IL GATTO CERTOSINO è un'Associazione Culturale attiva a Genova dal 2009 che si occupa prevalentemente di letteratura e che ha come obiettivo la promozione della lettura. Il nome è un omaggio ai tanti gatti certosini che nel corso dei secoli hanno tenuto libere dai topi le biblioteche dei monaci certosini e di tanti altri amanti dei libri e della lettura, impedendo che molti codici, documenti e libri andassero persi. Blog precedente: https://ilgattocertosino.wordpress.com
martedì 25 agosto 2026
RECENSIONE
mercoledì 24 giugno 2026
RECENSIONE
martedì 16 giugno 2026
RECENSIONE
GIOVANI IN GUERRA
Rosa Elisa Giangoia
I Gualco, pur vivendo a Genova nel quartiere della Foce, tradizionalmente marinaio, sono ormai passati a lavorare nell’industria siderurgica dell’Ansaldo che sta trasformando Genova da città di commerci marittimi a terzo polo industriale italiano. I tre fratelli più grandi, Carlo, Erminio e Armando, sono costretti, appena ventenni, a partire per combattere nella Seconda guerra mondiale. A casa rimangono i genitori, Ernesto e Giovanna, e il fratello più piccolo, Natalino, nonno dell’autrice. Tra di loro si scambiano molte lettere, per la precisione 132, che Chiara Persico ha ritrovato e su cui ha lavorato, tra verisimiglianza e verità, per ricostruire gli anni difficili dal 1940 al 1943, di questa famiglia nel tragico turbine della guerra che travaglia i giovani al fronte, con gli spostamenti, le fatiche e i rischi della vita militare, e gli altri che sono rimasti a casa con le privazioni e le paure dei bombardamenti.
Quello che emerge è un grande affresco di vita quotidiana soprattutto di persone che trascorrono le loro difficili giornate nel “casone” di via Cecchi a Genova, quel “casone giallo” che, dopo la guerra, sarà demolito in quanto ostacolo al nuovo percorso della via, con puntate a Boccadasse, ancora borgo di pescatori, nel tragico turbinio degli eventi bellici, con i bombardamenti e le fughe nei rifugi antiaerei, ma sempre con il pensiero ai loro cari sotto le armi, tra ansie e paure. Sono persone forti che, pur nelle difficoltà, trovano coraggio, sanno farsi animo, conservando la loro umanità, ancorandosi agli affetti e alla speranza di poter ritrovare una normalità che consenta di riprendere una vita serena. A maturare nei giovani al fronte è la consapevolezza della disorganizzazione dell’esercito e dell’inutilità della guerra che aveva già trovato fecondi semi nei volantini e negli scambi di opinioni nei giorni di lavoro in fabbrica.
Luca dei Malavoglia muore nella battaglia di Lissa, una pesante sconfitta navale per l’Italia che, però, nei trattati di pace avrà il Veneto, il Friuli e altre terre. Anche Carlo, il maggiore dei Gualco, imbarcato sul sommergibile Velella, perisce quando questo “scompare negli abissi”, “silurato dall’inglese Shakespeare”. “È l’ultimo sommergibile ad essere affondato dagli Alleati nel Mediterraneo”, proprio l’8 settembre, per la mancata comunicazione dell’armistizio. Carlo con i suoi compagni “tocca terra a centotrentasette metri di profondità” e lì rimangono ancora ora, imprigionati nel sommergibile, a largo di Punta Licosa, senza riconoscimenti del loro sacrificio. Solo nel 2025 è stata lanciata dall’Associazione Salerno 1943 una petizione per il riconoscimento del Velella quale sacrario militare subacqueo per ricordare le vittime e promuovere attività commemorative.
Questo romanzo, come quello del Verga, porta a riflettere sulla negatività della guerra, come costrizione che nella storia ha troppo spesso privato gli individui della libertà negli anni più belli della loro vita, portandone tanti alla morte, quasi sempre senza una necessità o utilità per il popolo, più spesso per le mire espansionistiche e di prestigio personale di chi ha in mano le leve del potere, ammantando i dolori, i sacrifici, i pericoli e le morti in un inutile alone di gloria.
Chiara PERSICO, La speranza che ho di ritornare. La guerra dei Gualco, Bari – Roma, Il Piroscafo Edizioni, 2025, pp. 300, € 19,00.
giovedì 11 giugno 2026
PRESERVARE CIÒ CHE VALE
Rosa Elisa Giangoia
Ametista è la protagonista di un romanzo distopico che trova le sue radici nel mondo dominato dal “Grande Fratello” di George Orwell, in cui un regime totalitario controlla tutti gli aspetti della vita e manipola la storia e il linguaggio, e in Farhenheit 451 di Ray Bradbury, in cui i libri, considerati illegali e pericolosi, vengono bruciati. Ma la storia narrata da Francesca Bardi si arricchisce con allusioni che ci portano al nostro presente e aprono prospezioni sul futuro.
Alessandra Cantoni, destinata a diventare Ametista, si trova a vivere in un futuro neppure troppo lontano, nel 2038, in cui vediamo amplificati e peggiorati molti aspetti che già stanno emergendo nel nostro mondo attuale. A dominare la società è il controllo tecnologico dell’Ufficio della Pace sociale di cui è severo e potente Gestore di Giustizia Ruggero Broneri, marito di Alessandra, accanto al quale lei conduce una vita agiata e tranquilla, ma esistenzialmente non soddisfacente, fino a quando scopre per caso OsaRe, un gruppo di ribelli al sistema che agisce in modo nascosto e clandestino per compiere azioni dimostrative finalizzate a salvare il pianeta dalle minacce della tecnologia e dalla perdita della memoria storica tramite la custodia e la sopravvivenza dei libri.
Alessandra si appassiona alle idee di questo gruppo in cui viene ben presto accettata con il cambiamento del suo nome in Ametista, si impegna al Rebis, una biblioteca clandestina, e viene progressivamente iniziata a inimmaginabili abilità e attività mentali che può sviluppare con rapidità ed efficacia grazie a una sua personale dote straordinaria, quella di entrare in un altro mondo, diverso nel tempo e nello spazio, attraverso la visione intensa e concentrata di un’immagine. Sempre più lontana da marito, severamente impegnato a contrastare OsaRe, penetra furtivamente nel suo studio per impossessarsi dei suoi piani d’azione contro i ribelli, ma per un’imprudenza finisce negli anni Settanta, priva delle possibilità di ritornare nel suo tempo e nel suo ambiente Qui vive un’appassionata storia d’amore con un altro marito, Sandro Accursi, finché gli amici di OsaRe riescono a rintracciarla e a convincerla a ritornare nel 2038 per impegnarsi nuovamente per il bene della causa. A questo punto inizierà per la donna una doppia vita: come Ametista, affiliata a OsaRe e spia dell’attività del marito, e come Alessandra, tranquilla moglie, attenta a non destare sospetti, accanto a Ruggero. La situazione si complica quando gli amici di OsaRe le fanno ritrovare Sandro, ormai molto anziano, ma sempre innamorato di lei, fino a precipitare quando Ruggero scopre il tradimento, distrugge il Rebis, provocando morti e feriti. Anche Ametista finisce in un carcere di massima sicurezza e la vicenda si avvia a una conclusione che non vogliamo anticipare al piacere della lettura.
Questa narrazione, condotta dalla scrittrice con fantasia e ottimo impianto narratologico, in un linguaggio fluido e controllato con apprezzabili punte di ironia, presenta una sequenza di fatti di forte tensione narrativa in cui prevalgono l’inaspettato e l’imprevisto, soprattutto quando si tingono di giallo, ma è anche costruita per andare oltre la semplice narrazione di fatti, nell’ l’intento di mettere in evidenza situazioni ed elementi problematici per far riflettere il lettore sulle crepe e storture del nostro presente che possono amplificarsi fino a diventare dirompenti in un non troppo remoto futuro.
Anche se oggi la produzione di libri è ampia e vitale, sappiamo, però, che la lettura dei testi stampati è fortemente insidiata dai social media, più facilmente attrattivi per la rapidità della comunicazione e per la ricchezza di immagini, proprio mentre il libro, come prodotto della creatività umana, sembra trovarsi sullo spartiacque dell’IA che potrebbe sottrarre i testi letterari alla fantasia, al ragionamento e alla creatività umana, trasformandoli in qualcosa di completamente diverso. Questa è la vera insidia che ci prospetta il nostro presente: non una distruzione o un divieto nei confronti dei libri, ma un affidarli alla tecnologia che non può fare altro che privarli della pienezza umana.
Tutto il romanzo di Francesca Bardi è un monito al custodire e al ricordare, un avvertimento a non demandare sempre di più alla tecnologia, a non renderla invasiva nella nostra vita per non perdere le nostre doti e le nostre capacità di esseri umani che sanno apprezzare e godere della bellezza, vivere liberi dai condizionamenti, capaci di fruire dello spirito critico in una situazione di libertà interiore.
Francesca BARDI, Ametista,
Firenze, Lorenzo de’ Medici Press, 2026, pp. 160, € 15,00.
sabato 25 aprile 2026
giovedì 19 marzo 2026
RECENSIONE
LA SPIRITUALITÀ DEL QUOTIDIANO
Rosa Elisa
Giangoia
Dopo Ti stringo la mano mentre dormi (Fuorilinea, 2012), Il mio cuore è un asino (Nottetempo, 2015) e La sete (Aragno, 2020), Elena Buia Rutt, poetessa, traduttrice e critica letteraria, impegnata per circa vent’anni nei programmi culturali di Radio3 e Rai Storia, ci regala un nuovo interessante libro di poesie, Atterrare, che testimonia due momenti importanti della sua vita o meglio, un passaggio esistenzialmente molto significativo. Infatti la silloge, dapprima ripropone il precedente Il mio cuore è un asino, per poi passare ad un nuovo tempo in Vita di campagna: a segnare il passaggio è una scelta, un cambio di vita, è un "atterrare" in una terra diversa, dove la dimensione terrestre si può più facilmente verticalizzare.
Le poesie della prima sezione, vera autobiografia minimalista, sono la voce sincera e autentica della poetessa che vive la centralità del suo io, osservandosi e descrivendosi in schegge di vita quotidiana esposte in una frammentata rapidità ritmica, in cui diventano occasioni di riflessione sul vivere, personale e generale, e soprattutto sul morire. A dominare queste liriche è il quotidiano in cui il cuore procede “sobrio e lento / per strade pietrose […] offuscato da un carico / grottesco” fino a raccogliere “le forze / per il salto sconosciuto” (Il mio cuore è un asino, pp. 47-48). La banalità dei giorni è qui riscattata dall’aprirsi di crepe di dubbiosa riflessione da cui scaturiscono sorgive vene di spiritualità vissuta nella consuetudine della famiglia e del lavoro, tra gioie, dolori, speranze e disillusioni. È un bisogno che nasce dal mistero: “eppure a volte all’improvviso / tirando da puledri / la macina dei giorni / si apre nel silenzio / uno spazio d’aria / che quando / lo attraversi / sorridi piano / come nevicasse” (Lo spazio di Dio, p. 27). È quel soffio d’aria che fa capire che “non siamo noi /seduti / a poppa / a tenere / la barra / del timone” (Dio a poppa). Ad insinuarsi è il dubbio di assistere “allo scorrere via / del sangue / della vita vera” (Le priorità, p. 75) fino al maturare della scelta della Vita di campagna a cui è dedicata la seconda parte della silloge, ispirata al trasferimento della poetessa e della sua famiglia dalla città di Roma alla campagna di Assisi, “ai piedi di Francesco”, come mi ha scritto Elena nella dedica del suo libro, in una casa “bianca rosa / robusta e contadina […] inginocchiata ai piedi / di Assisi […] per partecipare – senza pretese – al presepe / dalle retrovie” (Ai piedi di Assisi, p. 84). Elena, “lacerata / dall’intrico frenetico / dal subbuglio sguaiato / dalla smania vuota / della città” ha scelto di andare a vivere dove può dire “ricompongo i pezzi / e mi riparo l’anima” (Dis-trazione, pp. 85-86). Qui ritrova la pienezza dell’esistere in nuove gratificanti emozioni e sensazioni a contatto con il mondo della natura carico di memorie e di suggestioni francescane che la portano a una nuova invenzione del quotidiano (La decisione). Qui vive, come hanno detto “Tanti uomini sapienti […] per rallentare […], e ritrovar sé stessi / in una semplicità perduta” (Vita di campagna, p. 113), provando sensazioni completamente nuove a contatto con gli animali (“una pecora […] //, cani […] // papere pavoni e gatti” Ascesi, p. 112) e con gli alberi, per cui può sentirsi “ramo tra i rami / tronco tra i tronchi / radicato / nello slancio / di tutto ciò che cresce” (Ora et labora, p. 131). Ma, in questa nuova situazione, può anche sperimentare, senza lacerazioni, il senso di finitudine di fronte al divino e il riposo nella confidenza celeste (“stordita e stanca / mi incamminerò / al nostro nuovo appuntamento/ e Tu / che mi vieni incontro / ne sorriderai”, L’ultimo istante, p. 87; “- accelerando il passo / verso quel chiarore diffuso / giorno dopo giorno / mi preparo per il volo”, La palude, p. 89).
Queste poesie ci fanno capire che in una società come la nostra, dominata da logiche di efficienza, da ritmi veloci e dalla rapidità dei consumi, occorre sapersi mettere al di fuori per una valutazione e anche per trovare le parole per dire ciò che è giusto, vero e importante, parole che inseguono la loro efficacia nel linguaggio della poesia che, proprio in questo, trova la sua giustificazione e necessità. In questa estraneità la poesia di Elena Buia Rutt si situa tra cielo e terra in una tensione costante, come ben esprime la lirica La vetta: “In bilico / sulla vetta aguzza / della montagna / resistiamo / tirando a noi / il Cielo / incatenato al braccio destro / e la Terra / incatenata al sinistro // piantati a croce / attendiamo / che al terzo giorno / quel cielo ci divori”, p. 88). Una situazione difficile da esprimere nella limitatezza delle parole umane che, però, la poetessa supera con la naturalezza del parlare quotidiano, con la semplicità referenziale degli oggetti casalinghi, delle comuni situazioni di vita a cui con guizzi di creatività espressiva sa infondere caratteri di trascendenza in un tessuto poetico originale, efficacemente significante e dotato di una sua bassa e sobria musicalità.
Elena BUIA RUTT, Atterrare, Monterotondo (MR), Fuorilinea, 2025, pp. 134, € 14,00.
lunedì 16 marzo 2026
RECENSIONE
di Emilia Fragomeni
L’ultimo libro di Cristina Dotto Viglino, La stagione del figlio, è un romanzo denso e compatto, ad altissima concentrazione emotiva. Un romanzo profondo che propone un tema attuale e scottante, che intreccia con sapienza esperienze pratiche, ricerche sociopsicologiche, riflessioni personali.
Racconta la storia di un ragazzo di oggi, Luca, un adolescente fragile e insicuro, che è “sballottolato” tra due madri, una madre biologica e una madre della mente che lo accompagna nella maturazione emotiva e un padre amareggiato e stanco, Stefano, operaio prossimo alla cassa integrazione. Luca è un adolescente sofferente, spesso vittima di bullismo e insicuro di sé al punto di arrivare ad infliggere ferite al suo stesso corpo.
Cristina Dotto Viglino indaga in profondità la complessa condizione dei nostri adolescenti e del mondo che li circonda, tra pericoli, insuccessi, velleità, separazioni, solitudini… e con loro indaga anche tutta la società odierna. In questo libro notiamo, fin dall’inizio, un’intensa energia metaforica, che Cristina sviluppa con abile partecipazione, nascondendo tra le pieghe del pensiero significati profondi.
Un flusso creativo, quello di Cristina, che, metaforicamente, può definirsi come un fiume in piena per la ricchezza lessicale e il ritmo incalzante. Pagine esplicative di una grande personalità quelle di questo libro.
Cristina è scrittrice dotata di una ricchezza di linguaggio, che sorregge un pensiero accidentato, speculativo, creativo, frammentato, ma sempre intenso nei sentimenti, nell’umanità, nella speranza. Anche il linguaggio dei personaggi del romanzo risponde alla realtà, spesso cruda, del linguaggio reale.
Nel libro si nota un’importante caratteristica: l’elevata capacità nel raccontare con quella sincerità che richiede attenzione e ascolto e dà fondo alla nostra sensibilità più profonda, alle nostre qualità più delicate: sensibilità che riesce a portarci dentro spazi di pensieri raccolti, per arrivare a un dialogo interno con noi stessi.
Per questo La stagione del figlio non solo è interessante come testo stimolante sulla condizione del mondo odierno, ma è un volume molto coinvolgente in cui è facile ritrovare storie che abbiamo vissuto o sentito. È un tipo di narrazione che focalizza tutta l’attenzione sui meccanismi mentali dei personaggi, sul loro mondo interiore, sui loro processi psichici, sulle emozioni che derivano dal profondo, sugli stati d’animo e sulle riflessioni consce o inconsce. L’attenzione della scrittrice si sposta spesso dalla descrizione oggettiva a quella soggettiva; prevale la focalizzazione interna e si utilizza il discorso diretto, il discorso indiretto libero, il flusso di coscienza e il monologo interiore, una tecnica narrativa che permette allo scrittore di esporre, in modo spontaneo, i pensieri, i ricordi e le emozioni dei protagonisti. I piani temporali si mescolano senza una vera e propria successione logica, dal momento che seguono il corso dei pensieri, soprattutto della psicologa, Lisa. La trama è caratterizzata da frequenti flashback e lunghe pause, dedicate a descrizioni soggettive e a sequenze riflessive, a flussi di coscienza in cui i pensieri si affastellano e si muovono tra presente e passato, tra i ricordi e il tempo attuale, diventano dei quadri familiari, in cui ogni pensiero ed emozione viene rappresentato in modo particolareggiato.
Tra le pagine emerge chiaramente la professione della scrittrice, quella di counseler.
Gestire la propria vita non è un compito facile e richiede spesso l’intervento di una guida, di qualcuno che possa accompagnare nel percorso di crescita per diventare "se stessi al meglio". Nasce il counseling, definito come «un processo di interazione tra due persone, counselor e cliente, il cui scopo è quello di abilitare il cliente a prendere una decisione riguardo a scelte di carattere personale»: è un insieme di abilità, atteggiamenti e tecniche per "aiutare la persona ad aiutarsi". Nel panorama delle professioni emergenti nel mercato del lavoro, il counselor rappresenta una figura di grande rilevanza che trova applicazione in molteplici settori, da quello scolastico all'ambito aziendale e sociale.
Questi e molti altri spunti da approfondire offre il libro di Cristina Dotto Viglino, che si offre a una lettura chiara e molto coinvolgente.
È un libro da leggere.
Cristina DOTTO VIGLINO, La stagione del figlio, Bagno a Ripoli (FI), Passigli Editori, 2025, pp. 196, € 18,50.
venerdì 13 marzo 2026
RECENSIONE
DOLCE MALINCONIA, SENSO DEL PASSATO,
EMOZIONE ESTETICA NELL’ULTIMA SILLOGE
DI FRANCESCO MACCIÒ
di Benito Poggio
Che dire? Pur nella
diversità di timbri e di argomenti, in vari “loci” e in particolare in quelle
dolenti iniziali evocazioni della “Sopraelevata” e delle “travi di ferro e
cemento” ho percepito richiami ai versi di un antico collega del Liceo Mazzini
di San Pier d’Arena: esattamente l’entusiasta e combattivo professore di Storia
e Filosofia Adriano Guerrini (1923-1986), che si distinse soprattutto come
poeta autentico e caustico, capace però di agguerrito dialogo con i bellicosi
studenti in tempi di acuta contestazione alla quale dedicò un suo scritto. E mi
piace ricordare come nelle sue “Confessioni” lo stesso Guerrini recrimini che,
superati l’“Ermetismo” (per lui: “forma
senza contenuto”) e il “Neorealismo” (per lui: “contenuto senza forma”) non
si sia pervenuti ad un’agognata “Sintesi” (per lui: “forma e contenuto”), e si
siano invece “aperte le porte del caos”. Ebbene, io sono convinto che l’ultima raccolta –
dedicata alla madre, “dalle sette vite come i gatti” tanto che rimase incolume,
quasi novantenne, dopo una caduta dalle scale – “Ritratto di donna al
mare con bambino” di Francesco Macciò ricca com’è di una novantina di testi
vitali e innovativi per generale impostazione, espressività e densi di alto
significato tanto sul senso della vita quanto della morte, Guerrini l’avrebbe
fatta rientrare proprio in quella “Sintesi” di “forma e contenuto” da lui
auspicata. A parte l’accattivante titolo, non dovete pensare che io stia
esagerando: i testi della raccolta sono davvero avvincenti e convincenti,
trascinanti e coinvolgenti, tutti immersi nella vita vissuta e aggrappati al
tempo del ricordo e ampliati nel ricordo del tempo, dice il poeta, “che non si
fa aspettare”. Sono soprattutto, come anticipato, testi innovativi perché
lontani non solo dalle correnti citate da Guerrini, ma ancor più, lasciatemelo
dire, dalle deamicisiane mode lacrimose e moralisticheggianti che ancora
germinano nei caotici tempi nostri quando si allude alla madre e a lei si
dedicano versi. Qui si tratta, in effetti, di un affascinante, nostalgico e
perdurante viaggio nel tempo reale e nella vita vissuta, tra ricordi e memorie
collegati alla famiglia nel senso più largo, rimembranze e
reminiscenze di momenti reali, progetti e flashback, speranze e rievocazioni, emozioni forti e
affetti presenti, vivi e sentiti nel profondo con grandissima sensibilità: la
madre Giovanna Carraro; il padre Giambattista, detto Gino; Virginia Noli, la
nonna materna; Evelina, la prozia materna, dal nome di stampo joyciano, che
gestiva un negozio di vasellame a tempo pieno: solo dieci i giorni di vacanza
trascorsi a Sestri Levante in settembre; i figli Sofia Diletta (in prezioso
acrostico) e Andrea Angelo: a tutti, ultimi ma non meno importanti, si accodano
i due gatti Rosso e Antracite. Per una piena e consapevole comprensione del
testo di alta sensibilità umana e creativamente lirico è bene non tralasciare,
ma dedicarsi con voluta concentrazione e dovuta compenetrazione alla lettura
del pensiero critico dei tre noti e competenti Prefatori. Come bene pone in
risalto lo scrittore, poeta e primo prefatore Giuseppe Conte, coloro che, per
la prima volta, si accostano a quest’opera poetica ne possono cogliere, una
particolare intima ricchezza di “memoria quotidiana, carica non solo delle età
dell’uomo, ma in ispecie di dolcezza e malinconia”. Transitando al secondo
prefatore, il poeta, traduttore e critico letterario svizzero Fabio Pusterla,
risulta evidente come egli tenda a rimarcare e rimarchi “il senso di un passato
che sfuma nel buio e nell’oblio”: ed è proprio così nei versi del nostro poeta,
ma ciò non avviene astrattamente o inconsapevolmente, bensì attraverso figure
concrete: su tutte quelle filialmente accentuate della madre e del padre
(entrambe da me conosciute), e varie
altre ancora. Il terzo critico Davide Conrieri, studioso e docente alla
Normale di Pisa, puntualizza la sua emozione sul piano estetico, legata ai temi
centrali “ricordo e tempo” (pienamente condivisi) associati alle figure della
madre più volte presente, del padre essenziale nei “Dialoghi” e con lui, che
simboleggia il passato, i due figli Sofia e Andrea in quanto proiezioni del
futuro e nel futuro. Dell’autore Francesco Macciò – genero del prof.
Angelo Corsello, a lungo Preside del Liceo Mazzini (e mio), di cui ha sposato
la figlia Ilaria – ho avuto già
occasione di scrivere in altre occasioni in merito ad altre sue opere di
prestigio sia in prosa che in poesia. Qui ci tengo a precisare ch’egli –
nel suo sforzo costante di tendere contemporaneamente all’“opus perfectum” e ad
una forma crescente e non comune di “disappropriazione” – ritorni spesso
su quanto ha scritto e non si decida a renderlo pubblico prima di averne messo
alla prova qualche pezzo in pubblica lettura. Già il delicato e insieme
intensamente espressivo titolo della silloge, Ritratto di donna al mare con
bambino, palesa e preserva, per me, una certa qual soffusa e dolce squisitezza
propria delle Madonne raffaellesche. La silloge, mi ripeto, è tutta impostata
sulla vivida arte della memoria, come negli splendidi e insieme toccanti versi
che, riportandoli in vita, ridanno vita ai genitori del poeta: “Si stringe in
un grumo / di memorie il cuore in festa: / mio padre, mia madre,…”.
Quanti e quanti versi varrebbe la pena ch’io riportassi per suscitare nei lettori partecipazione emotiva
ed affettiva tanto nei confronti d’una madre solerte e premurosa al pari di
quelli che, ripieni di delicatezza, riecheggiano un antico passato riuscendo a
fonderlo tutto col presente del poeta-padre: “Ma oggi con il tuo
bambino / – lo tenevi sicura per mano / al riparo dal sole – / risalivi la
sabbia come un’onda / che esce dal mare e non ritorna. / Lungo la riva intanto,
/ ignari di noi, i miei figli / scavavano fino all’acqua / una buca profonda.”,
quanto nei confronti d’un padre col quale emerge e si impone “un rapporto
complicato” che risalta e si esalta, a momenti, in tenero turbamento di
faticosa reciproca verità come nei versi in cui l’autore fattosi padre
anch’egli: “Mi porto sulle spalle il peso di quello che sono, / di quello che
sei stato, i volti che incontro, / la storia di un rapporto complicato, / oh,
com’eri stanco, come sono stanco anch’io / adesso, padre.” E qui il poeta
Macciò, nei trepidi versi richiamati in apertura che sanno di dolente
premonizione, raggiunge, a mio parere quella “agognata sintesi” auspicata da
Guerrini di cui ho detto: “Ti eri fermato sulla Sopraelevata / rallentando, / accostando
di lato, / la dolcezza rassegnata del tuo sguardo / dentro tutte le cose / che
non avevi saputo dire.” Voglio concludere con versi, a mio parere bellissimi e
poeticissimi, dal respiro classico, d’anima e calco leopardiani: “Se soltanto potessimo
scoprire / nel profilo scavato dei monti / quell’orizzonte che non conosciamo…”.
Non è da perdere, all’interno dell’opera, quel felice e ben riuscito capolavoro
che è “Numerologia”: senz’altro avrebbe fatto schiattare di sorpresa e di gioia
Gianni Rodari, che con i numeri s’è divertito nelle sue opere, combinandone di
tutti i colori! Ma tanti e tanti altri versi e soprattutto “lo sciabordio incessante
di voci” mi ha colpito e sono “voci” indelebili che restano scolpite dentro di
me e nell’animo di chiunque ad esse presterà ascolto. Sono certo che accadrà a
tutti i solerti lettori della presente silloge.
Francesco MACCIO', Ritratto di donna con bambino, Pasturana (AL), puntoacapo, 2025, € 15,00.
domenica 28 dicembre 2025
RECENSIONE
“Parole
senza rumore”
Antologia
poetica
a
cura di Rosa Elisa Giangoia
L’antologia, edita per
iniziativa dell’Associazione Culturale “Il Gatto Certosino”, trae il bel titolo
“parole senza rumore” da un noto ed esteso testo montaliano e riunisce poesie e
prose di venti autrici e nove autori (spiccata la superiorità lirica
femminile!) che, a loro modo e secondo la personale ispirazione, hanno inteso
omaggiare Montale nel centenario della pubblicazione di “Ossi di seppia”
(1925-2025). L’opuscolo, snello e gradevole, riporta in copertina una minuziosa
e artistica riproduzione a china intitolata “I girasoli” di Carla Cuminetti.
Con la consueta perizia è stato curato e coordinato dalla scrittrice e
poetessa, oltre che infaticabile animatrice culturale, Rosa Elisa Giangoia e
pubblicato con singolare diligenza da AGF Edizioni. L’opera raccoglie, a vario
titolo, una trentina circa di produzioni letterarie, compresa quella di chi
scrive, volutamente taciuta nel commento. Ecco segnalati in elenco titoli,
nominativi di autrici e autori seguiti da un’essenziale e brevissima chiosa.
“...silente sinfonia” di Maria Grazia Bertora vuol essere “una tenera
e melodiosa rievocazione della Natura nel mese di Aprile”; “sine
titulo” di Lucina Margherita Bovio offre “quattro versi di vera satira giocata sulla
realtà che viviamo, da cui ci salva – sostiene la poetessa – Montale”; “Il
cavalluccio marino di Montale” di Mario Bozzi Sentieri emerge in forma di
omaggio a Montale “come un sogno che mai si spezza”; “Parole
come pesci in un acquario” di Milena Buzzoni risuona con “un avvio
improvviso e fulminante, che si carica poi di tante ricche e soffuse emozioni”;
“Almeno un milione di scale” di Maria Cristina
Castellani rievoca, sul ritmo del verso montaliano, “un’anonima coppia che ha
sceso le scale della vita”; “Deserto” di Carla Cuminetti
ci porta nella cappelletta di montagna ove l’autrice riesce a percepire “il
rumore assordante del silenzio”; “Di mio nonno” e “E.D.” di Goffredo D’Aste
si propongono in qualità di “due secche serie di versi sub mono-lemmi che si
fanno visione e speranza”; “Il mare di Eugenio Montale” di Luigi De Rosa
esprime la sua gratitudine a Montale per “la credibilità e il valore dati alla
civiltà classica in «Mediterraneo»”; “Notte di Pasqua” di Mariangela De
Togni fa rivivere la personale e intima tensione nell’“incerto colore dei
pensieri”; “Cerco parole” di Emilia Fragomeni
è viva e vissuta ricerca da cogliere “nel pergolato dell’anima”; “Il
mio mare” di Maristella Garofalo è descritto come “acqua di madre
feconda”; “Controcanto
discordante” di Rosa Elisa Giangoia scopre e ritrova “la parola giusta nel
dolore” come risposta al montaliano male
di vivere; “Montaliana” di Elvira Landò
canta doucement rime dedicate a
Montale, in cui augura “una ritrovata felicità”; “Omaggio
a Eugenio Montale” di Patrizia Loria mira a “portare con sé il girasole impazzito
di luce”; “Una giornata qualunque” di Marina Martinelli
inquadra il “Limpido azzurro / di primavera”; “A
salutare Angelo, a salutare Eugenio, il suo poeta” di Gigliola
Mattiozzi descrive come “nel piccolo cimitero di San Felice a Ema si è recato a
porgere il proprio saluto ad Angelo (Marchese), al “suo” Poeta Eugenio
(Montale) e alla “di lui” moglie Drusilla (Tanzi); “Parole
con il silenziatore (e un po’ d’amore)” di Alessandra Santy Melizia cantano il silenzio
(incorniciato da un po’ d’amore) in versi di un sogno infinito; “Montale,
l’Italsider e il barone siciliano” di Egidio Morando è da leggersi come un
piacevolisssimo pezzo antologico di vita vissuta “con l’intervento di Montale
in sostituzione di Eliot, liberatosi dall’incarico morendo”; “Dopo
la tempesta” di Isa Morando sa creare una vivida suggestione provocata
“dalla rabbia del mare” e da “un tenue luccichio di madreperla. Ossi di
seppia.”, “Ricordo” di Rita Parodi Pizzorno ricompone una memoria
dei suoi “verdi anni” quando incontrò poesia e arte di Montale; “Senza
rumore” di Mario Pepe segnala di gustare “le carezze del sole, il
vagare di una farfalla”; “Un amore che compie 40 anni” di Roberta Raviolo
ricorda il suo primo intenso impatto con “Meriggiare pallido e assorto” e
afferma che “mantiene un primato nella mia anima”, seguito da altre
composizioni; “Νόστοι montaliani” di Giovanni Sighieri
Danesin si concentra ad “Indagare le radici della poesia di Genio del dono nel
centenario del dono” di “Ossi di seppia”; “sine
titulo” di Marco Tassistro, in modo originale, propone e omaggia
Montale e, richiamato nei suoi versi tre volte “il sole”, conclude con l’eversivo distico “Questo
meriggiare / pallido è assolto”; “Leggerò il mio futuro” di Elena Venere
spone l’assurdità di leggerlo a causa delle “cent’anime che m’abitano / e che
non so addomesticare”; “Mare nostrum” di Gabriella Vezzosi
canta e rivolge “la mia preghiera… Tra saperi e sapori di mare”; “un
sogno” di Franco Zangrilli rivela e interpreta il suo sogno “dove
vivono i morti / ...con abiti smorti / e… risorti”; “Incontro
con Eugenio Montale” di Guido Zavanone, qui riproposto da R.E.G., fa rivivere, da
giovane poeta quale era, l’infelice incontro a Milano con Montale, da lui
definito “senza prospettive” e che gli ispirò il lungo canto poetico “Gabbie”…
composto per uscirne!
*ASSOCIAZIONE
CULTURALE IL GATTO CERTOSINO Culturale “parole senza rumore”, Antologia poetica
A CURA DI ROSA ELISA GIANGOIA, AGFEdizioni.
Benito
Poggio
mercoledì 10 dicembre 2025
In alcuni casi, è un semplice incontro a suscitare emozioni e riflessioni per scrivere. È quanto avviene in Una bambina dai capelli rossi di Aurelia Werndorfer in cui l’osservare una bambina felice a colazione col papà in un caffè genovese diventa occasione per riflettere su “tutti i bambini, vittime innocenti di tutte le guerre” (p. 32). Legato all’osservazione di qualcosa di particolare è il racconto La valigia di Maria Angela Viterbo che, avendo visto in giro per Genova sculture che raffigurano persone o gruppi con parti mancanti, per lo più con valigie, si sofferma a individuare la loro interpretazione e soprattutto a riflettere sulla sua vita e su quello che lei può lasciare agli altri. A suscitare emozioni e ispirazioni di scrittura sono anche gli animali, come il grazioso gattino Lunedì, intrufolatosi nelle lezioni del Corso di Scrittura a Imperia, e la vecchia “gatta di casa” Soraya, “volata verso il Ponte dell’Arcobaleno”, protagonisti di Lunedì fra arrivi e partenze di Gabriella Guasco.
A ricordarci che quello che è il periodo dell’Avvento per noi cristiani, è un momento di preparazione a una festa nel segno della luce anche per altre religioni, è Max Serendipity con il suo racconto Luci nella vigilia di Chanukkà in cui, dopo aver illustrato in una premessa l’origine e il significato della festività ebraica, a suo giudizio, di “valore universale” per “tutti i popoli che hanno un ideale monoteistico” (p. 115), rievoca, con approfondimenti di riflessione, indagini emotive e particolari diaristici, la sua giornata in questa occasione fino all’esplosione della gioia finale per l’arrivo, improvviso e inaspettato, del figlio che con lui accende la Chanukkià, la tradizionale lampada a otto braccia.
L’antivigilia e la vigilia di Natale diventano occasione del vivace racconto Porte aperte di Carla Bedocchi che descrive con umorismo e ironia le ansie e i piccoli disguidi della preparazione del pranzo natalizio che all’ultimo momento si trasforma in un momento di condivisione fraterna e caritatevole.
La lunga serie dei racconti si conclude con “Quanno nascette Ninno a Bettlemme” di Maria Cristina Castellani, che narra, con vivacità e partecipazione umana ed emotiva, un suo viaggio nella notte di Natale, insieme a due colleghi ispettori ministeriali, durante il quale incontrano un bambino rattristato dalle vicende familiari a cui cercano di dare conforto.
Ma, dopo i racconti, ci sono ancora le Dolcezze, raccolte in un capitolo finale in cui la Castellani propone una serie di ricette di dolci tipici dell’Avvento e di Natale, rimpianti dell’infanzia e specialità regionali. Sono pagine tra il narrativo e il normativo in cui l’autrice ci confida anche le sue esperienze di cuoca, evidenziando le difficoltà incontrate nella realizzazione delle ricette e i progressivi accorgimenti migliorativi, in testi coinvolgenti, tra ricerca gastronomica e vita vissuta, non solo utili per scopi pratici.
Questi racconti, in definitiva, non sono solo testimonianza di un corso di scrittura creativa, esperienza importante per i partecipanti, parecchi dei quali l’hanno ripetuta in anni diversi, trovando crescita e gratificazione personale, ma documentano anche l’abilità didattica della docente che con le sue lezioni ha davvero insegnato a scrivere delle proprie emozioni, ben applicando la norma del “Descrivendo, narrando, argomentando” (p. 19) che permette di valicare lo stretto ambito della propria individualità e creare racconti di ampia valenza umana.
AA. VV., Calendario dell’Avvento. Racconti e dolcezze, a cura di Maria Cristina Castellani, Genova, De Ferrari Editore, 2025, pp.193, € 18,00.
giovedì 20 novembre 2025
SCRIVERE PER SERVIRE LA VERITA'
Rosa Elisa Giangoia
Il fatto a poco a poco acquisì un grande rilievo e iniziò ad attirare folle di pellegrini, che determinarono un vistoso mutamento socio-economico nel paese, mentre si andava sviluppando una lunga storia in cui dapprima i sei veggenti furono oggetto di interrogazioni da parte della polizia e di accertamenti medici, mentre poi vennero a diffondersi opinioni divergenti di vescovi, teologi, commissioni e analisti, fino al Nihil obstat, concesso nel settembre del 2024 dal Dicastero della Dottrina per la Fede, che, pur non dichiarando la soprannaturalità degli avvenimenti, ha autorizzato i fedeli “a dare in forma prudente la loro adesione”, riconoscendo la bontà dell’esperienza spirituale sorta a Medjugorje e il carattere edificante dei messaggi tramessi dai veggenti, nonché esprimendo l’approvazione di un’esperienza mistica e del messaggio ad essa correlato, confermandone la totale conformità alla dottrina e alla morale cristiana.
Questa vicenda spirituale e storica ha segnato l’epoca contemporanea e la vita della Chiesa, ponendosi come proposta e nello stesso tempo interrogazioni a tutti, laici e credenti.
Per dare risposte a questi eventi, che hanno creato anche attese e speranze, si è impegnato Riccardo Caniato, scrittore e giornalista, nel suo Medjugorje, un’indagine. La mia via per il Paradiso, solo andata in cui presenta un’ampia e accurata serie di testimonianze e nello stesso tempo rivela il suo cammino personale di crescita e convincimento spirituale che l’ha portato da giornalista andato a Medjugorje per la prima volta nel 2001 per ragioni professionali, a diventare un convinto sostenitore di questi eventi grazie ai quali “ha approfondito la sua fede in Gesù e la sua appartenenza alla Chiesa cattolica” (p. 23). Per questo il libro non è un semplice resoconto di fatti, ma assume il valore di un’autobiografia spirituale, testimonianza di una fede accresciutasi e fortificatisi attraverso la conoscenza di questi fatti nell’intrecciarsi di ricordi personali e considerazioni teologiche, anche sulla base degli studi sulle apparizioni mariane, soprattutto del secolo scorso, in cui l’autore si è precedentemente molto impegnato.
Il testo ripercorre tutti i momenti di rilievo della vicenda in uno stile piano e comunicativo, presentando i numerosi messaggi della Vergine che si sono succeduti nel tempo, incentrati sempre sul tema della Pace e sulla forza della Fede, accennando alle ipotesi sui misteri affidati da Maria ai veggenti e presentando i resoconti dei momenti di incontro con i sei ragazzi cresciuti negli anni e diventati progressivamente adulti impegnati e responsabili nel lavoro e nella famiglia.
Nelle pagine del libro, oltre a quelle dei veggenti Marija, Ivan, Vicka e Marjana sentiamo la voce di religiosi, convinti sostenitori del carattere soprannaturale di queste apparizioni, come padre Livio Fanzaga, scolopio fondatore e responsabile di Radio Maria, e di padre Jozo, francescano parroco di San Giacomo, dove tutto ha avuto inizio, a cui si aggiungono molti personaggi del posto, come Jelena Vasilij, che fin da bambina ha iniziato a sentire, durante la preghiera, la voce interiore di Maria, e Mario Mijatovic, marito della veggente Vicka. Ci sono poi le testimonianze di tutti coloro che a Medjugorje sono stati miracolati con inspiegabili guarigioni da malattie, scientificamente confermate, e sofferenze, ma anche di quanti hanno trovato la fede e la serenità dello spirito, hanno sentito la vocazione religiosa o hanno ricomposto il loro matrimonio, ad iniziare dalla prima miracolata, Diana Basile, guarita da una sclerosi multipla molto grave. Tra i testimoni si incontrano persone semplicissime e figure di rilievo come la principessa Milona d’Asburgo, che ha dedicato molti anni all’accoglienza dei pellegrini, o Paolo Brosio, noto personaggio televisivo. Grazie a molti di loro c’è stata una ricaduta di buoni frutti, in quanto sono persone che hanno sentito il richiamo a cambiare vita per fermarsi a Medjugorje o anche a trasferirsi altrove per dedicarsi all’assistenza e al servizio di quanti hanno bisogno di aiuto. A tutto questo occorre aggiungere l’attrattiva che questo luogo, privo di ogni caratteristica turistica, esercita ogni anno su migliaia di persone, di età, nazionalità e cultura diversa.
Riccardo Caniato ha scritto questo libro con molto impegno di studio, ricerca e documentazione, senza intento di voler convincere, ma per rendere testimonianza di tutto quello di cui ha avuto esperienza, nell’intento di servire quella Verità, diventata determinante nella sua vita.
Riccardo CANIATO, Medjugorje, un’indagine. La mia via per il Paradiso, solo andata, Milano, Il Timone 2025, pp. 416, € 18,90.
martedì 5 agosto 2025
GIACOMO PUCCINI TRA REALTÀ E FANTASIA
Con un’abile tecnica narrativa la scrittrice crea in questo suo nuovo lavoro una situazione originale in cui la vicenda reale di Puccini si snoda su uno sfondo fantasioso. Infatti lo scenario è costituito da un presepe napoletano, affollato di personaggi della tradizione partenopea e dell’attualità, in cui si aggiunge la comparsa della nuova figura del musicista, appena arrivato dal suo abituale mondo della lucchesia per unirsi a questa simpatica compagnia.
Anche per la sollecitazione di altri personaggi del presepe, viene rievocata tutta la vita del Maestro da Antilisca, un fantastico straordinario animale che, nell’immaginario di Puccini, abitava la zona di Torre del Lago. Si parte dall’infanzia, contrassegnata dalla perdita precoce del padre a cui seguirono difficoltà economiche per la numerosa famiglia, poi l’impegno, fin da giovanissimo, in ambito musica, secondo una consolidata tradizione familiare. Ben presto ci fu il trasferimento a Milano, per completare gli studi musicali, e a poco a poco i primi successi in campo operistico, fino all’affermazione a livello mondiale.
La rievocazione della vita di Puccini viene condotta, molto opportunamente, dalla scrittrice secondo un duplice canale, quello del suo lavoro di compositore, con il succedersi delle varie opere da Le Villi. Manon Lesacaut, Bohème, Tosca, Madame Batterfly, Il Tabarro, Gianni Schicchi, Suor Angelica, fino alla Turandot, rimasta incompiuta per l’improvvisa malattia e la morte del musicista. Tutto questo in un crescendo di riconoscimenti, applausi, consensi della critica ed entusiasmo del pubblico. D’altro lato Maria Primerano tratteggia la realtà dell’uomo Puccini, dalla personalità esuberante e appassionata, amante della caccia e della pesca a Torre del Lago, delle auto di lusso, delle case sempre più eleganti e sontuose, ma soprattutto… delle belle donne. Sfila così tutta una serie di figure femminili che hanno acceso d’amore l’animo del Maestro, a cominciare da Elvira, con cui convisse per parecchi anni, prima di sposarla, appena rimase vedova. A lei Puccini dava occasione di molti sospetti, molte gelosie, molte recriminazioni e soprattutto tanti dispiaceri per il susseguirsi delle sue avventure amorose con altre donne, di varia estrazione sociale e di caratteri molto diversi, da Corinna, “sprovveduta studentessa”, a Sybil Seligman, dell’alta società inglese, dalla cameriera Doria Manfredi, suicidatasi per le false accuse, alla Baronessa Josephine Von Stangel, alla giovane cantante aspirante al successo Rose Ader e alla popolana Giulia Manfredi, cugina di Doria, da cui avrebbe anche avuto un figlio.
Il Maestro appare così in tutta la realtà di uomo, impegnato nel suo lavoro creativo, ma sovente anche gravato da vicende sentimentali e familiari che offuscavano le sue giornate e appannavano le occasioni di felicità che gli derivavano dai successi musicali.
Tutto questo viene raccontato dalla scrittrice con espedienti narratologici molto interessanti, condotti su due binari che si intrecciamo, in quanto recupera con attenzione elementi biografici, avvalendosi di una ricca documentazione epistolare e testimoniale, ma nello stesso tempo tutto viene esposto con la frizzante vivacità che deriva dal dialogo che si intreccia con i personaggi del presepe napoletano, tra i quali primeggia Maria a’ purpettara, abilissima nel preparare polpette atte a punire i mariti infedeli…
Il mondo di Puccini viene rievocato anche grazie a una serie di interessanti foto d’epoca e con un capitolo dedicato alle ricette dei suoi piatti preferiti, soprattutto per cucinare cacciagione e pesci del lago, ma tra cui, ovviamente, non compare quella delle polpette di Maria a’ purpettara, rigorosamente segreta!
Il Puccini tratteggiato in queste pagine è senz’altro quello reale, un uomo focoso e inquieto, capace di divertirsi e di far divertire, anche con le sue espressioni sovente audacemente boccaccesche, amante della vita per tutto ciò che di bello e di buono può offrire, ma osservato dall’autrice con una forte punta di ironia, temperata dallo straniamento determinato dalla commistione di vero e di fantastico.
Una lettura davvero piacevole e interessante che ci proietta in quel tempo, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, in cui la vita e i costumi subirono profondi cambiamenti, orientandosi verso la modernità.
Maria PRIMERANO, Buon Natale Puccini, Arezzo, Edizioni Helicon, 2024, pp. 512, € 25,00.
mercoledì 2 aprile 2025
RECENSIONE
L’AZZURRO
DELLA POESIA
Rosa Elisa
Giangoia
La nuova raccolta poetica di Angela Caccia, autrice dalla voce personale, ampia, articolata e complessa, intitolata Di lentissimo azzurro, ci porta subito a spaziare negli orizzonti infiniti della poesia che, con le suggestioni del mare e del cielo, evoca le tonalità del colore azzurro del titolo che sembra farsi correlativo oggettivo della poesia stessa. Si entra così nell’ambito e nel tempo della poesia stessa in cui, senza soluzioni di continuità, quest’alta umana espressione si è sviluppata fin dai versi di Omero, ricchi di maestria letteraria e di sapienza esistenziale. Quell’Omero che ricompare all’inizio del testo, nella prima lirica: “Sarà servito a qualcosa / leggere Omero” (p. 11) in cui la poetessa sembra volersi ricollegare direttamente a una sua precedente raccolta, Accecate i cantori, evidenziando la lucida profetica saggezza dei poeti, visionari nella loro cecità, come l’aedo greco.
Omero ha aperto un mondo, ha regalato una prospettiva: quella di vedere ciò che ci circonda per raffigurarlo e valutarlo attraverso la poesia. Così anche Angela Caccia guarda e ripercorre il suo mondo, cioè il suo itinerario esistenziale, sub specie carminum, nell’ossimorico intreccio di luce e ombra che ci viene proposto dal suo stile fortemente analogico.
La riflessione della poetessa è incentrata sulla vita, nella sua pluralità di esperienze, nel suo svilupparsi nel tempo, che lei sa bene essere incontrollabile e misteriosa, in quanto “la condizione umana” è “un circolo vizioso del perdersi e ritrovarsi” (p. 12) in cui a fatica può penetrare la poesia, aprendo l’ipotesi che al di là ci sia “una bellezza intatta”. (ibid.) La vita è qualcosa di incompiuto nel suo mistero: “In questo campo da coltivare a / spaglio / tra neve e grano / il nostro imperfetto accade (p. 66). La vita, però, aggiunge continuamente conoscenza e consapevolezza, soprattutto con le esperienze del dolore, della sofferenza, come già insegnavano i tragici greci con la teoria del pàthos/màthos: “Mi pesa la parte di me ferita che / carico ogni giorno sulle spalle / con la stessa cura di Enea per Anchise. / A sera / ho un piccolo raccolto di cui non / vado sempre fiera” (p. 39). Misteriosa è anche la poesia, tanto che la poetessa suppone che essa chieda: “…cosa / rimane in te della mia voce?” (p. 14) a cui può solo rispondere: “vorrei parlarti di questa nostra / vena aperta / e di tutto il silenzio che resta” (ibid.) ma ben conosce la difficoltà del dire, consapevole che “Nessun verso ha il colore del pieno e / chi ne scrive sa / sa che […] / continua a galleggiare nei suoi silenzi”. (p. 17)
Intensa è la riflessione si Angela Caccia sulla poesia che sente nascere con timore e stupore nell’intreccio delle azioni quotidiane: “Qualcosa avverrà da qui a breve / un distico / forse una strofa intera – forse / c’è un legame con l’acqua che ora trabocca dalla pentole / o col sogno che insegui a pezzi” (p. 47) di fronte a cui si percepisce come “il ragno / che finalmente intreccia le sue tele” (p. 48), capace cioè di creare qualcosa di stabilmente compiuto. Ma si sofferma anche nel tentativo di definire la poesia, quel fecondo tentativo di congiungere parole che consolino e orientino: “La parola che pesa / si trasforma in seme: la interri / e mentre semini / cresce il tuo desiderio di crescere / e con lei stare bene in quello / smottamento che resta solitario / e mai realmente solo” (p. 61).
Profonda è la riflessione sulle situazioni dell’umana esistenza, come l’infrangersi di rapporti interpersonali positivi: “Noi / che fummo voce e linguaggio / l’uno all’altro / ora / ci guardiamo di sfondi / ognuno da un confine di croci” (p. 13), ma anche sulla drammatica impossibilità di modificare il nostro passato: “Poter tornare indietro e scegliere / magari / l’alternativa scartata…” (p. 24), nell’unica certezza di andare inesorabilmente verso la fine del nostro esistere: “Chi pensava / di doverla scontare la gioventù?! […] Presto o tardi saremo tutti Lee Masters / parleremo anche noi con la voce dei morti”. (p. 26)
A rimanere immutato è lo scorrere del tempo nel mondo della natura con il susseguirsi delle stagioni, a cui la poetessa dedica versi con tocchi descrittivi e riflessioni esistenziali: “Una folata scosse il leccio” (p. 18) apre un quadro dell’autunno, contrassegnato da una punta di rammarico, mentre in Qui da me viene tratteggiato “un maggio qualunque” (p. 19) e in Da dove vieni? Dove sei stata? la poetessa evoca “l’estate più speziata”. (p. 21)
Emerge anche una vena di poesia civile, teorizzata in Capita (“ma la poesia civile è sangue – indelebile / nell’affronto/confronto / bianco e nero Yin e Yang”, p. 169) che trova voce di responsabilità e denuncia in La parola di fronte al naufragio di migranti con “cento morti” (p. 23) a Steccato di Cutro.
Le riflessioni, le emozioni, le esperienze, gli stati d’animo sono la sostanza della poesia di Angela Caccia, ma tutto questo nei suoi versi si fa espressione lirica attraverso una fantasmagoria di immagini evocative di forte originalità, di ricercatezze espressive finalizzate a un discorso sapienziale che non offre risposte, ma invita alla riflessione e alla ricerca nella dimensione interiore ed esteriore.
Come ogni poesia, anche quella di Angela Caccia, nasce dall’esperienza del mondo e della vita personale, ma acquista valore e interesse per l’originalità del piano espressivo: il suo è un linguaggio di forte originalità creativa, sostenuto da un’efficacia espressiva che sa farsi comunicativa. Questo nasce dalle metafore ardite, dalle sinestesie forti, dall’aggettivazione spiazzante per accostamenti di campi semantici disomogenei fin dal sintagma del titolo “lentissimo azzurro”, capaci di creare quelle onde si suggestioni espressive che percorrono e sostengono tutta la silloge poetica.
Angela CACCIA, Di lentissimo azzurro, Pasian di Prato (UD), Campanotto Editore, 2024, pp. 69, € 13,00.
mercoledì 11 dicembre 2024
RECENSIONE
Biagio Coco
Per quanto possano apparire prosaici rimandi alla quotidianità, i cibi e le bevande, gli spazi della cucina e della tavola, le dinamiche dei pasti e le occasioni conviviali, con le loro relazioni, sono indiscutibilmente segni e ‘ingredienti’ di universi compositi di significati che è possibile rinvenire in numerosi testi letterari antichi e moderni, in manifestazioni artistiche figurative e filmiche di epoche diverse, come anche nell’opera di molti scrittori ormai classici della letteratura italiana del Novecento. Partendo da queste considerazioni Franco Zangrilli nel saggio Muse della tavola rivolge la sua puntuale indagine critica all’opera narrativa di Tozzi, Savinio, Pavese, Levi, Calvino e Tabucchi (destinando il settimo e ultimo capitolo agli scrittori di oggi e ai cibi della cucina postmoderna) e ci invita alle tavole di questi autori, definendone, come fa nel titolo di ciascun capitolo, le inconfondibili atmosfere.
Vere e proprie
‘muse’ capaci di raccontare e
rappresentare la vita, la materia cibaria e le bevande sono per questi
scrittori contrassegno identitario utile a descrivere l’ambientazione sociale e
l’evoluzione storica delle vicende narrate; forniscono l’occasione per presentare
le situazioni biografiche, gli aspetti caratteriali e gli stili di vita dei
personaggi, evidenziandone tanto le aspirazioni quanto le inquietudini;
diventano lo strumento attraverso cui questi autori rendono manifesta la propria
visione del mondo e alimentano la propria ispirazione a parlare di altri
argomenti su ben più alti “piani d’universalità” (p.15); ma riescono anche, in
ultima istanza, a farsi simbolo del processo creativo, quando non anche di
quella ‘fame per la vita’ e di quella ‘sete di sapere’ che alimenta e sostanzia
la scrittura.
In questa serie di
ideali inviti gastronomici d’autore, se Tozzi ricorre ai termini culinari per presentare
il carattere contradditorio dei suoi personaggi, se narra del loro rapporto
infelice con il cibo e carica il mondo della tavola dei sapori dell’amarezza e
della drammaticità, è per servirci una vivanda
ossimorica. Nella trattoria in cui è
ambientato il romanzo Con gli occhi
chiusi Domenico Rosi con il suo carattere ambiguo e irascibile “rende la
trattoria uno spazio dell’aggressione e della violenza” (p.23); al contrario di
ciò che dovrebbe essere, essa viene presentata come un luogo in cui si muovono
cuochi e avventori trascurati e primitivi, in cui prevalgono gli scarti dalla
dimensione ordinaria del comportamento e dei sentimenti; un luogo da cui Pietro,
figlio di Domenico, evaderà dopo aver attraversato la sua ‘famelica’ passione
per Ghisola. In maniera ancora più evidente nel romanzo Tre croci la tavola si fa specchio rovesciato dell’ignavia e degli
egoismi dei tre fratelli Gambi che si indebitano “per sostenere le spese
eccessive dei piaceri-vizi-peccati della gola” (p.35) e dietro la noncurante e
‘allegra’ consumazione dei loro pasti, mascherano il mantenimento di uno status
sociale ormai compromesso e vivono abulici nella trappola dell’autodistruzione. L’identificazione ossimorica’ tra la materia
del cibo e il destino del personaggio è presente anche in molti racconti dello
scrittore senese, dove il cibo e il vino non riescono a sfamare sensi di colpa
e solitudini e si fanno metafora di una tragica mancanza di affetti.
La tavola di
Savinio è un mosaico di
incomunicabilità. È disunita e i commensali che la popolano si servono con
indifferente distacco, rimuginando sui propri pensieri e appetiti, “assenti o
assorti nelle proprie chimere” (p.70). Come nel romanzo La casa ispirata, dove, tra le presenze ‘mangianti’ di un’insolita
abitazione parigina, la successione dei pranzi e delle cene assume i contorni
di uno scenario surreale volto ad esprimere le anormalità dei convitati che la
popolano, dando vita, per usare le parole dello scrittore, ad un “convito di
necrofagi” (p.70). Sgradevole, putrido, marcio è anche il cibo consumato: una
raffigurazione con toni orrendi, gotici conditi di ironia amara in cui “la
degenerazione dell’universo gastronomico allegorizza il degrado attuale della
società, della cultura, della conoscenza” (p.71). Il tema della tavola, nella
produzione successiva di Savinio si fa “ossessivo” (p.86): nei racconti della
raccolta Il signor Dido, ultima
maschera dello scrittore, veicola più complessi ed eterogenei messaggi della
condizione esistenziale dell’uomo e del processo meta-artistico della
scrittura. Così, la tavola, domestico campo di battaglia, si farà metafora di
tutte le guerre (Genitori e figli);
un pranzo troppo abbondante non permetterà che vengano affrontati argomenti più
elevati, lasciando Dido in preda all’amara constatazione di non essere stato in
grado di “cucinare il piatto della scrittura” (p.94); e la minor quantità di
cibo che l’uomo è costretto a mangiare per ragioni di salute (Piatto piccolo) ci confermerà, anch’essa,
la “profonda decadenza dell’io” (p.87).
I numerosi
riferimenti al cibo presenti nell’opera di Pavese, a cui è dedicato il capitolo
successivo, sono solo in apparenza realistici: veicolano un groviglio di
messaggi propri della poetica dello scrittore che li rende un alimento mitico-fantastico. Al centro
dell’analisi di Zangrilli campeggia il confronto tra Paesi tuoi e La luna e i falò.
Nel primo romanzo, in una “realtà campagnola […] tagliata fuori dalla civiltà”
(p.100) per Berto e Talino il cibo si fa epifania di messaggi archetipici e
mitici. Dove la terra mangia come e più degli uomini, dove essa li nutre materna
con le sue colline-mammelle e i riti della vendemmia e della campagna sono vivi
delle perenni mitologie agresti, è inevitabile che Gisella, amata da Berto, sia
mela, ciliegia, sia “fatta di frutta” (p.104); come è inevitabile che il suo
brutale omicidio, frutto di un’incestuosa gelosia, non interrompa il pasto
successivo e non intacchi la natura ferina dell’essere umano. Nel romanzo La luna e i falò, invece, seguendo il
ritorno di Anguilla al paese natale, la natura simbolica del cibo viene ripresa
e diversamente modulata ora in chiave mitico-fiabesca ora in chiave fantastica.
Sul binario di una doppia visione tra la favola della giovinezza e la
rielaborazione fantastica del presente, il protagonista rivede i luoghi della
sua infanzia, i sapori del passato, ritrova l’amico Nuto che ha saputo custodire
la memoria dei luoghi e il sapore dei valori di saggezza e altruismo anche nel
presente. E in ciascuna delle esperienze vissute, i cibi reali e metaforici
riassaporati da Anguilla non smettono di essere referenti della portata fantastica
della vita.
Nell’analisi di Se questo è un uomo, contenuta nel
capitolo Levi: nutrimento di tempi
orrifici l’assenza di cibo, la fame e la sete sperimentate nella realtà atroce
e del lager hanno una rilevanza notevolissima, a partire dal pane che non solo
è allusivo di tutti i cibi che non si possono mangiare, ma diventa anche “un
deuteragonista o una sorta d’ombra fantasmatica o un incubo orroroso” (p.141). Zangrilli
evidenzia con raffinata puntualità come la narrazione di Levi denunci,
attraverso l’assenza di cibo, nutrimento fisico e spirituale, la perdita della
normalità e della dignità dell’essere umano; sottolinea poi come la sua
scrittura sfrutti i mezzi umoristici della “sovversione, della giustapposizione,
dell’antinomia” (p.154) proprio per descrivere la condizione in cui l’uomo
sembra ridursi a coincidere con la sua stessa fame. Ci presenta così gli uomini
che recuperano il cibo nella dimensione onirica, quelli che lo usano come
‘moneta’ di scambio per sopravvivere trasformandosi in tragici antieroi: nel campo di sterminio, vero e proprio
‘regno’ della fame, il cibo consumato in piedi enfatizza la degradazione
dell’essere umano ad una dimensione bestiale. Nel testo successivo, La tregua, la fame, il freddo e la guerra si confermano sinonimi delle
miserie dell’uomo e del dolore dell’esistenza, ma durante questo viaggio di
ritorno le occasioni conviviali sono anche l’occasione per ritrovare e
ristabilire rapporti umani, riassaporare la libertà e una normalità in cui
“mangiare” coincide con il “raccontare” (p.169).
Alla tavola di
Calvino si possono trovare vivande di
stagioni diverse quante sono le età della vita, le fasi compositive
attraversate dall’autore e i periodi vissuti dalla società italiana dal secondo
dopoguerra in poi. Operando una sapiente quanto ironia riscrittura di topoi letterari, Calvino trasforma i
riferimenti al cibo in articolati paradigmi di istanze conoscitive e di motivi sociali,
in modelli della “sete cognitiva e creativa” dei suoi personaggi (p. 207), in
immagini segniche con cui interpretare la società contemporanea. Si fornisce
qualche ‘assaggio’ delle numerose opere prese in esame da Zangrilli. Il
linguaggio gastronomico nel romanzo Il sentiero
dei nidi di ragno serve diffusamente a narrare le vicende del giovanissimo
Pin, divenendo cruda metafora della sua conoscenza
della vita e del mondo degli adulti; è utilizzato per descrivere la tragedia
della guerra che distrugge i raccolti e affama gli uomini, ma testimonia anche il
bisogno di protezione e affetto paterno che il ragazzo troverà nel partigiano
Cugino e nella sua mano “fatta di pane” (p.180). Nel Barone rampante troviamo un altro adolescente (Cosimo Piovasco) e un’altra
epoca (il 1776). Dopo aver rifiutato le detestate pietanze a base di lumache ed
essere stato cacciato da tavola con asprezza dal padre, Cosimo si rifugia a
vivere sugli alberi: “un intricato rifiuto simbolico” (p.199) che unisce il
gusto per la contestazione al desiderio del giovane di crearsi una propria
identità. In questa libertà alimentata dai ‘sapori’ fantastici di Cosimo, tra
una capanna sugli alberi che si fa “reggia” e i frutteti che sembrano animarsi,
prendono vita le sue nuove istanze sociali, il suo gusto per la libertà e per
la giustizia, e la sua sete di conoscenza non può che concludersi oltre, sopra
il mare. Così con le raccolte di racconti che hanno come protagonisti
Marcovaldo e Palomar, dove tra passato e presente, i cibi come gli stessi
personaggi diventano emblemi del consumismo, della società italiana del
dopoguerra e della condizione postmoderna, tra funghi velenosi e fiumi blu,
ammalianti supermarket e musei di formaggi, emblemi di una conoscenza sempre
più astorica, effimera, inconsistente.
L’ultimo invito d’autore
è quello di Tabucchi. Frutto di due tradizioni culinarie diverse, quella spagnola
e quella portoghese, perfettamente note allo scrittore, la sua tavola di intellettuali e fantasmi non
solo rivisita e recupera le pietanze tradizionali del passato ponendole a
confronto con le abitudini alimentari contemporanee, ma impasta attraverso il
cibo ben più stratificate dialettiche. Accade in Requiem dove il protagonista in giro per le vie di Lisbona,
nell’attesa di incontrare a mezzanotte il fantasma del “grande poeta” immagina
di vedere persone ormai defunte, di parlare con loro, di salutarle in un ideale
commiato, in una successione di fantasmatici incontri costellata di occasioni
conviviali e conoscitive attraverso i quali si ha l’impressione che Tabucchi
“stia costruendo un variopinto banchetto letterario” (p. 237). Così, in un
tempo in cui le ricette antiche sono soggette a inevitabili variazioni, mentre i
piatti della tradizione perdono la memoria del passato per venire incontro ai
gusti contemporanei, ora che ogni piatto è l’amalgama di elementi oggettivi e
della creatività individuale, l’incontro con il Poeta non può non avere al
centro “l’intricata relazione tra il modernismo e il postmodernismo (pag. 239)
e svolgersi di fronte ad una tavola con il suo menu che è una ‘carta poetica’,
dell’inquietudine e dell’incertezza. In Sostiene
Pereira, in una Lisbona sotto il regime dittatoriale di Salazar, mentre
‘tutta l’Europa puzza di morte’, il vecchio giornalista Pereira, preda dell’obesità,
soffocato e rallentato dai ricordi del passato, si illude di curare la
solitudine e le ferite dell’anima per la perdita della moglie attraverso un
rapporto autodistruttivo con il cibo. Nel suo bisogno di socialità, la tavola
si fa inevitabilmente segnica: del suo disagio esistenziale (che si manifesta
nella consumazione sempre delle stesse pietanze per lui non salutari, quali limonata
e omelette alle erbe aromatiche); del suo immobilismo (visibile nella
frequentazione degli stessi luoghi come la sua stanza-redazione ammorbata dal
puzzo di frittura dei piatti cucinatigli dalla portinaia o il Cafè Orchiedea
che abitualmente frequenta); della sua angoscia (nella lotta con il cibo e nel
rifiutarsi di seguire i consigli dei medici). La progressiva conoscenza di un giovane
giornalista, Monteiro Rossi, suo alter ego “agile e magro”, come anche la cena
in cui Pereira, che dà ospitalità e rifugio al giovane uomo, deciderà di
assumere la “veste di cuoco” (p.255), ritrovando la capacità umana e
meta-artistica di immaginare e creare nuovi piatti, non renderanno vana la
tragica uccisione del giovane giornalista ad opera di funzionari della polizia
segreta. Pereira sarà capace di “denunciare i mali del suo tempo” (p. 256) e di
fuggire in un paese democratico.
Il capitolo
conclusivo del saggio di Zangrilli non è dedicato ad un autore, ma ad un libro singolare,
Dai fiori del male ai fiori di zucca,
un testo collettivo ed “enciclopedico degli aspetti del cibo nella società
postmoderna” (p.268) costituito da centotrentotto componimenti realizzati per
lo più da autori e autrici campani assieme ad altre pagine di scrittori di
epoche diverse e raggruppati in sezioni che riproducono la successione delle
vivande di un pranzo. Zangrilli presenta i tratti comuni a questi testi, in
molti casi brevi e aventi la forma di una nota o di un paragrafo: la prosa
chiara e incisiva, l’utilizzo del paradosso, della caricatura, “dell’ironia che
mentre intrattiene demitizza” (p. 269), l’ispirazione della riscrittura di
moduli e temi della tradizione letteraria, la memoria. Partendo dalla dimensione
realistica di cibi e bevande, questi testi costruiscono storie dai risvolti più
ampi e di taglio universale, volti a scavare nella dimensione tragica della
vita, indagando ora i motivi dell’amore e della separazione degli amanti (“I
felafel”, “Mais”), ora quelli del rapporto tra cibo e sesso (“Dopo cena”,
“Lasagna classica napoletana”), la tematica del tradimento con i suoi toni
umoristici (“Il purpo ‘mbuttunato”), la favola dell’orrore e il tema
dell’antropofagia (“Il pane rituale”). Del resto, anche nella contemporaneità,
mentre gli individui sperimentano la “vertiginosa trasformazione della vita dei
tempi attuali” (p. 287), sempre più privi di coscienza storica, sempre più
incoerenti, il cibo non smette di esprimere “lo stato psicologico
dell’individuo” (p. 289) o, come dice Calvino, il “senso d’una mancanza, d’un
vuoto divorante”.
FRANCO ZANGRILLI, Muse della tavola. Cibi e bevande in scrittori contemporanei, Pesaro, Metauro Edizioni, aprile 2024, pp. 299, € 24,00.













