domenica 16 giugno 2024

RECENSIONE


SEI DONNE NELLE TEMPERIE DEL RISORGIMENTO

 Rosa Elisa Giangoia



Il progetto storico-letterario “Mnemosine – Donne nell’ombra”, che si propone “di dar voce a personaggi femminili che hanno partecipato alla storia dei fatti e delle idee con contributi di dedizione, amore e coraggio”, si arricchisce del recente volume Dai salotti alle barricate. Donne protagoniste del Risorgimento di Simonetta Ronco che getta una luce nuova su figure femminili spesso poco conosciute dal grande pubblico, ma che nella loro esistenza sono state protagoniste della vita sociale, culturale e politica di Milano in epoca risorgimentale, alcune anche con una significativa presenza a Genova.
Simonetta Ronco, che da molti anni dedica la sua attività di storica e di biografa alle vicende del nostro Risorgimento, convinta che sia stato il momento più significativo per l’emergere del ruolo della donna sul palcoscenico della storia, ha voluto, con questo suo nuovo lavoro, tratteggiare l’esperienza umana di una serie di donne delle quali si è impegnata a metterne in luce la personalità e l’attività per dar loro quella visibilità e quel riconoscimento di cui sono oggettivamente meritevoli.
Per raggiungere i suoi obiettivi l’autrice ha compiuto attente ricerche storiche e biografiche su fonti documentarie e archivistiche dell’epoca, di cui ha tratteggiato in modo esaustivo e avvincente anche le vicende storiche generali.
Ma Simonetta Ronco ha arricchito l’indagine storica con la sua personale abilità di narratrice, dimostrata in tanti romanzi, e, sulla linea della lezione manzoniana del rapporto tra storia e invenzione e tra vero e verosimile, dà anche spazio ai sentimenti e ai pensieri delle varie protagoniste, grazie alla sua fantasia, sostenuta dalla sua esperienza storica e sostanziata dalla sua consapevolezza psicologica.
Diverse per molti aspetti sono le donne che vengono tratteggiate e differenti sono stati i loro ruoli e i loro impegni: alcune sono rimaste ai margini delle ideologie politiche, patriottiche e indipendentiste dell’‘800, altre si sono impegnate con coraggio e determinazione, talvolta anche con sacrifici personali, per affermare e realizzare i loro ideali, cioè l’indipendenza dallo straniero e l’unità dell’Italia. Sovente accanto o alle loro spalle, c’era un uomo con cui condividevano gli intenti con dedizione e passione, talvolta anche con stretti legami sentimentali.
La prima a comparire in scena è Antonietta Fagnani Arese (1778-1847), ben nota dalle abituali letture scolastiche, nei cui confronti si è consolidata, ed anzi ampliata, quella fama che Ugo Foscolo le aveva preconizzato tra “le insubri nipoti” dedicandole l’ode All’amica risanata. Simonetta Ronco la svincola da questa ristrettezza di “divina” figura letteraria e ne tratteggia un ritratto umano, autentico e vivace, quello di una donna molto libera nei costumi e nei comportamenti, in quella Milano, dove, pur ancora attivo il cicisbeismo di pariniana memoria, le donne godevano di totale autonomia sentimentale. Il suo legame con il Foscolo è forte e appassionato, come documentano le lettere del poeta che ci sono rimaste (perse quelle di Antonietta), ma breve, per volontà di lei, ma soprattutto essendo entrambi volubili nel cuore.
Segue la ricostruzione della vita di Bianca Milesi Mojon (1790-1849), esuberante e appassionata protagonista della vita politica milanese e molto interessata ai problemi sociali negli anni turbolenti delle vicende napoleoniche, trasferitasi poi a Genova, dove sposa il medico Benedetto Mojon e, diventata madre di tre figli, si occupa di problemi educativi dell’infanzia e di emancipazione femminile, per finire poi la sua vita a Parigi, dove, lei e il marito muoiono lo stesso giorno di colera.
Da Milano approda a Genova anche Bianca De Simoni Rebizzo (1800-1869), quando, nel 1825, sposa Lazzaro Rebizzo, già strettamente legato a Nina Giustiniani, di cui fu confidente e consolatore negli anni del suo infelice amore per Camillo Cavour. Nella città ligure Bianca intrecciò “un amore intenso e duraturo con Raffaele Rubattino”, ma fu soprattutto attiva come patriota, benefattrice ed educatrice. Legò il suo nome alla fondazione di un asilo infantile e del Collegio delle Peschiere, destinato all’educazione delle giovinette di buona famiglia. Quando morì, Aleardo Aleardi compose in suo onore un poema che offrì al marito.
Ecco poi comparire nelle pagine del libro Giuditta Bellerio Sidoli (1804-1871), attratta sin da giovane dalle società segrete finalizzate a ottenere l’indipendenza e l’unità d’Italia. Ma il nome di questa donna “intelligente, appassionata, impulsiva” che “dimostrava uno straordinario equilibrio di volontà ferrea e sensibilità” è legato a quello di Giuseppe Mazzini, per amore del quale, dovette sopportare momenti difficili fino ad essere privata dei figli. Ma, come attestano le lettere che i due si scambiarono, da quando si conobbero fino alla morte, il loro legame fu molto forte, alimentato dai comuni ideali politici, pur nelle movimentate vicende del loro destino.
Segue la biografia di Laura Solera Mantegazza (1813-1873), una donna dalla vita solo apparentemente semplice, in quanto senza avventure e drammatiche esperienze. In realtà fu persona di grandi entusiasmi e di forti passioni che, sullo scenario delle vicende risorgimentali, vissute con spirito patriottico di orientamento mazziniano, grazie al suo intenso impegno sociale, seppe dar vita a grandi opere, fondando il primo Ricovero per bambini lattanti in Italia e l’Associazione Generale di mutuo soccorso delle operaie e delle scuole professionali femminili.
La rassegna di queste figure femminili si conclude con Giulia Calami Modena (1816-1869) che lasciò la confortevole casa di famiglia e rinunciò ad un matrimonio di borghese convenienza per legarsi con l’attore Gustavo Modena di cui condivideva l’amore per la patria e per l’arte. La loro vita fu subito avventurosa e burrascosa con la fuga dall’Italia per riparare oltralpe, poi a Bruxelles e a Londra, dove Gustavo poté ritornare sulle scene teatrali declamando Dante. Ritornati in Italia, si lasciarono coinvolgere dalle vicende militari, in Veneto, a Milano e a Roma, nel fervore degli ideali mazziniani, Gustavo, come combattente e Giulia, rendendosi utile in tutti i modi possibili, ma soprattutto come infermiera e organizzatrice dei soccorsi e delle cure ai feriti.
Nell’insieme risulta questo un libro molto interessante dal punto di vista storico e di piacevole lettura, in quanto l’abilità dell’autrice di ricostruire e di narrare ci fa rivivere il nostro Risorgimento non solo nel tradizionale susseguirsi di eventi politici e militari, ma anche in una dimensione più umana e più vera, presentandoci le vicissitudini, le emozioni e i sentimenti di sei donne che nelle temperie di quei decenni hanno dovuto decidere della loro vita, schierarsi, prendere posizioni, sovente con difficoltà e sofferenze, dimostrando sempre determinazione, fierezza e coraggio.

Simonetta Ronco, Dai salotti alle barricate, Pietro Macchione Editore, Varese, 2024, pp. 131, € 15,00.

sabato 15 giugno 2024

RECENSIONE

 

 


Gabriele Braggion

La madre, nella narrativa di Antonio Franchini, si era affacciata una prima volta in Quando vi ucciderete, maestro? (1996), il libro sul combattimento e le arti marziali. E già allora, tra racconti di palestra e digressioni sull’eroismo, svolgeva il compito che è suo nel nuovo romanzo Il fuoco che ti porti dentro (Marsilio, 2024, pp. 222, Ɛ18): abbassare azzerare avvilire tutto ciò che, staccandosi dal piattume della realtà, può elevare verso l’arte il bello il poetico. Lo faceva allora a cominciare dal titolo. Ripreso dalla domanda che un discepolo devoto rivolge allo scrittore Mishima prima del suicidio rituale, ma rovesciato da Angela nella maledizione indirizzata a chiunque voglia veder cancellato: “Ma quando, quando t’acciri?”.
Piacere, Angela - dunque. E chissà se Franchini, quando spiega come un bersaglio favorito della madre siano le altre donne e in particolare l’ex cancelliera sua omonima (“nun facette buono Berlusconi ch’a chiammaie culo ‘e cuofano?”), ha notato che Angela Izzo è anche il femminile di Angelo Izzo, femminicida seriale la cui carriera iniziò al Circeo. Per fortuna la misoginia di Angela - uno fra i tanti difetti italiani che in lei si sommano - è tutta verbale, e possiede la comicità dirompente che producono invettiva e dialetto quando si mischiano come le polveri dei fuochi d’artificio.
Quanto alla battutaccia, Angela sta ripetendo parole che forse non furono mai pronunciate, ma tant’è: chi al tempo del governo Berlusconi s’indignava, può sempre ridere adesso: uno dei meriti del personaggio Angela è ricordarci che un fondo di bassezza ristagna in ognuno di noi. La Napoli borghese vicino a quella dei lazzaroni, gli insulti feroci e barocchi delle vasciaiole alternati alla scrittura pensosa, stirata in frasi perfette, che dà a Franchini il suo timbro inconfondibile: nel romanzo famigliare, che è anche romanzo di tutto il Sud, alto e basso si consumano allo stesso fuoco.
E se gli incipit delle storie che si sgranano intorno al tema centrale hanno qualcosa dell’antico novellare italiano (“Invece un giorno il figlio tornò ..”; “Le ho raccontato una storia …”; “Carmela era assai bella…”; “Era una vecchia che viveva da sola…”), le invettive e gli insulti raddoppiati di Angela (“puozze murì accisa, ‘sta zoccola puttana”, “… Rimini e Riccione, e tutti chilli post’ ’e merda, con un mare di merda, fangoso! Site fangosi, vuie!”) ricordano pure modelli classici, ma viene in mente piuttosto il Corbaccio, l’operetta in cui Giovanni Boccaccio, volendo ammaestrare il sapiente a tenersi alla larga dal genere femminile, compone il ritratto turpe e divertentissimo di una vedova.
Il romanzo di Angela, dicevamo, è contrappuntato di storie: ma sono le altre - quelle incontrate e non raccontate o viste solo quando si è già alla fine, secondo uno schema iniziato da Franchini in una bella narrazione di vita con i pescatori di Mazara del Vallo, racconto post-comissiano apparso tanti anni fa in “Nuovi Argomenti".
C’è la storia dello zio avvocato, modello di stile e di una virilità vittoriosa e malinconica; o quella dell’altro avvocato di provincia, uomo colto nell’eloquio quanto perduto dietro le beghe miserabili in cui si consuma la vita; o quella dell’Eroe, lo zio paterno che portava lo stesso nome dell’autore, artista promettente morto sul fronte di Cassino. Tonino Franchini pittore - lui pure personaggio di riferimento che abbiamo incontrato più volte - appare qui in forma brevissima, e lancinante come dev’essere la morte in battaglia. Il suo destino combacia con quello di un ignoto, caduto nella Grande Guerra e celebrato da D’Annunzio in una iscrizione dettata per il sacrario di Pocol: IN QUESTA TERRA DI FURORE / DOVE EGLI RICADDE RAGGIANTE DI SANGUE / PER RIMANERVI IMMAGINE DI LUCE. Ma immancabilmente, al rovesciamento e sputtanamento della retorica ha già provveduto, trenta pagine prima, Angela col riassunto impietoso della campagna di Russia del marito: “Che po’ pateto quale guerra iette a fà in Russia? La guerra d’ ’o lietto, pecché l’ammo saputo doppo chello ca sanno fà russe, bielorusse e ucraìne … Nu paese ‘e zoccole!”.
Riappare così nel Fuoco quasi tutto ciò che alimenta la narrativa di Antonio Franchini da tre decenni. Su ogni tema però posandosi uno sguardo di congedo. Perfino le arti marziali amate e praticate, con l’insegnamento a puntare dritto contro ciò che ci minaccia, appaiono smitizzate e depotenziate nella scena comica e triste di una lite agostana: gli insulti della madre come colpi reiterati e lui, il figlio, stanco e disilluso samurai che si avventa, mentre la furia si disperde contro la porta finestra di una casa di vacanza sulla costa calabrese.
Dare conto di che libro abbia voluto scrivere Franchini, quale sia la ragione ultima che lo motiva, porta a letture diverse di cui nessuna però contraddice o indebolisce le altre.
È un libro sulla famiglia. Che, se l’abbiamo avuta, sembrerebbe la storia più facile del mondo da mettere in fila e tutta in chiaro: loro sono quelli con cui hai vissuto, che hai conosciuto. Questa è la tua storia. E invece no. Quando con l’età si arriva a tirare le somme, può succedere anche che fatti, persone e ragioni di cui eravamo certissimi si dileguino (“chissà poi dopo che è successo […] forse niente di speciale, solo l’ordinario disfacimento della nostra vita”), così.
È un libro la cui linea di galleggiamento, nel senso della lingua, pesca profondamente nel dialetto, il quale, se uno lo possiede ancora almeno come suono, rinvia all’infanzia, al primo modo in cui abbiamo nominato le cose. Ed è strano allora udire il Franchini postemingueiano, scrittore dichiaratamente nemico della bravura retorica, autore di dialoghi asciutti privi di virgolette, rivolgersi qui alla madre con un “comme staie”. Come se dalla vita profonda della famiglia e del sangue, per quanto li rinneghiamo, non fosse mai possibile liberarsi del tutto.
Il fuoco che ti porti dentro, infine, è anche contemplazione della morte da parte di uno scrittore che, avendo sperimentato nella lotta il contatto con la forza e la salute dei corpi vivi, è ben attrezzato per guardare al loro disfacimento in vecchiaia con l’atteggiamento più umano - cioè a ciglio asciutto.
E si tratta di un libro con un vero e proprio finale, anche se dall’inizio alla fine non succede niente: il figlio è il figlio-scrittore che conosciamo e la madre la tempesta d’insulti che si addensa fin dalle prime pagine. In mezzo - e con questo non spoileriamo niente e nessuno - c’è una prova riuscitissima di fermare la vita. Cioè di dire come dal tutto dell’amore e dell’odio si approda al nulla, al disarmo e all’oblio. A meno che qualcuno non scriva di noi.
Perciò alla frase più impensabile che mamma italiana di figlio scrittore abbia mai profferito: “ ’o scrittore, ’o scrittore… scrittore d’ ’o cazzo, questo tu sei” credeteci senz’altro. Ma per capire, leggete fino in fondo.





martedì 23 aprile 2024

IN MEMORIA

Ricordiamo con amicizia e affetto, nonché con ammirazione per la sua produzione letteraria, 

ELIO ANDRIUOLI


che ci ha lasciati il 22 Aprile

e pubblichiamo la sua ultima poesia, di poche settimane fa,

un fiducioso inno alla vita

LA VITE AMERICANA


La vite americana arrossa i muri
screpolati del parco
(accanto le cresce superba
l'azzurra buganvillea).
S'inerpica lenta, signoreggia
questa tarda estate che muore.
L'autunno ha colori gentili,
calde tonalità che s'alternano
insensibilmente sul volto
della terra assorta e ammaliata.
Prima d'immergersi
nel suo lungo sonno invernale
la natura accende
i suoi ultimi fuochi.

Poi sarà il grande silenzio.
Ma qui la neve è leggenda,
e già ai primi di febbraio
la sensitiva mimosa s'accende
del suo oro e col suo fresco richiamo
annuncia che l'inverno è finito.
Un attimo ed è già primavera.
Esulta il cielo di rondini.
Un altro anno così è trascorso
e un po' imbianca l'anima
nel suo lento giro.
La vite americana
altera sul muro fiammeggia,
s'arrampica lieve, cancella
ogni spazio nel suo indomito slancio
verso la luce,
nel suo eterno orrore del vuoto.
Rigogliosa e ridente,
annuncia al mondo
la sua gioia e il suo stupore.

Grida il suo grazie
alla vita che vive.





RECENSIONE


Luigi Picchi

Rosa Elisa Giangoia, poetessa e letterata genovese, ha recentemente pubblicato uno saggio interamente dedicato alla presenza dei fiori nella letteratura, Fiori di parole. I fiori nella letteratura ( Sampognaro & Pupi Edizioni, Siracusa 2023, € 20,00, pp. 250).Una passione personale quella dei fiori, come pure quella per la cucina, conosciuta anche nei suoi impieghi letterari (cfr. in particolare i saggi entrambi del 2020 A convito con Dante. La cucina della Divina Commedia e Ricette nel tempo. I ricettari di cucina come genere letterario). Fiori di parole è una rassegna accurata e ricca di riferimenti, ma non pedante, sull’attenzione ai fiori nella letteratura. Si inizia giustamente con i poeti latini che sono l’humus della nostra produzione letteraria nazionale ed europea: Ovidio, Catullo e il poeta delle rose, Floro, oltre al poemetto anonimo Pervigilium Veneris. In seguito, nel Medioevo, i fiori vengono caricati di significati allegorici, simboli di vizi e virtù, con la relativa santificazione di molti di essi. Così da Bonvesin della Riva, Jacopone da Todi, dai lirici del Duecento e poi dagli stilnovisti si arriva alla dantesca paradisiaca Rosa dei Beati, senza dimenticare le valenze mariane della rosa regina dei fiori, dapprima allegoria dell’amor profano e poi sacro. Dopo Petrarca, concentrato sul lauro e sulla rosa, entriamo, soprattutto con Poliziano, nella cultura neopagana umanistico-rinascimentale con una lettura fortemente edonistica della flora. Non può mancare un capitolo sull’eliotropio di Ovidio che, però, non è lo stesso di Montale (il nostro girasole arriva dalle Americhe). Manzoni era un botanico e quindi non si può ignorare la competenza con cui arruola i fiori nella sua opera letteraria tanto poetica quanto narrativa: saliente l’episodio della vigna di Renzo in stato di abbandono. E se Leopardi è diventato famoso come il poeta del La Ginestra, Whitman con il suo epicedio per la morte del Presidente Abramo Lincoln dà fama e visibilità ai lillà. L’Ottocento vede la diffusione della camelia, fiore proveniente dal Giappone. Pascoli e Gozzano invece prestano attenzione a fiori più modesti ampliando il repertorio lirico. Il tardoromanticismo e il decadentismo promuovono fiori come l’asfodelo, l’amaranto e il crisantemo, destinato ben presto, almeno in Italia, a diventare fiore funerario. Il geranio e la rosa di Giorgio Caproni, poeta genovese poi romano d’adozione, chiudono questo meraviglioso viaggio floreale, questo percorso attraverso il giardino che è la Letteratura dove i poeti, in una festa di colori e profumi, come api bottinatrici, volano di fior in fiore.

Il segno, aprile 2024

lunedì 22 aprile 2024

RECENSIONE


LA RABBIA E IL PERDONO

Isa Morando

In copertina un cielo azzurro, il mare di variegato blu, due gabbiani: uno, in primo piano, le ali protese a fendere l'aria. Solo alla fine del romanzo verrà chiarito il perché del titolo, Gli uccelli non hanno vertigini.

È il primo romanzo di Mario Cordova, attore e soprattutto grande doppiatore, voce italiana degli attori americani più famosi.
Il racconto si apre con una premessa angosciante: un uomo punta la pistola contro una donna che lo supplica, lui le intima di tacere, minaccia ma non spara. L'uomo si chiama Marco ed è protagonista del romanzo, nello svolgersi delle azioni e negli itinerari della memoria che si snodano, ineludibili, tra devastanti angosce, drammatiche decisioni, ripensamenti, fino all'elegiaca conclusione, che sembra placare le tempeste della vita nella malinconica dolcezza del perdono e di una nuova consapevolezza.
Marco ha vissuto lo strazio dell'amore tradito, dell'abbandono che si configura come il tema di fondo della sua esistenza. Ha amato ed è stato amato con passione, ha provato le esperienze estreme del desiderio e del sesso, in un'ansia di appagamento erotico che si trasforma in un'arma pericolosa e distruttiva. Ha provato il tormento psicofisico del tradimento, delle confessioni sconvolgenti che aprono abissi inaspettati di verità nascoste, di esistenze diverse rispetto alle apparenze, in un vortice pirandelliano di logorante contrasto tra l'essere e l'apparire. Marco sembra difendersi con gli eccessi verbali, con l'aggressività, un'apparente autodifesa che si rivela inefficace di fronte a un mondo umano di maschere, un mondo che gli è ostile e comunque determinato a nascondergli scomode - o tragiche - verità. Niente è come appare. La sua psiche ne è travolta non meno che il suo corpo. Sarà la parola a imprimere la svolta: la parola parlata - la confessione della madre, il suo tradimento - e la parola scritta - affidata al computer - del padre morto, odiato negli anni per il suo abbandono della famiglia, per un tempo lunghissimo: una confessione dolente e tenera, in cui l'amore per i figli si esprime nel racconto di una verità a lungo nascosta e ora espressa con toni di struggente elegia.
Se non sei disposto a perdere, non vincerai mai niente. ... non c'è alternativa al crescere... bisogna imparare a volare. Perché gli uccelli non hanno vertigini... . È il messaggio che chiude la lunga lettera del padre, rivelatrice - senza odio o risentimento - di una realtà altra, nascosta per lunghi anni e ora emersa nella sua dolente verità.
Il romanzo si avvia alla conclusione con la ripresa della situazione di apertura: Marco che punta la pistola contro Elena, la moglie che lo ha abbandonato con la velata accusa di aver causato il suo aborto. La morte del bambino mai nato a cui era già stato dato un nome - Luca - l'ha allontanata da lui, giorno dopo giorno, le ha fatto cercare una via di scampo, tra le braccia di un altro uomo. Lo ha lasciato. E ora Marco scopre che è incinta di un altro figlio, il figlio dell'altro. Abbassa la pistola e piange, come un cucciolo sperduto... lacrime accompagnate da un sorriso.
Il capitolo finale vede Marco piangere ancora lacrime leggere..., come a lavare la pena che ha dentro, davanti alla tomba del padre, sepolto nella terra di cui immagina il soffio vitale, accanto a tombe di giovani che sembrano respirare ancora la vita. Ha perdonato, ha chiesto perdono. Ora è pronto a ricominciare.
La terra, la vita.
È tutto così vero qui, papà...

Nelle pagine conclusive dei Ringraziamenti è raccontata senza veli la spinta autobiografica da cui è nato il romanzo: le convulse esperienze romane del difficile mondo dello spettacolo accanto alle esperienze personali, e il ricordo di Genova, dell'adolescenza di Mario Cordova (città difficile, Genova, chiusa e meravigliosa: le brevi descrizioni delle atmosfere genovesi sono autentici "pezzi" di rara efficacia).

Mario Cordova, Gli uccelli non hanno vertigini, Chiugiana, Ellera (Perugia), Bertoni Editore, 2023, pp. 235, € 18

martedì 19 marzo 2024

RECENSIONE

UN OMICIDIO IN PROVINCIA



 

Rosa Elisa Giangoia

 

Con il suo nuovo romanzo giallo Una morte perbene Simonetta Ronco, docente 

universitaria e giornalista, conferma le sue abilità di scrittrice di gialli, quelle che, 

grazie anche alla sua passione per i crimini e i misteri, l’hanno portata a creare due 

figure di investigatori di successo, protagonisti di interessanti romanzi di 

attraente lettura: il pianista Audemars Février e il commissario veggente Dario 

Barresi.

Quest’ultimo romanzo propone una nuova figura di investigatore, quella del 

poliziotto Luca Traverso, di tipo più tradizionale e comune, ma che, con la sua 

pazienza, sotto cui si celano scaltrezza e sagacia, è capace di portare a soluzione il 

complesso caso di “una morte per bene”, che appare molto difficile fin dall’inizio, 

come ben esprime il titolo ossimorico del romanzo.

Questo espediente retorico stabilisce subito uno stretto patto con il lettore, che non 

resta certo deluso, proseguendo nella lettura del dipanarsi della vicenda.

Tutto avviene nell’ambiente piuttosto ristretto del mondo borghese di una città

ligure, Imperia, meno provinciale di molte altre, al tempo dei fatti, siamo nel 1971, 

di molte altre in Italia per il suo crescente affermarsi in ambito turistico e per l’es-

sere prossima al confine con la Francia, paese, allora più che oggi, simbolo di mo-

dernità e libertà.

Qui, improvviso e inaspettato, avviene un “fattaccio” che spaventa e sconvolge

il quieto, e piuttosto abitudinario, ambiente della buona borghesia cittadina, un

ambiente in cui tutti si conoscono e, pur con ruoli e modalità diverse, interagiscono, 

un mondo in cui il centro cittadino e l’entroterra agricolo sono strettamente connessi, 

soprattutto per ragioni di proprietà e di affari.

Il “fattaccio” è veramente serio: infatti viene trovato morto in un bosco, appena 

fuori città, il proprietario del quotidiano locale, Attilio Cernuschi, intorno a cui 

ruotano il sindaco, Guido Rosati, la moglie Claudia Cantalamessa, titolare della 

farmacia omonima, e suo cugino Pietro De Martinis, medico, tutti abitanti in piani 

diversi di una palazzina. Inoltre interagiscono altri personaggi come Marcello 

Bandelli, “un bell’uomo. Alto, bruno, […] considerato un seduttore” (p. 7), 

insoddisfatto del suo matrimonio di convenienza, proprietario di “un piccolo 

pied-à-terre a Bordighera, lontano da occhi indiscreti” (p.9) e Paola Riccardi, 

proprietaria dell’Albergo Libeccio, vedova quarantenne “che mostrava una 

spiccata preferenza per le avventure a tempo, specialmente con uomini più 

giovani di lei (p. 8). Sono tutti personaggi ben caratterizzati psicologicamente 

dalla scrittrice, i cui caratteri emergono a poco a poco, attraverso le loro abitudini 

e i loro comportamenti.

Di rilievo e soprattutto diverse per personalità sono le figure femminili: 

“Donne, quante donne erano implicate in quella faccenda! Donne giovani, 

sole, indifese come Anna o grintose come Paola. Donne che sapevano e 

non dicevano, che sicuramente proteggevano qualcosa o qualcuno nel loro fare e 

non fare, dire e tacere” (p. 56).

Ma determinante è la figura della vittima che, a poco a poco, appare al centro 

di una rete di collusioni, favori, connivenze e complicità fra quasi tutti i 

componenti della buona società locale. A districare questa complessa matassa 

è chiamato il commissario Luca Traverso, trasferito da poco nella cittadina ligure 

dopo un provvedimento disciplinare. Si muove con cautela e circospezione, 

fidandosi poco di quelli che incontra, anche se una connaturata ambizione l

o induce a impegnarsi al massimo per chiarire gli aspetti oscuri di questa vicenda 

che si complica sempre di più con l’emergere di particolari e per i comportamenti 

di alcuni dei personaggi coinvolti.

Il campo d’indagine si amplia e porta lontano, a Napoli, dove Attilio Cernuschi 

viveva e lavorava prima di trasferirsi nella città della Riviera ligure di Ponente. 

Qui è la chiave di tutto, il bandolo della matassa che si delinea faticosamente, 

pur tenuto saldamente in mano dall’abilità del commissario Traverso, e che porta, 

come in ogni giallo di buon livello, a una soluzione inaspettata, che spiega anche 

il titolo del romanzo.

 

SIMONETTA RONCO, Una morte per bene, Sanremo (IM), Leucotea, 2023, pp. 89, € 14,30.