all’occhio, che soddisfano appunto l’occhio ma non l’orecchio (urli: pur lì: burli di Inferno VII 26-30), lui si serve anche di una rima “all’orecchio” autorizzata dalla pronuncia, che tuttavia che non soddisfa l’occhio (sparso: marzo).
   Non ci stupiamo di questa bravura, dal momento che Zoboli è un filologo di lungo corso che ha accumulato un bel patrimonio di volumi e di saggi, tutti pregevoli per originalità di impianto e scrupolosa puntualità di indagine. Una spia linguistica di tale atteggiamento stilistico può essere l’aggettivo desueto róso ‘corroso’, che torna più volte, e nella stessa direzione vanno vocaboli come occaso ‘tramonto’, diruto ‘cadente’ o vime ‘vincolo’, che si trova in Dante; oppure la sinestesia (cioè l’unione di due sensazioni diverse, qui uditiva e visiva) fioco sguardo, che certo deve anch’essa qualcosa al dantesco fioco lume, o un titolo come Hortus conclusus, il quale, benché provenga direttamente dalla fonte biblica (Cantico dei cantici 4, 12), è locuzione ricorrente nel linguaggio letterario; per non parlare poi della palese e felicissima imitazione di Catullo in un testo come Epicedio del gatto o dell’avverbio interminatamente, classificato come antico dal Grande dizionario della lingua italiana sebbene lo usi pure qualche moderno (per esempio Palazzeschi), forse una suggestione leopardiana (gli interminati / spazi dell’Infinito).
   Ma lasciamo da parte queste osservazioni da addetti ai lavori, per quanto pertinenti. Più conta che il    libro sia pianamente leggibile con piacere da qualunque appassionato di poesia e che vi si possano senza difficoltà intravedere le linee evolutive di un vero e proprio canzoniere d’amore, il quale sullo sfondo di paesaggi e luoghi mai banalmente descrittivi, bensì penetrati a fondo nell’anima, tratta a lungo di un rapporto affettivo ormai finito con una Ilaria e poi della nascita del nuovo amore per la moglie Erika, mentre l’ultima sezione, l’unica che eccede i limiti cronologici suddetti essendo datata luglio 2015, è composta da tre deliziosi componimenti per le figlie. Leggiamo almeno quello di chiusura, Nel gazebo: «Brezza notturna: / e le cicale hanno ceduto ai grilli. // Maria disegna al tavolo di legno / e Lucia fa un ritratto alla sua mamma. // Rinfresca l’aria e cadono gli strilli. / Spunta la luna tra le nubi. Adesso / siamo un po’ stanchi, è vero? Andiamo a nanna».
   Una sezione, La morte degli amanti, è costituita da uno studiatissimo quaderno di traduzioni, soprattutto di testi francesi (tre di Baudelaire e di Apollinaire, due di Verlaine e uno di Mallarmé), ma ce ne sono anche due di Edgar Allan Poe e uno di Orazio. Non c’è quasi bisogno del confronto con gli originali per apprezzare la perfezione della resa, perché la trasposizione nella nostra lingua può ambire a porsi, in fondo, come nuovo originale. 
   Tra i vari temi toccati affiora anche il conforto di una salda fede, in grado di opporre la dimensione dell’eternità all’inesorabile azione del tempo. Prevalgono atmosfere autunnali e invernali non prive di accenti malinconici ed elegiaci: «Il tiglio, che ingialliva nei tramonti / ai primi freddi dell’autunno, intorno / coprì di foglie il suolo, sui miei monti». Ed è proprio l’autunno la stagione congeniale di Zoboli, se è vero che essa ritorna anche nel momento radioso dell’amore ricambiato, sia pure intrisa di molta dolcezza (in Verso l’autunno il concetto è ripetuto tre volte). L’estate trionfa invece, non a caso, nelle luminose poesie per le figlie. Ma non viene mai meno il saldo controllo della forma, nella quale si può anzi rintracciare un ulteriore elemento di classicità oltre la costruzione metrica e il lessico, vale a dire una propensione all’uso di simmetrie bilanciate nella struttura sintattica che ricorda un altro poeta filologo, l’inarrivabile Angelo Poliziano.


PAOLO ZOBOLI, Foglie di tiglio. Vecchi versi 1985-1999, Novara, Interlinea, 2023, pp. 166, € 16,00.