martedì 19 aprile 2022

UNA POESIA


 Senza scrivere


                                   di Franco Zangrilli


Senza scrivere
non posso vivere.

Scrivere è una bella malattia
e una condanna della follia.

Scrivere è un viaggio
in un ampio retaggio
e ci vuole coraggio.

Scrivere è un sogno,
incubo di un ragno,
incoraggiato da un compagno,
una statua di legno.



venerdì 18 marzo 2022

PRESENTAZIONE

 

PRESENTAZIONE

(Dato che Renato Dellepiane, causa positività al covid, non è potuto intervenire, pubblichiamo qui la sua presentazione)

     Una fastidiosa quanto inattesa positività al famigerato Covid, mi impedisce di essere presente oggi: poco male, il prof. Cavagnaro saprà fare, da par suo, anche la mia parte. A me spiace, per la stima e 
l’amicizia verso l’autrice e perché il libro è bello, della bellezza propria della vera poesia che non può essere né mero artificio letterario, come talvolta è di moda, né la trasposizione in versi di posizioni ideologiche variamente mascherate, né tanto meno una semplice effusione sentimentale.
     Mi soccorre subito un pensiero di Giuseppe Conte, nello scritto in calce alla raccolta: “…la poesia per t  e abbraccia il mondo intero del sentire, dello scrivere, del vivere”: c’è, in questa visione della poesia, un fondamentale intento comunicativo, che fa sì che, nel momento in cui l’autrice esprime i suoi sentimenti, si fa portavoce dell’umanità intera.
     Sto bene quando scrivo, mi sento appagata. Sento accanto a me la presenza viva, il respiro delle persone care di oggi e di ieri. E coltivo amorosamente la speranza di riuscire almeno in parte a trasmettere il mio appagamento a chi mi legge. A condividerlo con loro.
     Questa, che Isa scrive nel Congedo provvisorio del 13 ottobre 2020 è una chiara e splendida dichiarazione di poetica che, peraltro va letta accanto ai versi di Ispirazione e buona volontà che la chiariscono e dànno il senso della “serietà” della creazione poetica: Sgorgano parole/nella grande illusione/ di passione e di buona volontà. /La poesia .
     Ha certamente ragione Giuseppe Conte, ancora, nel dire: ”Non dimentichi mai di essere stata un’insegnante” (e che insegnante, potrei aggiungere, perché ci siamo incontrati piuttosto di recente, ma conosco la prof. Morando da una vita, quale collega pressoché coetaneo!). Ed io penso che anche in questo suo passato di insegnante siano le ragioni del titolo del libro. Da un lato le motivazioni culturali, per il riferimento a due personalità così importanti, dall’altro una ragione, per così dire, psicologica. Che la “gentilezza dei costumi”, di cui parla Bobbio, sia una costante, come mezzo e come fine, che ha accompagnato e guidato la nostra generazione di insegnanti credo sia una verità inconfutabile. Ed è questo il clima che emerge dalla bellissima poesia Nel cuore della sera in cui il ricordo nostalgico si unisce alla capacità di creare immagini di grande suggestione tra i versi letti dalla professoressa e la reazione dell’alunna, commossa anche perché coinvolta dalla giovane docente.
     Non mi pare un caso il fatto che, appena letto il titolo del libro, mi sia venuto in mente, sia pure per evidente deformazione professionale, un famoso incipit: Tindari, mite ti so. Ho pensato che c’entrasse poco ma poi, continuando la lettura e scoprendo paesaggi (Borgio Verezzi, Pietra Ligure, le panchine della Foce, le creuze nella poesia dedicata a Lauzi) e, soprattutto osservando gli splendidi disegni del marito, mi sono ricreduto. Forse, e l’autrice mi perdonerà se ho sbagliato, questa mitezza sta anche nella consapevolezza della nostra finitezza e nella volontà di creare, attraverso la poesia, qualcosa di noi che resti, non perché vogliamo essere celebrati, ma per potere credere di non essere vissuti invano. E del resto questo dicono le varie poesie con cui Isa ricorda amici e Maestri e che, credo, saranno doverosamente citate. Insomma c’è, come dire, una mitezza del paesaggio e del ricordo con cui bene si esprime la mitezza dell’autrice.
     Il linguaggio non è mai “imperfetto” perché, “nel raccontare con immediatezza i suoi sentimenti” c’è sempre il controllo della parola e del tono, che non eccede perché sostenuto da una connaturata eleganza. E’ certo però che anche l’idea di “imperfezione” sia collegata alla nostra funzione di docenti, nella quotidiana necessità di adeguarsi alle varie situazioni con cui si viene a contatto, Ma questa consapevolezza di imperfezione nella poesia di Isa si traduce in un “tenace esercizio/ dei sensi e della mente/che imbriglia percezioni, fotogrammi, / li fa suoi, e li veste di parole, / di immagini a colori… (ancora da Ispirazione e buona volontà). L’"imperfezione" è dunque una sorta di atteggiamento mentale che porta alla ricerca del verso perfetto non per autocompiacimento ma perché possa “raccontare con immediatezza i sentimenti”, filtrati sempre da un eccezionale senso della misura, anche là dove la 
commozione per il ricordo degli amici scomparsi si fa più forte: “Parlate un po’ di me, Amici miei…/ Con dolcezza, vi prego…/ Sarà più lieve il tempo dell’attesa” (A Vito Ugo, in memoriam)
     Nella sua bella e dotta prefazione, Rosa Elisa Giangoia, cita opportunamente il famoso Ut pictura poesis (pur con le dovute precisazioni) anche in riferimento alle raffigurazioni di Nanni Perazzo che talora accompagnano i testi. A me pare davvero che nella capacità della poetessa di tradurre in immagini i propri sentimenti sia il pregio maggiore di questa raccolta. Le parole, le riflessioni, i ricordi di isa si fanno ”figure” davanti ai nostri occhi e per questo parlano alla nostra anima, prima ancora che alla nostra sensibilità di critici. Una poesia come Orizzonti ne è l’esempio più significativo, pur concludendosi con una sorta di invito leopardiano, mantenuto sul piano di un materno invito a cogliere gli “attimi fuggenti”.
     Ci sarebbe molto da dire ancora, ad esempio sui versi dedicati al centenario dantesco, sostenuti da tale sensibilità e cultura per cui Dante e Boccaccio diventano nostri contemporanei e ci pare di vedere Dante come lo immaginava Boccaccio nel Congedo.
     Non voglio rubare altro tempo e auguro a tutti un pomeriggio che sarà senz’altro piacevole.

domenica 13 marzo 2022

DUE POESIE

 di ANDREA GUIATI

Il supplizio ucraino

La guerra porta distruzione
senza valida ragione
dal cielo il fragore
che abbatte dimore
con furioso furore
e ci piange il cuore.

Prego per loro e la loro salvezza
nella guerra non c’è saggezza.

Dio dei credenti
ferma i fendenti
dei russi invadenti
cattivi e prepotenti
degli ucraini la sorte
fuggire o la morte.

Prego per loro e la loro salvezza
nella guerra non c’è saggezza.

 Il fantasma di Kyiv

 Putin la chiama

speciale operazione militare

ma chi crede di ingannare

questa è un’invasione

il rombo dei motori

crea confusione

e son guai e dolori.

 

Dio non perdona

chi non ragiona.

Ci vuole l’amore

per un mondo migliore.

 

Nel cielo i bombardieri

rassomigliano sparvieri

improvvisamente appare

un solitario aviatore

sorprende la squadriglia

crea un parapiglia

nel nulla scompare.

 

Dio non perdona

chi non ragiona.

Ci vuole l’amore

per un mondo migliore.

 

Subito un mito creato

ma non confermato

forse un’illusione

dei canali di diffusione

un fantasma ad oltranza

per portar speranza.

 

Dio non perdona

chi non ragiona.

Ci vuole l’amore

per un mondo migliore.

 

 

 

mercoledì 17 novembre 2021

RECENSIONE

 

Rosa Elisa Giangoia


La vita, nel nostro mondo, nelle nostre città e nei nostri paesi, sul mare e in campagna, è tanto cambiata nel giro di un secolo che possiamo dire che il nostro passato va riscoperto, non nei grandi avvenimenti della Storia, che possiamo conoscere dai libri, ma nella realtà della vita quotidiana che va recuperata attraverso l’indagine e la ricerca anche di piccole tracce che, messe insieme con intelligenza e quel tanto di fantasia che aumenta l’immaginazione, ci dà la possibilità di ricostruire il passato della vita di tutti i giorni, con un procedimento che potremmo definire di “invenzione della realtà”
È quello che ha fatto con molta abilità Miriam Pastorino nel suo romanzo Berta. Eroina di un tempo lontano in cui, ispirandosi alle vicende di una sua antenata, ha ricostruito la vita di uno dei piccoli paesi montani dell’entroterra ligure in Val Leira, zona nota per il santuario di Nostra Signora dell’Acquasanta, costruito tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento, in seguito a un’apparizione mariana e ad avvenimenti miracolosi, ma territorio importante anche per il gran numero di cartiere che l’hanno reso il secondo in Italia per questo genere di attività, dopo Fabriano.
È un mondo popolato da persone che, pur con diversità socio-economica, vivono nella semplicità del lavoro nelle varie cartiere e nelle attività ad esse connesse, come quella dei carrettieri che portano la carta nel porto di Genova per imbarcarla e farla arrivare nelle più diverse destinazioni. Questo è anche il lavoro di Tomàs Piccardo, venuto dalla Catalogna e lì stabilitosi, dopo il matrimonio con Cassia: una bella famiglia la sua, con quattro figli maschi, in rapida successione, una bimba, Berta appunto, e un altro maschietto. Appena i primi figli crescono, iniziano a lavorare con il padre, per cui la loro attività si organizza bene con buoni guadagni, mentre Berta aiuta in casa la mamma, rendendosi utile con l’occuparsi del fratellino.
È lei la protagonista di tutto il romanzo, fin da bambina una personcina coraggiosa fino ad essere spericolata, amante dei giochi e delle avventure da maschiaccio, imprudente nei comportamenti con il fratellino per cui viene criticata e guardata con un certo sospetto da tutti i vicini.
Infatti intorno a questo nucleo familiare c’è il piccolo borgo di Campogennaio, che vive di relazioni non sempre facili e sincere, tra invidie, risentimenti, malanimi e altri difetti tipici dell’animo umano, in un paesaggio naturale sassoso e per nulla generoso, dove anche le ciliegie e le bacche sono rare e sempre aspre…

giovedì 14 ottobre 2021

PRESENTAZIONE E RECENSIONE

MARIA CRISTINA CASTELLANI

 

 La vita di un uomo. La sua scuola.



   Vita di scuola. Scuola di vita: così Renato Dellepiane, già con il titolo del libro, ci indirizza verso la lettura più corretta della sua autobiografia. Il racconto di una vita, che comprende gli anni dal 1944, data di nascita dell’Autore, sino al 2011, anno del suo pensionamento, con una breve postfazione scritta nove anni dopo.
   Una storia di vita, la storia privata dell’Autore, che si intreccia, sin dall’inizio, con la vita genovese nell’immediato dopoguerra, e, immediatamente, insieme al ricordo della strada e dei giochi con i compagni, con una forte attenzione riservata alla scuola, ricordando, anche nei minimi dettagli, la scuola elementare negli anni Cinquanta. Era la scuola dei banchi in legno, come appare dalla deliziosa foto vintage della copertina, con le classi maschili e femminili, l’ingresso separato e, per i maschi, i grembiulini neri, con il colletto bianco. E, soprattutto, un ottimo maestro, ricordato con affetto e riconoscenza. L’intreccio della storia privata con la storia di Genova, specie del quartiere di Sampierdarena, dove l’Autore è nato, ancora durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1944, prosegue, poi, con gli anni della Scuola Media, sempre nello stesso quartiere, e, infine, negli anni Sessanta, con il quinquennio nello storico Ginnasio-Liceo Classico del Ponente genovese il “G. Mazzini”, con il vivo ricordo dei compagni e degli insegnanti. E, quasi abbracciata alla storia personale di Dellepiane, ecco apparire la trasformazione di Genova, e soprattutto di Sampierdarena e dintorni, negli anni della ricostruzione. E poi l’Università, e la Facoltà di Lettere, sempre a Genova, e subito i primi anni di insegnamento, anche prima della Laurea, come avveniva allora, negli anni Sessanta, dopo l’introduzione della Scuola Media Unica e l’allargamento dell’istruzione superiore a un maggior numero di giovani, appartenenti a classi sociali che, negli anni precedenti, avrebbero terminato il loro curriculum studiorum solo con l’Avviamento Professionale. La società stava mutando… e chi ha vissuto in quegli anni, generosi e spesso turbolenti, forse non se ne rendeva conto. Ma domina, nella narrazione di quel periodo, un senso di affetto, non una generica laudatio temporis acti, ma un riconoscimento del valore formativo di quelle esperienze, spesso di giochi di strada, di quella scuola seria e selettiva, di quel contesto socio-politico, così caldo, in tutti i sensi...
   Si entra poi nella storia vera e propria dell’insegnamento, da “pendolare” e della passione vera dell’Autore per quelle che un tempo venivano definite le “Belle Lettere”. E belle lo erano davvero, se, ancora oggi, il Professor Dellepiane inserisce citazioni di Autori classici, italiani, francesi e altri, non solo come esergo o citazioni nel testo, ma riportandone interi brani, che irrompono, come pause affascinanti ed efficaci, nel ritmo narrativo: è come se l’Autore ci accompagnasse, tenendoci per mano, nel suo mondo, in stanze del passato, ricche di conoscenza e di affetto. Come se ci invitasse a rivisitarle con lui e si soffermasse, insieme a noi, a contemplare una foto, un quadro, uno scorcio di un panorama solo immaginato, dal momento che gli anni Cinquanta e Sessanta hanno spesso travolto l’assetto urbano di Genova, specie nelle periferie. Dellepiane ci guida in quelle stanze, all’inizio del libro, con una certa malinconia, poi stemperata dal crescere e dal maturare della sua esperienza di ragazzo, poi di uomo, di padre, ma, soprattutto, di insegnante. Dobbiamo immaginarlo in questo tour nella sua vita di docente, preside, letterato, cultore raffinato delle Lettere: si ferma, prende respiro e condivide con noi i versi più appropriati per farci respirare quell’atmosfera.
   Dopo l’insegnamento, Dellepiane diventa uno stimato Preside e la sua vita di pendolare prosegue perché, da Savona, dove aveva insegnato, assume la dirigenza di un Istituto Magistrale, in Piemonte, ad Asti, dove introduce interessanti sperimentazioni in una tipologia di scuola superiore che sembrava, ingiustamente, poco adeguata ai tempi. Una carriera in ascesa e poi il trasferimento al Liceo “M. L. King” di Genova, scuola che lo vede impegnato, dopo la svolta dei primi anni Duemila, l’autonomia scolastica e la dirigenza attribuita al personale direttivo, nella creazione di nuovi percorsi e nella internazionalizzazione di alcuni curricoli.
   Ma la Poesia lo segue. Ed ecco che i momenti della sua vita vengono scanditi dai versi. Ricordo, in particolare, anche per una mia simpatia per questi versi, nella prima parte del libro, la citazione del Compagno di banco di Marino Moretti, commovente ricordo della sua infanzia sampierdarenese, e, nell’ultima parte, la bellissima poesia di Camillo Sbarbaro, Versi a Dina, che Dellepiane ha dedicato alla sua attuale compagna di vita, la seconda moglie amatissima, che lui chiama “la scelta definitiva”. 
   Si sente, da queste e altre scelte letterarie, riportate passim nella trama autobiografica del testo, come la Letteratura, e in particolare la Poesia, abbiano accompagnato davvero il suo percorso di vita privata e professionale. Ciò viene peraltro confermato da un interessante dato nel suo curriculum, dal momento che Dellepiane è coautore di un’apprezzata Letteratura Italiana. Storia e Antologia (Signorelli, Milano, 1989).
   Un libro interessante, quindi, scritto, ovviamente, date le premesse, in un ottimo italiano, ma anche in modo limpido e sincero, che crea, nei più lettori più anziani, un piacevole flash back e, nei più giovani, curiosità di sapere come fosse la vita di scuola e la scuola di vita, dal 1944 al 2011. Un percorso dove ci sentiamo condotti, davvero, da un’ottima guida. Da un bravo insegnante, che condivide con noi l’album dei ricordi della sua Vita di scuola. Scuola di vita.



RENATO DELLEPIANE, Vita di scuola. Scuola di vita (1944-2011), Genova, De Ferrari, 2021, pp 360, € 18,00

domenica 10 ottobre 2021

GIOVANI POETI

Rosa Elisa Giangoia

Dopo otto anni di vita della Rivista Letteraria Mosse di Seppia, fondata e diretta a Napoli da Annalisa Davide, la redazione decide di dar vita ad una pubblicazione antologica cartacea dal titolo Versi vegetali per portare avanti lo stesso intento della rivista, cioè quello di «provare a credere nella costanza degli appuntamenti dal vivo, dello scambio simultaneo di idee e di sguardi» (5), in una parola creare poesia nella realtà del vivere, quindi sulla carta, bypassando il virtuale e il digitale, per avere, sulla consistenza della carta, qualcosa che contraddica quelle che sono le connotazioni evanescenti, ma portanti, del nostro tempo, cioè dare consistenza al leggere, al parlare e soprattutto al far poesia. Queste vengono percepite come espressione di un «atto veramente rivoluzionario» (7), perché in quanto individuali, autonome e personali entrano in opposizione con quei valori imposti dall’alto che contraddistinguono il mondo di oggi.
Sono propositi che mi trovano pienamente d’accordo, per il comune intento che anche noi perseguiamo, seppure con impegno e fatica, di portare avanti una rivista cartacea, in ossequi a quella fisicità attraverso la quale pensiamo debba passare la produzione letteraria. Altra consonanza è indubbiamente quella montaliana, per noi scoperta, attraverso i due nomi di SATURA prima e di XENIA ora che, da oltre un decennio sono i titoli delle nostre pubblicazioni periodiche, più sottotraccia e ironica quella dei giovani amici napoletani di “Mosse di Seppia”.
Anche il titolo Versi vegetali, sebbene giustificato con un’ispirazione dal testo di scritti di bibliofilia La memoria vegetale di Umberto Eco, riporta ad una concretezza vitalistica tale da porre i versi in un naturale divenire esistenziale, come quello di tutti gli elementi botanici: vivere è creare poesia, ma la poesia esprime la vita in un inscindibile intreccio.